Nessuno mi ha mai chiesto scusa

Quando ho preso Ettore, avevo quarantadue anni e un mutuo da finire di pagare. Era un gatto rosso con metà orecchio sinistro mancante e una cicatrice sulla pancia che sembrava una zip. Il gattile di Matera mi aveva avvisata: sterilizzato, FIV positivo, trovato dentro un cassonetto in periferia. Gli davano sei mesi di vita. Ne ha fatti quattro, in gabbia, senza che nessuno lo guardasse due volte.

L’ho portato a casa il giorno di Santa Lucia, con un trasportino preso in prestito e tre scatolette di cibo renale che costavano quanto la mia spesa settimanale. Si è nascosto sotto la lavatrice per undici giorni. Gli parlavo seduta per terra, con la schiena contro lo sportello, raccontandogli le ricette che facevo al ristorante. Undici giorni. Poi una sera ha appoggiato il muso sul mio piede e ha chiuso gli occhi.

Da lì non ci siamo più lasciati.

Il veterinario diceva che era un miracolo se stava ancora in piedi. Io pensavo che fosse solo cocciuto. Aveva un modo tutto suo di guardare il mondo: immobile, con la coda arrotolata sulle zampe, come se stesse sempre calcolando la distanza tra le cose. Non miagolava quasi mai. Quando voleva qualcosa, si sedeva davanti alla finestra e aspettava che capissi da sola.

Poi è arrivata la notte di metà gennaio.

Erano le due e undici. Lo so perché stavo guardando un documentario sui vulcani e lo stavo guardando con un occhio solo, mezza addormentata sul divano. La porta-finestra del terrazzo era socchiusa – l’aria di Matera era gelida, odorava di legna bruciata e di tufo bagnato. Ettore era uscito un’ora prima, come faceva sempre, saltando sul muretto e sparendo nel buio dei Sassi.

A un certo punto l’ho visto rientrare.

Camminava in quel modo lento che hanno i gatti quando portano una preda. Pensavo a un topo, o al massimo a una lucertola intirizzita. Invece no.

Tra i denti aveva un batuffolo scuro grande quanto il mio pugno. L’ha poggiato con una delicatezza quasi esagerata sul bordo del tappeto, accanto al termosifone. Poi ha fatto un passo indietro e si è seduto. Le zampe anteriori allineate. La coda ferma.

Era un cucciolo di cane.

Nero, con le zampe anteriori bianche come se avesse i calzini. Gli occhi ancora chiusi. Respirava così piano che ho avuto paura fosse già morto. Tremava.

Mi sono chinata senza respirare. Ettore non si è mosso. Mi fissava. E nel modo in cui teneva il capo leggermente piegato, nel muso sporco di polvere, c’era qualcosa che non gli avevo mai visto prima. Una quiete assoluta. La stessa che aveva avuto quella sera, anni prima, quando aveva appoggiato il muso sul mio piede.

Non so da dove l’abbia preso. I vicini della casa accanto hanno una cagna che ha partorito tre settimane prima, ma il muro è alto due metri e mezzo. Forse qualcuno l’ha abbandonato nei vicoli. Forse Ettore l’ha trovato tra i cartoni dietro la chiesa di Santa Lucia. Il giorno in cui l’avevo portato a casa era Santa Lucia: una coincidenza che mi sembrò quasi un segno. Non lo saprò mai.

Quello che so è che è rimasto lì, sul tappeto, con il cucciolo tra noi due, come se stesse aspettando una risposta.

L’ho preso in mano – stava tutto nel palmo – e l’ho avvicinato al petto. Era ghiacciato. Ettore si è alzato, ha fatto due passi, si è accucciato contro il mio fianco e ha iniziato a leccarlo. Prima il muso. Poi la pancia. Con la parte ruvida della lingua. Il cucciolo ha guaito una volta sola, un suono minuscolo che sembrava un’interferenza.

In quel momento mi sono ricordata di una cosa.

Tre anni prima, la mia coinquilina si era trasferita a Torino. Aveva lasciato detto alla portinaia che non voleva più vedermi, che avevo sbagliato tutto, che non meritavo niente. Avevo passato il Natale a casa da sola, con Ettore accoccolato sulle ginocchia, a fissare l’albero spento senza avere la forza di tirarlo giù. Lui si era addormentato così, col respiro caldo sulla mia pancia. E io avevo pensato: ecco cosa resta.

Adesso guardavo quel cucciolo. E lui.

Ettore non avrebbe mai potuto essere padre. Il suo corpo non funzionava come avrebbe dovuto. Ma se ne stava lì, con le zampe incrociate e il muso appoggiato alla mia coscia, e faceva l’unica cosa che aveva imparato da me senza che gliel’avessi mai insegnata: teneva qualcuno al caldo mentre fuori era inverno.

Ho riso. Da sola, nel buio del salotto, con gli occhi che pizzicavano. Ho riso perché un gatto rosso con mezzo orecchio e un’immunodeficienza aveva portato a casa un cane neonato, e lo trattava come se fosse suo, e io non avevo nessuno con cui condividere quella cosa, eppure mi sembrava la notte più piena della mia vita.

Lo abbiamo chiamato Livio.

La mattina dopo sono corsa dal veterinario. Aveva una leggera ipotermia ma stava bene. Gli ho comprato il latte in polvere, il biberon, una copertina che costava più del mio piumino. Ettore non lo perdeva d’occhio un secondo. Dormivano insieme nella cuccia – lui lo avvolgeva con la coda e Livio affondava il muso nel suo pelo rossiccio, cercando qualcosa che assomigliasse a una madre.

Due settimane dopo ha aperto gli occhi. Erano color miele.

Ora Livio ha quasi un anno. Sono trascorsi dodici mesi precisi da quella notte di gennaio. È un bastardino con le orecchie a punta e una coda che spazza via i soprammobili. Ettore gli ha insegnato a bere dalla ciotola dell’acqua, a sedersi davanti alla finestra per guardare le rondini, a non avere fretta. Il cane aspetta che il gatto finisca di mangiare prima di toccare la sua pappa – e giuro su Dio che è vero. Quando torno dal lavoro li trovo sempre nella stessa posizione: Ettore sdraiato sul davanzale, Livio per terra, con il muso appoggiato allo stipite, che lo guarda dall’alto.

Ogni tanto mi tornava in mente la mia vecchia coinquilina, le sue accuse mai ritirate, quel «non meriti niente» che non era mai diventato una scusa. Ma il vuoto di allora si era riempito di zampe e di code, e non mi mancava nient’altro.

Qualche sera fa ero in terrazzo a stendere il bucato. Faceva freddo, il vento di febbraio che arriva dalla Murgia sa ancora di inverno. Livio dormiva sul tappeto. Ettore gli si è avvicinato senza far rumore, gli ha dato una leccata sul muso e si è accucciato accanto a lui.

Nessuno dei due ha emesso un suono.

Ripensai per un istante alla coinquilina, alle parole che non si erano mai trasformate in scuse. Ma il lenzuolo mi scappò di mano, si gonfiò nel vento e ci coprì tutti e tre, bianco e freddo. Non mi mossi.

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