Il profumo di caffè bruciato aleggiava ancora nell’aria quando, distrattamente, aprii Instagram. Tra una storia di un collega in ferie a Pantelleria e la foto di un piatto di carbonara, una notifica rossa attirò la mia attenzione. Una richiesta di seguirmi. Da una ragazza. L’avatar era un controluce su una spiaggia al tramonto, forse in Salento. Chiara, ventisei anni, diceva la bio.

Il profumo di caffè bruciato aleggiava ancora nell'aria quando, distrattamente, aprii Instagram. Tra una storia di un collega in ferie a Pantelleria e la foto di un piatto di carbonara, una notifica rossa attirò la mia attenzione. Una richiesta di seguirmi. Da una ragazza. L'avatar era un controluce su una spiaggia al tramonto, forse in Salento. Chiara, ventisei anni, diceva la bio.

La mia prima reazione fu di sospetto, lo ammetto. Ho cinquantotto anni, gestisco una piccola libreria indipendente in via dei Neri a Firenze, e le mie giornate sono scandite più dal rumore delle pagine sfogliate che dai like. Cosa voleva da me? Un uomo che potrebbe essere suo padre, con la barba ormai più sale che pepe? La curiosità, però, è un vizio che non si perde con l'età. Accettai. Un gesto meccanico, quasi senza pensarci, mentre fuori la campana di Santa Croce suonava le undici.

Non passarono dieci minuti che il mio telefono vibrò sul bancone di legno rovinato. Un messaggio privato. Un "Ciao!" luminoso, pieno di punti esclamativi e di una gentilezza quasi studiata. Rispondere fu altrettanto automatico. Due convenevoli, un accenno al caldo torrido di luglio, e poi la domanda che sapevo sarebbe arrivata. Me l'aspettavo, eppure mi colse impreparato.

"Quanti anni hai, se non sono indiscreto?"

Glieli dissi. Cinquantotto, senza giri di parole. La bugia, ormai, mi costa più fatica della verità. Sullo schermo comparve una fila di emoticon con gli occhi a cuore.

"Sei in forma!" scrisse. "Un vero signore. Hai un fascino particolare."

Scrollai le spalle, osservando la copertina sgualcita di un vecchio libro di Pavese che avevo sul mobile di fianco alla cassa. Fascino, diceva. Buffo. Mentre il negozio, popolato solo dallo scricchiolio del legno, sembrava quasi fare da cassa di risonanza alle mie perplessità, il messaggio successivo mi strappò una smorfia a metà tra l'ironico e il divertito.

"Ti va di parlare di cose da adulti?"

Ecco il punto. La famosa domanda. Lasciai passare un istante, giusto per assaporare la prevedibilità della situazione. Una ragazza di ventisei anni, un uomo solo di quasi sessanta, e quel codice cifrato per un flirt che si crede audace. Mi aggiustai gli occhiali sulla fronte, quelli da lettura, quelli che ormai senza di loro il menù di una trattoria sembra un manoscritto minoico. E risposi.

"Certo. Volentieri. Inizio io, se permetti."

Lei rispose con un "Grazie, bello… vai". E io andai. Con la schiettezza di chi non ha più nulla da dimostrare. Le parlai dei miei maledetti menischi che scricchiolano come le noccioline del supermercato ogni volta che salgo i quarantaquattro scalini del mio appartamento in Oltrarno. Le confidai che la mia schiena è diventata una centralina meteorologica più precisa dei servizi di Bernacca, capace di prevedere un temporale sulle Apuane con dodici ore di anticipo. Le raccontai di quando, dopo una cena a base di finocchiona e pecorino, devo negoziare con un reflusso gastroesofageo che non concede sconti, una trattativa serrata che si conclude solo all'alba, con un cucchiaino di bicarbonato.

La conversazione prese una piega che lei, ne sono certo, non immaginava. Le confessai la mia venerazione per Battisti e la PFM, musica dove c'era ancora un'anima, non un algoritmo, e la mia allergia a tutto ciò che è trap. Le descrissi la frustrazione di entrare in una stanza alla ricerca del mio mazzo di chiavi, per poi scoprire di averle in tasca da dieci minuti. Le parlai del mio carattere, a volte intrattabile come un riccio, e della mia insonnia, quella vera, che non ti fa un regalo se non ti vede dormire da due giorni. Niente di poetico. Solo la verità nuda e cruda di un corpo che ha già percorso più di metà del sentiero.

Poi aspettai. Un minuto. Due. Tre. Un'attesa rotta solo dal ronzio del frigorifero nel retro. Provai a scrivere un "Ci sei ancora?", ma il messaggio non partiva. Era già rimbalzato su uno schermo grigio, senza foto.

Non ero più tra i suoi contatti.

Bloccato.

Rimasi a fissare il display per qualche secondo, con la stessa espressione di quando un turista mi chiede se vendo cartoline con i girasoli di Van Gogh. Poi posai il telefono a faccia in giù sul bancone, proprio sopra una copia della "Coscienza di Zeno".

Ero stato bloccato per aver parlato sul serio di cose da adulti. Perché, nella sua testa, "cose da adulti" voleva dire messaggi maliziosi, foto ambigue, una fuga segreta, la promessa di una notte senza regole. E invece si era trovata di fronte il bollettino dei miei acciacchi, il testamento della mia normalità di uomo qualunque. Tutti vogliono giocare, pensai, ma nessuno vuole pagare il prezzo del biglietto.

Alzai gli occhi e incrociai quelli di Giulia, la mia socia, che stava sistemando una pila di volumi sui Medici. "Tutto bene, Matteo?" mi chiese, notando la piega strana della mia bocca.

"Tutto a posto," risposi, slacciandomi il primo bottone della camicia di lino. "Stavo solo facendo un po' di chiarezza sulle priorità della vita. Quella vera."

"E quali sarebbero?" insistette lei, con la pazienza di chi è ormai abituato ai miei lunghi soliloqui.

"Il ginocchio destro," dissi, dandomi una pacca sulla gamba, "quando piove. E la gioia di stappare una birra gelata dopo aver chiuso la serranda, senza dover dare spiegazioni a nessuno."

Lei scoppiò a ridere, scuotendo la testa, e tornò ai suoi faldoni. Una risata vera, di quelle che riempiono lo spazio più di qualsiasi musica. Fuori, la luce di Firenze iniziava a tingersi d'arancio, e il barista del Caffè Letterario portava già dentro i tavolini del dehors.

Rinfilai il telefono nella tasca dei pantaloni, presi il mazzo di chiavi della saracinesca dal cassetto sotto la cassa e andai verso la porta. Giulia era ancora lì che rideva da sola, tra un Machiavelli e l'altro. Tirai giù la serranda con uno strattone secco, il metallo che raschiava sul binario come faceva ogni sera da vent'anni, e infilai il lucchetto. Nel frigo di casa, lo sapevo già, c'era una Moretti che aspettava solo me.

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