Niente è mai gratis in famiglia, te lo dico io

Mia zia Mariella beveva il caffè nella mia pasticceria come se fosse casa sua. Appoggiata al bancone con la sigaretta spenta tra le dita, guardava la teca dei dolci con l’aria di chi sta valutando un immobile.

— Allora è deciso. Domani Chiara ti manda l’elenco dei fornitori. Le serve per fare i conti.

Posai la spatola. Era un sabato mattina di ottobre, avevo la sfoglia in forno e sedici cannoli ancora da farcire prima dell’arrivo dei clienti del pranzo.

— Zia, mi stai chiedendo di passare alla mia ex dipendente la lista dei miei fornitori.

— Non fare la puntigliosa, Alessia. È tua cugina. Le dai una mano e lei si mette in proprio. Mica ti ruba niente.

Mi asciugai le mani sul grembiule e la guardai. Sessant’anni portati con l’aggressività di chi è abituato a vincere le discussioni per sfinimento.

— Chiara ha lavorato qui dentro otto mesi. Ha fotografato di nascosto il mio quaderno delle ricette. Ha copiato il contratto che ho col caseificio di Andria. E adesso vuole che le passi «l’elenco»?

— Appunto — disse Mariella accendendosi finalmente la sigaretta, vietatissima, proprio sotto il cartello «no fumatori». — Così non deve fotocopiarlo di nascosto. Tutto alla luce del sole.

La luce del sole. Bella espressione.

Io questo posto l’ho aperto quattro anni fa con i soldi della liquidazione di mio padre e un mutuo che finirò di pagare quando avrò cinquantadue anni. Si chiama «La Mandorla» e sta in via Sparano, a due passi dal teatro. Trenta metri quadrati, una porta a vetri che d’inverno spiffera, due forni e una vetrina che pulisco io stessa ogni mattina alle sei. La mia specialità è il pasticciotto con crema al pistacchio di Bronte e la torta di ricotta e pere. Li faccio da quattro anni, gli stessi gusti, la stessa faccia, e ormai ho clienti che arrivano da Mola, da Polignano, persino da Matera.

Chiara è entrata qui a febbraio. Sua madre — mia zia Mariella, appunto — mi aveva chiamata il giorno prima.

— Alessia, la ragazza sta passando un momento difficile. L’ha lasciata il fidanzato, ha lasciato anche il lavoro, sta sempre chiusa in casa. Falla lavorare da te. Tanto sei da sola.

Io non ero da sola. Avevo Francesca in cassa e il signor Rocco che mi dava una mano in laboratorio. Però era vero che avevo bisogno di qualcuno al bancone, e Chiara era pur sempre sangue del mio sangue.

L’ho presa. L’ho messa in regola, contratto a tempo determinato, tredici mensilità, contributi. Le ho insegnato a usare il registratore di cassa, a sistemare la vetrina senza schiacciare i pasticciotti, a parlare coi clienti. Le ho fatto assaggiare la crema per fargliela riconoscere quando gliela chiedevano.

Lei stava dietro al bancone e guardava. Prendeva appunti mentali. E, come ho scoperto dopo, anche col telefono.

Una mattina di luglio entro in laboratorio e trovo il mio raccoglitore aperto sul tavolo. Il quaderno con le ricette — quelle scritte a mano, con le varianti e i tempi di riposo degli impasti — era spostato. Chiara stava uscendo in quel momento. «Cerco il blocchetto delle ordinazioni», disse.

Io non le dissi niente. Ma quella sera stessa misi il quaderno in cassaforte.

Due settimane dopo mi chiamò Antonio, il proprietario del caseificio che mi fornisce la ricotta. Conosce me da quattro anni, conosce i miei volumi, mi fa un prezzo che a Bari non fa a nessuno.

— Ale, scusa se te lo chiedo. Mi ha telefonato tua cugina. Vuole lo stesso prezzo tuo, ma per quantità più basse. Dice che è tua socia.

— Non è mia socia.

— Ah.

— Antonio, ascoltami bene. Qualsiasi cosa ti chieda, tu dille di no. Non è mia socia, non è mia rappresentante, non è niente. Il prezzo che fai a me resta a me.

