Il campanello suonò alle dieci e mezza di mattina, un trillo secco che fece vibrare la targhetta di ottone con scritto «Rossi» appesa alla porta. Chiara stava versando il latte tiepido nel biberon di Alice. Si bloccò con il cartoccio a mezz’aria. Non aspettava nessuno, tantomeno di giovedì, quando il mercato rionale di via San Martino ai Monti ingoiava l’intero quartiere.
Posò il biberon sul tavolo, si asciugò le mani nel grembiule a scacchi e andò ad aprire. Sul pianerottolo, con la borsa di finta pelle appesa al braccio e una piega amara agli angoli della bocca, c’era la signora Luciana Bianchi. La sua ex suocera.
Due anni e quattro mesi. Tanto era passato dall’ultima volta che aveva visto quella sagoma in controluce. L’ultima volta era stata sulla porta di un trilocale in periferia, quando la stessa donna le aveva messo in mano una borsa con dentro due maglioni e l’ecografia della dodicesima settimana, dicendo: «Matteo ha bisogno di respirare. Tu sei solo un peso.»
Ora la signora Luciana stava lì, con lo stesso foulard blu annodato al collo e le scarpe basse da impiegata delle poste. Puzzava di naftalina e di autobus, il 64 che da Termini arriva fino a San Pietro. Chiara notò che stringeva un foglio ripiegato, umido di sudore.
«Chiara, devo parlarti.» La voce le tremava in modo strano, come se avesse corso. «Di mia nipote. Dei soldi che ti servono. Sono pur sempre sua nonna.»
Chiara si appoggiò allo stipite. L’intonaco era ancora umido per l’ultima infiltrazione d’acqua dell’inverno scorso. Sentì il calore del termosifone spento alle sue spalle, il ronzio della lavatrice che centrifugava in cucina. Guardò la donna e non provò niente. Né rabbia, né soddisfazione. Solo una stanchezza secca dietro gli occhi.
«Non mi servi soldi, signora. Può tenerseli.»
«Ma se ti hanno parlato tutti! La bambina ha quel problema al cuore, l’ho saputo da Donatella, quella che lavora all’anagrafe. So che hai bisogno di ventimila euro. Io e Matteo possiamo…»
Chiara rise. Un suono corto, senza gioia. Alice, seduta sul tappeto di corda, alzò la testa dal suo disegno e la guardò con due occhi tondi color nocciola, identici a quelli del padre. Aveva in mano un pastello verde e stava colorando un albero senza tronco, solo una nuvola informe.
«Donatella le ha detto anche come ho raccolto quei soldi? Dieci ore al panificio, più le consegne di pizze la sera. Per due anni. Mentre suo figlio portava i figli dell’amante al parco giochi di Villa Borghese e mi faceva recapitare dall’avvocato un foglio in cui mi chiedeva di ‘non creare ostacoli’. Si ricorda, signora? Lei era seduta accanto a lui, quel giorno in cucina. Aveva detto che quella vedova con la pizzeria era ‘una donna perbene, non come certe sciacquette che aprono le gambe per farsi mantenere’. Citazione esatta.»
Il volto della signora Luciana si contrasse. Il foglio nella sua mano si accartocciò. Aprì la bocca per ribattere, ma Chiara alzò una mano.
«Aspetti. Visto che è qui, facciamo una cosa.» Si voltò, prese il cellulare dalla mensola, lo sbloccò e lo tese verso la suocera. «Chiami Matteo. Adesso. Metta in vivavoce.»
La donna la fissò come se avesse tirato fuori un serpente. «Cosa vuoi…»
«Voglio che gli dica, davanti a me, che quello che avete fatto è stato uno schifo. Che mi avete scaricata incinta in mezzo a una strada a dicembre, con la scusa che lui ‘doveva ritrovare sé stesso’. Che lei, quel giorno, mi ha strappato le chiavi di casa dalle mani e mi ha augurato di crescere la bambina da sola. Lo faccia. E poi, forse, la faccio entrare.»
Sul tappeto, Alice premette il pastello così forte che la punta si spezzò. Un pezzetto verde schizzò sul parquet e rotolò sotto il divano. La bambina lo guardò sparire e non disse niente. Si rimise a disegnare, come se la presenza di quell’estranea non la riguardasse.
La signora Luciana non prese il telefono. Continuava a fissare lo schermo acceso, le dita aggrappate alla borsa, le nocche bianche.
«Non puoi chiedermi questo. Non puoi tenerla fuori dalla nostra vita. È sangue nostro!»
«Sangue?» Chiara ritirò il cellulare e lo poggiò sulla mensola con un colpo secco. «Alice Rossi è nata alle 4:03 del mattino del 18 maggio. Per registrarla all’anagrafe ci ho messo due giorni perché mi hanno chiesto il consenso del padre e io non sapevo nemmeno dove fosse. Quando ho detto che il padre non era presente, l’impiegata mi ha guardato con compatimento e mi ha detto: ‘Un’altra.’ L’ho segnata come figlia di madre sola. Suo figlio non c’è, sui documenti. E sa perché? Perché non è mai venuto. Dov’era mentre io vomitavo in un bagno del reparto maternità intasato? Dov’era quando Alice ha avuto la sua prima otite a tre mesi e io non avevo soldi per il taxi? A cena dalla nuova compagna, a farsi passare per il salvatore di due orfani già cresciuti. Mi dica, signora, dov’era il sangue quel giorno?»
