Un anno fa casa nostra puzzava ancora di stucco fresco. Eravamo nella nuova villetta a schiera a Bologna, zona San Donato. Settembre, le finestre aperte, il rumore dei motorini che sfrecciavano in via Mondo. Mio fratello Nicola dormiva nella tavernetta da quasi due anni — senza pagare un euro, s'intende. Io e Chiara avevamo preso quel mutuo al 90% e se non fosse stato per i suoi genitori, Mario ed Emilia, non avremmo mai coperto l'anticipo con una banca che ci guardava come due ragazzini incoscienti. Cinquantamila euro. Cinquanta. Messi lì da due pensionati della provincia di Modena che avevano venduto un piccolo terreno agricolo.
Chiara, architetto. Io, Alessandro, responsabile di magazzino in una cooperativa. E Nicola, mio fratello, che dopo aver perso l'ennesimo lavoro stagionale a Riccione si presentò con due valigie sfondate dicendo: "Solo per qualche mese, Ale'. Il tempo di rimettermi in piedi."
Quel "qualche mese" diventò ventitré. Nicola si alzava alle undici, fumava nella tavernetta benché fosse vietato, mangiava dal nostro frigo. Chiara stringeva i denti. Io cercavo di mediare — "è mio fratello, amore, gli serve tempo". La pace in casa era un castello di carte. Bastava un gradino scricchiolante nel corridoio per farlo crollare.
Il 14 ottobre dovevano arrivare Mario ed Emilia. Mario non si muoveva bene — un'operazione al ginocchio che lo faceva camminare con un bastone. Gli avevamo promesso la stanza degli ospiti, al piano terra, quella con il bagno attrezzato. Ma il 12 ottobre, mentre ero ancora in magazzino a fare l'inventario, successe quello che mi fece male allo stomaco come un calcio.
Chiara mi telefonò. Voce piatta — quando è piatta, è peggio di quando urla.
"Tu lo sapevi che Nicola ha deciso di mandare i miei in albergo?"
Io lo sapevo. Oddio, lo sapevo. Nicola mi aveva detto due sere prima: "Ale', se vengono i suoceri io non ce la faccio, ho bisogno di spazio, sto cercando lavoro online, devo concentrarmi." E io — stupido, cieco, codardo — gli avevo detto: "Va bene, troviamo una soluzione." La soluzione era stata prenotare due notti al Best Western di via Marco Polo, spendendo quattrocento euro da una carta di credito che avevo quasi esaurito.
Non l'avevo detto a Chiara. Le avevo mentito. O meglio, avevo "rimandato" la conversazione. Aspettavo il momento giusto, ma il momento giusto per dire a tua moglie che sua suocera — scherzo — che sua madre dormirà in un albergo di periferia mentre un trentacinquenne fannullone occupa una stanza gratis non esiste. Semplicemente non esiste.
Chiara tornò a casa alle sette di sera. Nel frattempo Mario ed Emilia avevano già preso un taxi e si erano sistemati in albergo. Quando entrò nel soggiorno, Nicola era sul divano a guardare "Striscia la notizia" con un pacchetto di patatine aperto sulla pancia.
"Perché l'hai fatto?" chiese Chiara. Non urlava, no. Parlava come se avesse un vetro rotto in gola.
Nicola alzò appena lo sguardo. "Perché ho bisogno di stare tranquillo. Loro possono permettersi una stanza."
Chiara gli ricordò i cinquantamila euro dell'anticipo. Nicola scrollò le spalle: "Roba di anni fa. E poi i soldi li hai dati a voi, mica a me."
Fu lì che intervenni. Avrei dovuto dire qualcosa di forte, di definitivo. Invece dissi: "Amore, ho preferito evitare un conflitto. Sai com'è Nicola… non volevo che i tuoi assistessero a una discussione."
Chiara mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. Non rispose. Non pianse. Andò in camera da letto, aprì l'armadio, prese una valigia che non usavamo dal viaggio di nozze a Malta e cominciò a metterci dentro vestiti e il computer.
"Vado dai miei."
"Chiara, aspetta… li ho già pagati tre notti. Non è così terribile."
Lei si fermò sulla porta. Aveva le chiavi della macchina in mano. "Hai pagato. Hai pagato per umiliare mia madre e mio padre nella casa che loro hanno reso possibile. E hai chiesto a tuo fratello — a tuo fratello — il permesso."
La porta si chiuse. Nicola cambiò canale. Io rimasi in piedi, con il telecomando della televisione che ronzava sul pavimento — era caduto e non me n'ero accorto.
Quella notte non dormii. Chiamai Chiara quattordici volte, scrisse solo un messaggio: "Smettila." Mario mi inviò una foto, alle due del mattino: Chiara dormiva sul letto della loro stanza, abbracciata a sua madre. Il televisore acceso su Rai News. Sotto, una riga: "Domani parleremo."