— Era per capire.

— Hai capito benissimo.

Il problema non era Antonio. Antonio è uno serio, non si sarebbe fatto fregare. Il problema era che Chiara ci aveva provato. E se lo aveva fatto con lui, lo aveva fatto anche con gli altri.

Il giorno dopo la convocai nel retrobottega. C’era odore di ammoniaca e di bucce di mandorla. Lei arrivò col cellulare in mano e l’aria di chi ha già pronta la risposta.

— Chiara, hai chiamato il mio fornitore di ricotta.

— E quindi? Volevo informarmi. Mica ti ho rubato niente.

— Mi hai spacciata per tua socia. E il mese scorso hai fotografato il mio quaderno delle ricette. L’ho visto.

— Quello?

— Quello.

Lei si strinse nelle spalle. Aveva trentadue anni, un fisico asciutto e la capacità di sembrare sempre dalla parte della ragione, qualunque cosa avesse combinato.

— Ho visto una ricetta che mi piaceva, tutto qui. Non ne faccio mica un dramma. Sei tu che esageri.

— Il contratto scade a fine mese. Non te lo rinnovo.

Chiara rimase zitta per qualche secondo. Poi si tolse il grembiule, lo piegò in quattro e lo appoggiò sullo sgabello.

— Come vuoi — disse. — Tanto stavo già cercando un locale mio.

Lo aprì a novembre. A centocinquanta metri esatti dalla mia porta. In via Putignani, di fronte al negozio di scarpe. La chiamò «La Mandorlina».

La Mandorlina.

Come se il mio locale fosse la madre e il suo la figlia. Un omaggio, diceva lei. Un omaggio. La gente del quartiere per due settimane pensò che fossimo in società.

Mio padre, quando l’ho saputo, mi ha guardato e ha detto solo: «Tua zia c’entra». Mio padre conosce sua sorella Mariella da sessantasei anni. La conosce meglio di quanto lei conosca se stessa.

— C’entra, sì. Dice che dobbiamo aiutarci perché siamo famiglia.

— La famiglia è un’altra cosa — disse lui. E tornò a leggere il giornale.

Io intanto cominciai a fare i conti. Chiara aveva prezzi più bassi dei miei. Quindici, venti centesimi in meno su ogni pezzo. Per due mesi mi portò via una fetta di clienti. Soprattutto quelli nuovi, quelli che non avevano ancora il mio sapore in bocca e sceglievano col portafoglio. La Mandorla traballò. Dovetti ridurre le ore al signor Rocco. Francesca mi chiese se doveva cercarsi un altro lavoro.

— Non ancora — le dissi. — Aspettiamo.

Aspettammo. E intanto il piano di Chiara cominciò a mostrare le crepe.

Lei aveva abbassato i prezzi, è vero. Ma i fornitori — quelli veri, quelli buoni — non le avevano fatto le mie stesse condizioni. La ricotta che usava era quella del supermercato. La pasta per i pasticciotti la comprava già pronta, surgelata. Il pistacchio di Bronte lo aveva sostituito con uno egiziano che costava un terzo.

La gente lo notò.

Ci misero qualche settimana. Prima tornarono in tre, poi in sette, poi in quindici. A fine gennaio Francesca riprese a fare l’orario pieno.

Chiara non mi salutava più per strada. Zia Mariella diceva in giro che io avevo «sobillato» i clienti. Che diffamazione, concorrenza sleale, che una cugina così non si comporta.

Io non rispondevo. Stavo in laboratorio e facevo il mio lavoro.

Poi arrivò la telefonata. Erano le otto e mezza di sera, stavo chiudendo la saracinesca.

— Alessia, devi aiutarla.

Era Mariella. Voce tesa, ma non di preoccupazione. Di comando.

— Zia, che succede?

— Chiara ha le rate del mutuo. Il locale non rende, lo sai. Ha chiesto un finanziamento per sistemare il bancone frigo e adesso la banca la pressa. Deve pagare tremila euro entro fine mese.

— E quindi?

— Quindi ti chiamo perché sei tu quella messa bene. A te gli affari vanno. Tremila euro per te non sono niente.

Il buio di via Sparano mi sembrò all’improvviso più freddo. Misi le chiavi nella borsa.

— Zia, stai dicendo che devo pagare io il debito di Chiara. Il debito che ha fatto per aprire un locale uguale al mio. A centocinquanta metri dal mio.

— Così impari a non fare la guerra in famiglia. Se l’avessi aiutata all’inizio, adesso non sarebbe in queste condizioni. Invece l’hai lasciata da sola. Sei sua cugina.

— Ero sua datrice di lavoro. E lei mi ha fotografato le ricette.

— Sempre con questa storia delle ricette. Ma ti senti?

Mi appoggiai al muro. Il campanile di San Nicola suonò il quarto. Non ero arrabbiata. Ero stanca. Quelle accuse, quei ricatti morali, quel modo di rivoltare ogni cosa come un coltello nella panna.

— Zia, io a Chiara ho dato otto mesi di stipendio. Le ho insegnato il mestiere. Lei ha scelto di mettersi in proprio copiandomi. Ha scelto prezzi più bassi e ingredienti peggiori. Ha perso i clienti perché la sua torta di ricotta sapeva di frigo. Non è colpa mia.

— Allora non ci tieni alla famiglia.

— Ci tengo. Per questo non le pago i debiti. Perché se glieli pago, domani ne farà un altro. E dopodomani un altro ancora. Non è aiuto, questo. È tenerla in vita artificialmente.

Mariella riattaccò senza salutare.

Il mese dopo «La Mandorlina» chiuse. Cartello sulla saracinesca, «affittasi» scritto a pennarello sul vetro, il bancone frigo venduto a metà prezzo. Chiara si mise a fare la barista in un locale sul lungomare. Sua figlia, la piccola Giorgia, la porta a scuola mia sorella adesso, perché Chiara fa il turno pomeridiano.

Nessuno mi chiese scusa. Né Mariella, né Chiara, né gli altri parenti che per mesi avevano detto che ero un’arpia senza cuore.

L’unica cosa che mi dispiacque fu per Giorgia. Quando veniva in pasticceria con la madre, io le davo sempre un pezzetto di frolla avanzata. Lei lo mangiava di nascosto, dietro la porta del retrobottega, e sorrideva con le guance piene. «Sei brava, zia», diceva. Aveva sei anni.

Qualche settimana fa, una domenica pomeriggio, Mariella si presentò in pasticceria con una torta in mano. La mia torta. Comprata al supermercato.

— Tieni — disse, appoggiandola sul bancone. — Volevo fartela assaggiare.

— L’ho fatta io, zia. La riconosco.

— Ah sì? — Fece una risata breve. — Dicevo per dire. Volevo vederti.

La guardai. Era dimagrita. Le mani, che teneva appoggiate al bancone, erano più ossute del solito. Gli anelli le ballavano sulle dita.

— Come sta Giorgia? — chiesi.

— Bene. Le manchi.

Presi la torta e la tagliai in quattro. Una fetta la misi su un piattino di carta e gliela porsi.

— Ti offro la mia.

Mariella prese il piattino. Lo tenne in mano per qualche secondo senza mangiare.

— Chiara ha trovato un altro lavoro. Niente di che, però paga meglio — disse. Poi aggiunse, a voce più bassa: — Mi ha detto che forse aveva sbagliato. Col locale.

Non dissi niente. Presi la paletta e cominciai a sistemare i pasticciotti in vetrina. Il sole del pomeriggio entrava dalla porta e illuminava la stanza fino al bancone, proprio dove stava lei. Il profumo di pasta frolla riempiva l’aria.

— Devo andare — disse Mariella. Posò il piattino sul bancone. La fetta era intatta.

Si avviò verso l’uscita. Sulla porta si fermò. Si voltò di tre quarti, senza guardarmi in faccia.

— Se per caso un giorno ti serve una mano, fammi uno squillo. Tua zia è sempre tua zia.

La porta a vetri si richiuse con un colpo secco. Io rimasi lì, con la paletta in mano. Poi presi la fetta di torta che lei non aveva toccato, la buttai nel secchio e tornai in laboratorio. C’era un impasto da tirare per la mattina dopo, e la mattina dopo era lunedì.

La settimana ricominciava.

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