La donna non rispose. I suoi occhi guizzarono oltre la spalla di Chiara, verso il soggiorno minuscolo con la parete piena di disegni attaccati con lo scotch, la libreria Ikea piena di scatole di pennarelli, il calendario del Comune appeso al muro con le date dei controlli pediatrici sottolineate in rosso. Un mondo intero costruito con le unghie, senza di loro.
«Fammi entrare. Ti prego.» La voce della signora Luciana si era fatta sottile come un filo di rame. «Matteo non sta bene. No, non è malato, ma… quella donna lo ha lasciato. Dice che lui non è abbastanza per i suoi figli. Ha perso tutto, anche la pizzeria. Piange la notte. Vorrebbe vedere la bambina. È suo padre, in fondo.»
Chiara scosse la testa lentamente. Si passò una mano sui capelli raccolti in una coda disordinata. Sentiva ancora l’odore del lievito madre sulle dita, quel misto di farina e miele che le ricordava il panificio di via Panisperna. Un giorno, forse, si sarebbe aperta un forno tutto suo. O forse no. Di sicuro non aveva più spazio per le lacrime di un uomo che non aveva mai saputo proteggerla.
«No, signora. Non è suo padre. È un estraneo che ha smesso di esserlo quando ha firmato le carte senza leggere. Io non ho mai chiesto la decadenza della potestà: lui rinunciò da solo, andando via. E lei lo ha aiutato. Mi ricordo la frase esatta: ‘Così impari a non metterti in mezzo.’»
La signora Luciana abbassò lo sguardo. Si morse il labbro inferiore, un gesto che Chiara le aveva visto fare mille volte quando mentiva al telefono con le amiche del circolo di quartiere. Poi, all’improvviso, allungò una mano verso la maniglia, come se volesse aggrapparsi.
«C’è un’operazione da fare. Lo so, me l’hanno detto in ospedale, tramite il medico di base. Il difetto interatriale. Vi serve quella clinica di Bologna. Sei mesi di lista d’attesa, a meno che… Ecco, io ho messo via dei soldi. Mio, non di Matteo. Cinquemila euro. Erano per il funerale di mia sorella, che poi ha cambiato idea e ha preferito la cremazione. Posso darteli. Subito. Senza condizioni. Non voglio nemmeno vedere la bambina, se non vuoi. Ma prendili.»
Chiara guardò la mano tesa, il foglio spiegazzato che ora si vedeva bene: era un estratto conto. L’inchiostro blu della banca riluceva sotto la luce gialla del pianerottolo. Cinquemila tondi, accreditati il giorno prima. Un gesto che, in due anni di silenzio, quella donna non aveva mai tentato.
Per un istante, nella testa di Chiara balenò l’immagine della piccola Alice addormentata sul lettino della sala operatoria, con gli elettrodi sul petto. Poi l’immagine cambiò: era lei, incinta di sette mesi, seduta su una panchina dei giardinetti di piazza Dante, con una valigia ai piedi e un messaggio sul cellulare: «Non cercarmi più.»
«Riprenda i suoi soldi, signora.» La voce di Chiara era calma, quasi dolce. «Li versi sul conto di suo figlio, che magari gli servono per pagare le rate della macchina nuova. Qui dentro, vede quella bambina?» Indicò Alice, che ora stava infilando un pastello rosso dentro un barattolo vuoto di Nutella. «Quella bambina ha una madre che non si è mai fermata. Ho fatto tre lavori. Ho chiesto un prestito al Banco di Credito Popolare, sì, lo so che gli interessi sono alti, ma a maggio il debito è finito. L’operazione l’abbiamo già prenotata. Con i miei soldi. Con il mio sudore. Non con il vostro rimorso di mezza estate.»
La signora Luciana aprì la bocca, ma nessun suono uscì. Rimase lì, impalata, con la mano ancora sospesa a mezz’aria e il foglio dell’estratto conto che adesso penzolava inerme.
«Addio, signora.» Chiara chiuse la porta. La chiave girò due volte, con uno scatto metallico che riecheggiò nella tromba delle scale.
Rimase ferma un momento in corridoio, la schiena contro il legno. Ascoltò i passi della donna che scendevano le scale di marmo, un gradino dopo l’altro, lenti. Poi il portone che si apriva e si richiudeva, inghiottendo il rumore del traffico di via Cavour.
Alice si avvicinò a piedi nudi, reggendo in mano il foglio del suo disegno. Ora l’albero senza tronco aveva accanto una figura piccola con due occhi sproporzionati e un sorriso sbilenco.
«Mammina, questa sei tu.» Puntò il ditino sporco di colore sulla figura.
Chiara la prese in braccio e la strinse forte, nascondendo il viso tra i suoi riccioli castani che sapevano di biscotti al miele. Sul davanzale della finestra, un piccione beccava briciole di pane secco rimaste dalla colazione. In lontananza, le campane della chiesa di Santa Maria Maggiore batterono le undici. Dieci rintocchi precisi, che si sparsero sui tetti del rione Monti come una promessa mantenuta.
Alice posò la testa sulla spalla di sua madre e cominciò a canticchiare una melodia stonata, inventata lì per lì. Chiara chiuse gli occhi. Sentiva ancora l’odore di naftalina e autobus mescolarsi a quello di casa sua: caffè, farina e tempera. La porta era chiusa. Per sempre.
