Il Don Chisciotte di Bologna

Lo chiamavano così le comari del quartiere Saragozza. Un uomo sulla quarantina, trasferitosi da poco in quel condominio popolare con i balconi perennemente pieni di panni stesi. Non beveva vino sfuso con i pensionati al circolo, non portava donne in casa, non si lamentava mai del governo seduto sulla panchina. Un tipo strano. Un mattoide. Sicuramente uno con la testa partita.

Quello che le comari non sapevano, e che mai avrebbero potuto immaginare dietro il loro muro di pettegolezzi, era la verità. Semplice e feroce come una lama. Otto anni prima, un incidente sull’Autostrada del Sole gli aveva portato via tutto. Sua moglie Chiara, la piccola Anita, e Luca, il primogenito che adorava i gatti. In un solo, maledetto istante. Lui era sopravvissuto. Uscito dall’ospedale con tre costole rotte e un buco nero al posto del cuore. Rimasto solo, aveva venduto la bella villetta a schiera sui colli e si era comprato quel buco di due stanze al piano terra, in via della Beverara. Un posto anonimo dove i muri non parlavano, dove le stanze non riecheggiavano di risate infantili. Tutto qui.

Tutto, tranne una cosa. Un tarlo che gli era rimasto conficcato nell’anima. Quando vedeva un randagio, un gatto spelacchiato o un cane con le costole visibili, doveva fermarsi. Non poteva passare oltre. Era un imperativo. Comprava scatolette di tonno al supermercato, croccantini, sacchetti di pane secco. E li nutriva. In silenzio, accovacciato sui sampietrini, mentre la città rombava indifferente intorno a lui. In quel gesto, nella riconoscenza liquida di quegli occhi abbandonati, rivedeva lo sguardo di suo figlio Luca mentre accarezzava la loro vecchia gatta soriana. Era l’unico momento in cui il rombo del traffico nella sua testa si spegneva.

Questo suo vagabondare con buste piene di cibo per animali mandava in bestia i residenti. Soprattutto il signor Galli, un omone dal collo taurino che gestiva un’officina lì vicino. «Se trovo un altro gatto davanti al mio garage, le prendi!» gli aveva urlato una sera, bloccandolo contro il muro. Non lo toccò. Fu un errore. L’uomo che tutti chiamavano Don Chisciotte non batté ciglio. Lo guardò con due occhi che non promettevano niente di buono. Perché prima del baratro, prima dell’incidente, prima della vita borghese con giardino, quell’uomo era stato un incursore del Col Moschin. E chi prova ad alzare le mani su un ex incursore, di solito finisce al pronto soccorso del Maggiore con lo zigomo spaccato. Fu una lezione rapida, violenta e silenziosa che gelò il sangue a tutti i presenti. I carabinieri non vennero mai, e nessuno ebbe il coraggio di sporgere denuncia: Galli era già noto per le sue prepotenze, e lo sguardo di quel tizio non ammetteva repliche.

Era intoccabile, ecco cos’era. E questo rendeva il suo sorriso, quel maledetto sorriso tranquillo con cui rispondeva agli insulti delle vecchie sulla panchina, ancora più insopportabile. Non si arrabbiava mai. Passava, con il suo passo calmo, una carezza a un meticcio spelacchiato, e regalava un sorriso a chi lo malediceva. Le comari avrebbero voluto uno scandalo, urla, improperi. E invece niente. Solo quella pace irritante da santo laico o da povero folle.

Poi venne la sera della caduta. Non fu un incidente. Era un sabato, il figlio scapestrato del signor Galli aveva alzato il gomito con gli amici proprio vicino ai portici del Meloncello. Vide il «Don Chisciotte» uscire dal portone con il suo solito sacchetto, e gli allungò sgraziatamente una gamba. «Oplà». Una spinta, un volo di due metri sui gradini di marmo, e un tonfo sordo. Silenzio. Poi un dolore lancinante, bianco, che partiva dalla tibia destra e risaliva fino alla nuca. Femore rotto. Pulito.

