Ricominciare in quattro zampe

Leone fissava la porta chiusa alle spalle di Chiara. Nell'aria aleggiava ancora il suo profumo, misto all'odore di cartone dei tre scatoloni che aveva portato via. Sul pavimento del corridoio, una coda sottile battagliava contro il silenzio con un ticchettio nervoso.

— E Oscar? — le aveva chiesto lui, con la voce già sconfitta, vedendola infilarsi la borsa a tracolla senza nemmeno degnare di uno sguardo il piccolo chihuahua accucciato vicino allo stuoino.

Lei si era voltata, un sopracciglio perfettamente disegnato sollevato in un'espressione di puro fastidio. — Oscar? Ti prego, Leo. Io ricomincio da capo. Te lo tieni tu, è un tuo problema. Ti servirà per ricordarti di me.

Aveva riso, una risata secca che strideva con le lacrime che Leo sentiva premere dietro gli occhi. Non per lei, ormai no. Ma per quell'esserino di neanche due chili che la guardava con una devozione assoluta, senza capire che la sua persona preferita al mondo lo stava abbandonando sullo zerbino di casa come un pacco indesiderato.

Oscar era stato il regalo per i suoi ventotto anni. Una palla di pelo color miele con due occhi che sembravano bottoni di vetro scuro. Chiara aveva postato centinaia di storie mentre scartava la scatola rosa, strillando di gioia. Lo portava ovunque, vestito con maglioncini firmati, trasformandolo nel suo accessorio migliore. Almeno finché non aveva iniziato a vergognarsene.

Il problema era che Oscar aveva un carattere che cozzava con l'idea di "cane da salotto" che lei si era fatta. Era pauroso. Si agitava se uno sconosciuto allungava una mano, scappava sotto il tavolino al minimo rumore improvviso, e aveva un terrore folle dei piccioni. Un disastro di cane per una donna che voleva un trofeo vivente da sfoggiare agli aperitivi.

Così, dopo i primi mesi di entusiasmo, era diventato invisibile ai suoi occhi. Era stato Leone a portarlo fuori la mattina presto, prima di andare in ufficio a fare il grafico freelance al computer. Era lui a comprargli le crocchette, a pulire la cuccia quando la notte, per un temporale, il piccolo si faceva la pipì addosso dalla paura.

Era stato lui a tenerlo stretto la sera in cui Chiara aveva confessato, senza un filo di imbarazzo, la sua storia con Federico. Il suo capo. Il suo mentore. L'uomo che Leo considerava un fratello maggiore.

Quella sera avevano gridato. Lui, non lei. Lei era rimasta seduta sul divano con una calma glaciale, quasi annoiata, mentre lui dava di matto. Oscar, terrorizzato, si era infilato dietro la libreria, un posto così stretto che solo un animale disperato poteva infilarsi. Leo lo aveva ripescato dopo un'ora passata a supplicarlo di uscire, con la gola secca e il cuore a pezzi.

— Perdonami, amico. Perdonami. Ho fatto il cretino.

Il cane gli aveva leccato via una lacrima dal mento. L'unico gesto d'affetto autentico che Leo avesse ricevuto in quella casa negli ultimi sei mesi.

Dopo la separazione, la casa di Quarto Oggiaro era diventata una prigione. Troppi ricordi, troppe strade che rischiavano di incrociare la sagoma di Chiara e del suo nuovo compagno. A peggiorare le cose, la depressione canina. Oscar aveva smesso di mangiare. Passava le giornate sul davanzale della finestra, con il muso rivolto verso la strada, ad aspettare un ritorno che non sarebbe mai avvenuto. Non abbaiava più. Non si avvicinava alla porta per le passeggiate.

Un pomeriggio, mentre lo costringeva a uscire con un trasportino preso al volo, Leone incrociò Chiara in via Foppa. Lei era seduta fuori da un bar con un cappuccino e il telefono. Oscar la vide. I suoi occhi si illuminarono per un attimo, la coda ebbe un fremito. Tirò il guinzaglio come mai aveva fatto in vita sua. E lei, cosa fece? Alzò lo sguardo, incrociò quello di Leone, poi guardò il cane. Abbassò di nuovo gli occhi sullo schermo. Come se fosse un fantasma. Come se non lo avesse mai visto.