La sala colazioni del Best Western. Le sei e mezza del mattino, odore di caffè e brioche industriali. Mario era seduto vicino alla finestra che dava sul parcheggio. Aveva il bastone appoggiato al tavolo, Emilia versava il latte. Chiara era con loro, la faccia come quando si è dormito poco e male.
Entrai con Nicola. Glielo avevo detto alle cinque, buttandogli la borsa sul letto: "Ti vesti e vieni con me. Subito."
Lui farfugliava: "Ma cosa faccio lì? Non gli devo niente."
Mi voltai, e per la prima volta da quando eravamo cresciuti insieme nella casa di San Lazzaro, lo guardai come si guarda un uomo a cui non importa niente di te. "Hai vissuto gratis per due anni in una casa che non è tua. Devi loro un minimo di decenza."
Arrivammo. Mi avvicinai per primo al tavolo. Mario non alzò la testa. Emilia, invece, mi guardò dritto negli occhi.
"Signora… signor Mario. Ho sbagliato. Non dovevo permetterlo. Non dovevo nasconderlo a Chiara. Non dovevo mettere il silenzio prima del rispetto che vi devo."
Emilia poggiò il cucchiaino sul piattino. "Ti abbiamo dato quei soldi perché pensavamo che tu saresti stato un uomo capace di difendere nostra figlia. Anche da tuo fratello."
Nicola stava in piedi due metri dietro di me, le mani in tasca, lo sguardo sul pavimento. Silenzio. Io mi girai e gli feci cenno. Lui fece un passo avanti, poi un altro. Disse: "Mi dispiace."
Nient'altro. "Mi dispiace."
Mario prese il bastone e ci si appoggiò per alzarsi. "Ti dispiace per cosa? Per averci mandati via, o per il fatto che adesso non avrai più la tavernetta gratis?"
A Nicola andò di traverso. Non si aspettava che il vecchio parlasse così. Balbettò: "Io… avevo paura di perdere la camera se arrivavate voi."
Mario annuì. "L'hai detto. Era paura. Ma quella camera non è mai stata tua. Era un aiuto. E quando ci si dimentica la differenza, si fanno danni."
Fu a quel punto che parlai di nuovo. "Stamattina ho preparato le valigie di Nicola. Gli ho pagato una stanza in questa stessa struttura per tre notti. Poi dovrà cavarsela da solo. Ho già chiamato un nostro cugino a Ferrara — ha un divano libero se serve."
Nicola mi guardò come se l'avessi pugnalato. Non lo avevo avvertito. Non lo avevo fatto apposta. Era un impulso, nato alle quattro del mattino quando in camera da letto, da solo, avevo aperto il cassetto e visto un vecchio portachiavi che mi aveva regalato Chiara quando ancora vivevamo in affitto a Casalecchio. Un cuoricino di legno. "Casa è dove abbiamo le chiavi insieme."
Chiara non mi perdonò subito. Tornò a casa la settimana dopo, quando Nicola se n'era già andato e la tavernetta era stata svuotata, lavata, areata. Ma non mi baciò per due settimane. Dormivamo nello stesso letto come due sopravvissuti. Io preparavo la cena ogni sera, lei mangiava in silenzio. Il castello di carte era crollato — e non potevo più incollarlo con le scuse. Dovevo ricostruire dalla fondamenta, lentamente.
Le cose cambiarono quando smisi di chiedere "mi perdoni?" e iniziai a chiedere "che cosa vuoi che faccia oggi per noi?". Cambiarono quando smisi di essere il fratello di Nicola e tornai a essere il marito di Chiara.
Tre mesi dopo, era gennaio. Faceva un freddo cane, di quel freddo secco che a Bologna ti entra nelle ossa. Mario ed Emilia tornarono. Stavolta io andai a prenderli all'aeroporto Marconi da solo — con la Panda scassata, quella che usavamo solo per le commissioni. La stanza degli ospiti era pronta, con un vaso di fresie che Emilia amava. Il bagno pulito, l'appoggiamano nuovo vicino al water per Mario. Nicola non c'era. Non ci sarebbe più stato.
A pranzo mangiammo i tortellini in brodo fatti da Chiara. Mario dopo il caffè sorrise per la prima volta dopo mesi, guardò il piatto vuoto e disse: "Finalmente si sente odore di casa."
Emilia gli toccò la mano. Chiara mi guardò da sopra la tazzina e quasi — quasi sorrise. Mia suocera si girò verso di me. "Non hai ancora imparato a fare il brodo come si deve."
E nessuno rise. Ma era il silenzio giusto, quello in cui stiamo tutti insieme e non ci dobbiamo dire niente.