Passò due settimane all’Ospedale Rizzoli, fissando il soffitto. Quando tornò a casa, con le stampelle e un gesso che pesava come una condanna, il mondo si era rimpicciolito. Fare la spesa era un’odissea. Quel pomeriggio, sudato e con la faccia grigia, era fermo davanti agli scaffali della Coop a fissare un pacco di pasta come se fosse un geroglifico. Non sapeva come portarlo a casa. Fu lì che la signora Elvira, la capobastone delle pettegole dietro il banco della frutta, lo vide. La stessa che lo chiamava «il mentecatto». Rimase a guardarlo per un lungo minuto, la borsa della spesa appesa al braccio ossuto.

Poi, sbuffando come un gatto infastidito, borbottò: «Se Dio ti vuole punire, ti toglie la ragione e ti rompe pure le gambe». Gli strappò il pacco di pasta dalle mani, lo mise nella sua borsa, gli prese l’altro sacchetto e, senza troppi complimenti, lo riportò a casa. Più che aiutarlo, sembrava stesse affrontando una scocciatura cosmica. Entrò nel suo minuscolo appartamento, lo squadrò con disprezzo, borbottò qualcosa sul fatto che sembrava la tana di uno zingaro, e poi, inaspettatamente, prese uno strofinaccio. Gli preparò una pasta al pomodoro, spolverò i mobili, lavò i piatti che stavano nel lavello da due giorni.

«Lei è completamente fuori», gli disse, piazzandogli davanti il piatto fumante. «Dammi le chiavi di casa. Tanto io non ho niente da fare se non sentire quelle beghine sulla panchina. Domani torno e ti sistemo la cucina». Lui la guardò, inebetito. Poi balbettò, stringendo le stampelle: «Signora, mi faccia un favore… il favore più grande. Non si tratta di me». Si fermò, deglutendo. «Sul retro del portone, c’è un vecchio baule. Dentro c’è del cibo per cani e gatti. Loro non possono mangiare solo quando ricresco l’osso. Due volte al giorno. È l’unica cosa che mi fa… andare avanti».

Elvira lo fissò come se gli fossero spuntate le antenne. «Ma tu sei un Don Chisciotte scemo!» sbottò. Prese le chiavi che lui le porgeva e, come un agente segreto sotto copertura, iniziò la sua doppia vita. All’alba, quando le strade erano ancora vuote e le saracinesche abbassate, sgusciava fuori con una busta di carta e si inginocchiava accanto al portone, piazzando crocchette e ciotole d’acqua. La sera, dopo il tramonto, la stessa scena, guardandosi le spalle per non essere vista dalle amiche del circolo della panchina. Scoprì, con enorme sorpresa, che quei musi sporchi che prima detestava cominciavano a riconoscerla. Un gattone rosso le si strusciava sulle gambe, una cagnetta zoppa scodinzolava al suo arrivo. D’improvviso, le infinite ore passate a spettegolare sulle vite altrui le sembravano un vuoto disperato, un ingranaggio arrugginito. Lei aveva una missione, adesso. E doveva tenerla nascosta alle sue amiche come un vergognoso segreto. «Che ridere, Elvira che dà da mangiare ai gatti, quella che voleva avvelenarli!», ridacchiavano a volte senza sapere, e lei doveva far finta di niente, fingere noia mortale, mentre dentro le ribolliva un’inaspettata, infantile euforia.

Passò un mese. L’uomo con la barba incolta e un bastone da passeggio ricominciò a uscire. Le vecchie lo accolsero con il solito sarcasmo. «Allora, eroe, cosa ti ha detto Dio per punirti delle crocchette?». Lui non rispondeva, come sempre. Sorrideva. Ma questa volta non fu solo. La signora Elvira si alzò dalla panchina come una molla. «State zitte, voi!», sibilò con una furia che nessuno le conosceva. «Voi non siete degne neanche di raccogliere la merda che lui calpesta!». Il silenzio che seguì fu più rumoroso di un tuono. Elvira, la più velenosa, lo difendeva? Lo scandalo durò un mese intero. E intanto, la gamba guariva.

Fu in una sera umida di novembre, tornando tardi dal lavoro, che lo vide. Un barbone vecchissimo, raggomitolato su un mucchio di cartoni proprio accanto alle panchine deserte. La prima tramontana gli tagliava la faccia. Indossava solo una logora giacca di cotone chiaro, ed era livido dal freddo, scosso da un tremore continuo.