Fu in quel preciso istante che Oscar smise di lottare. Tornò a casa, si rannicchiò sotto il divano e non uscì più. Per due giorni.

Fu allora che Leon Batté un pugno sul tavolo sbriciolando una fetta biscottata. — Oh, basta! — esclamò. Si chinò fino a vedere il musetto tremante sotto la fodera del divano. — Ascolta, nano. Io vado via. Via da questa città, via da questa gente, via da tutto. E ti avverto: vengo da solo solo se proprio insisti. Ma se vuoi venire con me, dobbiamo ricominciare tutti e due. Come se niente fosse successo. Si fa?

Un latrato. Debole, roco, ma pur sempre un latrato. E una coda che spazzolava il pavimento per la prima volta dopo settimane.

Due mesi dopo, Leone vendette il bilocale lasciatogli dai nonni, diede le dimissioni dalla piccola agenzia pubblicitaria e partì per Bologna. Un monolocale in zona Saragozza con un piccolo giardinetto condominiale proprio sotto le finestre. L'aria nuova, i portici, gli odori diversi. Per Oscar, un mondo tutto da annusare.

L'unico intoppo erano le due sentinelle all'ingresso. Bice e Pina, due vedove settantenni che di mestiere facevano le guardiane del condominio. Presidiavano la panchina sotto il tiglio armati di ventaglio e di un giudizio perenne.

— Guardi, signora Pina, è uscito il nuovo con quel cagnaccio. — Bice indicò Leone come se stesse segnalando un malvivente alla polizia. — Dicono sia una razza pericolosissima. Messicana. Piena di rabbia. Se morde i nostri gatti?

Gedeone, un soriano rosso, e Nerone, un persiano nero, i due padroni incontrastati del cortile, sonnecchiavano beatamente ignari del presunto pericolo.

— Ma che pericoloso, signora — sbuffò Leone passando. — Pesa meno di un ananas. Guardi, è terrorizzato anche dalla sua borsa della spesa.

— Lei se lo dice — ribatté Pina con sussiego. — Ma se succede qualcosa, io chiamo i vigili. Sia avvertito.

Fu questione di pochi giorni. Il tempo di un pomeriggio assolato, con le cicale che cantavano nei viali e il caldo che appiccicava le camicie alla schiena.

Nerone e Gedeone se ne stavano acquattati sotto una macchina parcheggiata, all'ombra. Oscar trotterellava al fianco di Leone, con tanto di pettorina nuova, azzurra e minuscola.

All'improvviso, dal cancello posteriore del condominio, sbucò un ragazzo sudato che reggeva a stento un dogo argentino bianco candido, muscoloso e con una testa grande come un pallone. Il cane era senza museruola e il guinzaglio gli penzolava dal collare, libero.

— Artù! Artù, fermo! — urlò il ragazzo inciampando.

Troppo tardi. Il dogo aveva fiutato i gatti. Con uno scatto fulmineo, abbaiò e si lanciò in avanti, liberandosi completamente dalla presa del padrone. Gedeone e Nerone schizzarono via come schegge, artigliando l'asfalto, ma non c'era verso. Il dogo era su di loro in un attimo. Il ragazzo urlava, Bice e Pina urlavano, Leone si chinò per afferrare Oscar.

Ma Oscar non c'era più.

La minuscola sagoma color sabbia si era messa a correre. Non verso la salvezza, non verso il portone. Ma dritta, precisa, direttamente sulla traiettoria del dogo.

Il tempo si fermò.

Il dogo argentino era a una zampata dai due gatti immobili per il terrore quando Oscar gli si piazzò davanti. Alto come un tappo di bottiglia di birra. Con le zampette anteriori piantate per terra, la schiena dritta e il petto in fuori. Contro un muro bianco di muscoli e denti aguzzi. E iniziò ad abbaiare. Con tutta l'aria che aveva nei polmoni, un abbaio isterico, straziante, acutissimo, che trafiggeva i timpani come un trapano.

Il dogo si bloccò.

Forse per la sorpresa. Forse perché in vita sua nessuno, eccetto l'umano di riferimento, aveva mai osato alzare la voce in sua presenza. Abbassò la testa, le orecchie in avanti, le narici dilatate. Fissò quel puntino isterico con totale confusione.

Oscar tremava come una foglia. Le zampe gli ballavano sotto il corpo, il cuore doveva avere il volume di una grancassa. Ma non scappò. Rimase lì, davanti ai gatti, a dire la sua fino all'ultimo fiato.

— Artù! Siediti! Giù! — Il ragazzo, paonazzo in viso, afferrò il collare del dogo e con uno strattone rabbioso glielo agganciò. Tirò via il bestione che ancora guardava all'indietro, con un verso interrogativo che sembrava un muggito.

Leone corse, con le gambe molli, e raccolse Oscar da terra. Il piccolo ansimava, la lingua di fuori, il cuore che batteva all'impazzata, ma perfettamente integro.

Un miagolio. Poi un altro. Gedeone sanguinava da una zampa, Nerone aveva il pelo ritto sul groppone, ma erano lì. Vivi. Si strusciarono contro le caviglie di Leone, guardando il chihuahua con un rispetto inedito e solenne.

— Signor Leon! — La voce di Pina era un misto di incredulità e pentimento. — Ma il suo… il suo cane… È un piccolo eroe!

Bice si sventolava nervosamente. — Non ho mai visto niente del genere in ottantadue anni.

— Avevo detto che non faceva male a una mosca — mormorò Leone, stringendosi Oscar al petto. — E ora dobbiamo curare il vostro micio. Venga, guardi la zampina.

Tre giorni dopo, il campanello di casa sua suonò. Sullo spioncino, una ragazza con due occhi nocciola enormi e un gatto nero in braccio. Nerone.

— Salve, io sono Silvia. Abito al terzo piano. Mi hanno detto che è stato il suo cane a salvare Nerone. E Gedeone della signora Bice. Volevo ringraziarla. E magari… offrirle un caffè?

La ragazza sorrise.

Quella sera, seduti al tavolino del bar sotto il portico, con Nerone e Oscar che si annusavano guardinghi sotto il tavolo, Leone raccontò tutta la storia: il trasloco, Chiara, la paura e la nuova vita.

— Non è un cane pauroso — disse Silvia grattando la testolina di Oscar. — È il cane più coraggioso che abbia mai visto. Perché essere coraggiosi non significa non avere paura. Ma farsi venire una fifa blu e decidere di farlo lo stesso.

— E tu come fai a saperlo? — chiese Leone, incantato.

— Perché io sono uguale identica — sorrise lei. — Tre chili di panico, ma quando serve, ci sono.

Uscirono dal bar che era quasi mezzanotte. Leone camminava con Oscar al guinzaglio, Silvia con Nerone in spalla, sotto una luna piena e gialla come un limone di Sicilia.

Nel cortile, Bice e Pina, che avevano assistito a tutto dalla panchina, finsero di guardare le stelle.

— L'avevo detto io che quel cagnolino portava fortuna — sussurrò Bice.

— Macché, macché — rispose Pina, annuendo soddisfatta. — Porta solo quello che uno si merita.

E dentro casa, mentre fuori le cicale tacevano e la notte bolognese si stringeva attorno al piccolo monolocale, Oscar balzò sul letto senza chiedere permesso. Si acciambellò sul cuscino di fianco a Leone e chiuse gli occhi. Per la prima volta, senza fare alcun sogno triste.

Leone spense la luce e, nel buio, sentì il peso leggero di un musetto che si appoggiava sul suo braccio. Lo accarezzò con un dito, piano piano, cercando di non svegliarlo.

— Visto, piccolo mio? — sussurrò. — Ce l'abbiamo fatta a ricominciare.

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