L’uomo si fermò. Si sfilò il suo giaccone pesante, un bel montone rivestito di pelle, e lo posò sulle spalle del vecchio. «Tenga, nonno. Io abito qui dietro, ne ho un altro». Il barbone alzò lentamente il viso. Era un groviglio di rughe, di barba incolta e sporcizia. Ma gli occhi. Due occhi enormi, di un celeste innaturale, trasparenti come il vetro di Murano, che sembravano appartenere a un’altra faccia, a un’anima diversa.

«Me la prendo la tua giacca, figlio mio», mormorò il vecchio. Aveva una voce roca, ma sorprendentemente ferma. «Però la prendo solo a un patto». Fece una pausa, fissandolo con quegli occhi siderali. «Tu devi prendere la mia». E cominciò a sfilarsi il suo liso giacchino di cotone, pieno di rammendi. «C’è un regalo per te, là dentro, nella tasca interna. Non cercarlo ora. Cercalo quando il vento girerà».

Lui rimase impietrito. Si scambiarono i giacconi lì, sotto la luce arancione del lampione. Quello buono, spesso, caldo, in cambio di uno straccio leggero che puzzava di pioggia e vita passata. Lo fece senza dire una parola. Tornò a casa, appese il giacchino lacero all’attaccapanni, e se ne dimenticò. La sera lo guardava, a volte, ma non osava toccarlo. Aveva paura di quel «regalo».

Passarono settimane. Una sera di dicembre, all’improvviso, il vento girò. La tramontana gelida che aveva tormentato la città cedette a uno scirocco tiepido e umido, facendo sbattere le persiane. Lui si ricordò delle parole del barbone. Accese il televisore quasi senza motivo, giusto per il rumore, e si imbatté nel telegiornale regionale. L’annunciatrice stava leggendo i sei numeri del SuperEnalotto. Li ascoltò distrattamente, poi si immobilizzò. Quei numeri gli sembravano stranamente familiari. Un brivido gli corse lungo la schiena, la stessa che aveva provata anni fa in una missione ad alto rischio. Erano il giorno e il mese dell’incidente, l’anno spezzato in due coppie, e il chilometro autostradale dove tutto era finito. Si alzò, il cuore in gola. Si avvicinò al giacchino. Infilò la mano nel taschino interno. Sentì della carta stropicciata. Tirò fuori un foglietto piegato mille volte, quasi sul punto di sbriciolarsi. Era un biglietto della lotteria. Lo lisciò sul tavolo e guardò i sei numeri stampati. Erano gli stessi che avevano appena letto alla televisione.

Il resto fu un terremoto silenzioso. Vincita multimilionaria. Bonifici. Commercialisti in giacca e cravatta che lo chiamavano «signor Ricci». Lui non cambiò di una virgola. Prese solo le stampelle, uscì, e andò a cercare Elvira a casa sua. Le mise in mano un mazzo di chiavi nuove di zecca e un atto notarile.

Lei guardò il foglio, guardò le chiavi, guardò lui. «Un appartamento in centro? In via D’Azeglio?» sussurrò. Poi lo guardò dritto in faccia. «Sei sempre un Don Chisciotte e un povero scemo», gli disse. E scoppiò a piangere come una bambina, senza più ritegno, con le lacrime che le rigavano le guance e bagnavano il rogito.

Passarono i giorni. Lui non smise di cercare il vecchio. Tornò sotto il portico del Meloncello, dove il lampione arancione proiettava ancora la sua luce sui sampietrini. Trovò solo un mucchio di cartoni schiacciati dalla pioggia. Si chinò. Tra le pieghe, spuntava un foglietto ingiallito. Lo raccolse. C’erano scritti a matita sei numeri, gli stessi del biglietto. Sotto, con una grafia incerta, una frase: «Per Luca». Accanto, il disegno di un gatto.

L’uomo rimase immobile, la gola serrata. Poi si inginocchiò, aprì il suo sacchetto e posò una ciotola d’acqua proprio lì. Un gatto rosso uscì dall’ombra e gli si strusciò sulle ginocchia, facendo le fusa. Lui lo accarezzò piano, mentre il vento continuava a girare, quieto, tra i portici di Bologna.

Like this post? Please share to your friends:
Mass Effect
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: