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Chiara entrò in ambulatorio con il fiato corto e un gatto tigrato avvolto in un maglione di lana marrone. Fuori diluviava su via de’ Bardi, e il campanello della porta – un “din-don” roco – si mescolava allo scroscio dell’acqua.

— Dottore, l’ho trovato accanto al cassonetto, non muove le zampe posteriori e ha un taglio…

L’uomo in camice si voltò lentamente. Appoggiò il fonendoscopio sul tavolo d’acciaio e incrociò il suo sguardo con quello di Chiara. Due occhi verdi come il muschio, una cicatrice sottile sul sopracciglio sinistro. Chiara sentì le gambe molli.

— Matteo? — mormorò. — Sei tu…

Lui sorrise, un sorriso sghembo che non riusciva a nascondere la stanchezza.

— Mi hai riconosciuta… era ora, Chiara. Che ci fai a Firenze?

— Ci vivo da dieci anni. E tu? Ti ho cercato su Facebook, su Instagram, ma niente… sparito dalla terza liceo in poi.

Matteo scrollò le spalle e fece un cenno verso il gatto.

— Prima il paziente. Quando l’hai raccolto?

— Mezz’ora fa. Era sotto un cespuglio in piazza Pitti, tutto bagnato. Non si muove, vedi? — Lo sollevò piano, facendo scivolare il maglione. Il gatto miagolò un lamento sottile.

Il veterinario lo palpò con dita esperte, dalla testa fino alla coda immobile. Sospirò.

— Lesione spinale, quasi certamente. Possiamo fare un’ecografia, ma per la chirurgia ortopedica serve un centro specializzato. Qui possiamo somministrare cortisone e antidolorifici, ma il recupero delle zampe posteriori… — Scosse la testa. — Servirebbe un miracolo.

— E se ci credessimo? — lo interruppe Chiara. — Hai presente? Una volta mi prendevi in giro perché io ci credevo ai miracoli. Al Bernini, durante l’interrogazione di chimica, ti ricordi? Tu mi sussurravi: «Piantala, non esistono». E io, testarda: «Esistono, esistono». Be’, io continuo a crederci. E tu?

Matteo distolse lo sguardo e scrisse qualcosa su un ricettario, senza rispondere. Poi, mentre allungava il foglio, dietro di lui si udì uno scricchiolio metallico. Le ruote gommate di una carrozzina comparvero dal lato nascosto del tavolo.

Chiara impiegò tre secondi per capire. Le ci volle un’eternità per parlare.

— Anche tu…?

— Spinale anch’io, Chiara. Incidente in moto, nove anni fa. Ecco perché non mi hai trovato sui social. Ho smesso di credere a qualsiasi miracolo.

Si girò con uno scatto delle grandi ruote, le spalle rigide, e si allontanò oltre una parete divisoria.

Chiara rimase in piedi, il gatto tra le braccia, mentre il tuono rimbombava sulla facciata rinascimentale.

— Io ti faccio vedere se non esistono, — sussurrò, trattenendo le lacrime. Uscì sotto l’acqua e parlò a Tigrotto (lo aveva già battezzato così) baciandogli il naso freddo.

— Mi senti? È questione di settimane. E vedrai che cammini, e che lui ricomincia a crederci.

Non sapeva che il suo piano sarebbe cominciato con una rocambolesca serie di telefonate.

Bombardò la clinica. Chiamava tre, quattro volte al giorno con la scusa più assurda: «La fisioterapia per il micio non mi riesce», «La compressa l’ha sputata», «Forse ha bisogno di un massaggio particolare?». Matteo sbuffava dall’altro capo del telefono, le diceva di smetterla, poi brontolava: «D’accordo, portalo domani mattina». E quando lei si presentava con una teglia di cantucci fatti in casa, lui alzava gli occhi al cielo ma non riusciva a mandarla via.

Dopo una settimana e mezzo, Matteo le consegnò le chiavi di casa sua.

— Tanto vieni a ogni ora. Almeno non suoni il campanello e non svegli tutto il vicinato. Ma il divano è il tuo posto, intesi?

— Intesi. Lo prendo come un sì.

E cominciarono le giornate di rieducazione. Chiara, da graphic designer freelance, piazzò il suo portatile sul tavolo della cucina e tra una riunione su Zoom e l’altra massaggiava le zampe inerti del tigrotto con olio tiepido. Tigrotto, dopo i primi soffi indignati, iniziò a fare le fusa quando le dita di Chiara premevano sui polpastrelli paralizzati. Dopo due settimane, un leggero tremolio percorse le zampe posteriori.

— Visto? — trillò Chiara mostrando il progresso a Matteo, appena rientrato.

— Sarà un riflesso, niente di più. Non esistono miracoli, — ripeté lui, la voce impastata di sarcasmo.

La notte, però, accadeva qualcosa di strano. Chiara dormiva sul divano, il plaid tirato fin sopra le orecchie. Ogni tanto si svegliava per via di un movimento morbido sul pavimento: Tigrotto, trascinando il sedere inerme, attraversava il salotto e si arrampicava sul letto di Matteo con le sole zampe anteriori. Scavalcava le gambe addormentate e cominciava a impastare. Ore e ore di «pasta» felina, intervallate da un ticchettio leggero – le unghie che lavoravano il piumone.

Una mattina Chiara vide Matteo sfiorarsi la coscia con un’espressione indecifrabile.

— Sento un formicolio, — mormorò.

— È il micio che ti ha riaperto i nervi, — scherzò lei, speranzosa.

Lui si rabbuiò. — Non ricominciare.

E lei ci ricascava, a notte fonda, a piangere in silenzio tra i cuscini del divano mentre Tigrotto la osservava con gli occhi da fessura. Per due notti consecutive la bestiola restò accanto a lei. La terza, invece, sgusciò via, si arrampicò sul letto grande e ricominciò a stropicciare le gambe di Matteo. Stavolta con un’intensità quasi febbrile, come se dovesse sciogliere un ghiaccio secolare.

Poi venne il giorno del davanzale. Un mercoledì di marzo, aria tiepida finalmente. Chiara decise di approfittare del bel tempo per lavare i vetri dell’appartamento al terzo piano di via de’ Bardi. Spalancò le ante della finestra del salotto, appoggiò la bacinella colma di acqua e candeggina sul tavolo, poi si accorse che era troppo fredda.

— Aspetta, vado a prenderne di calda in bagno, — disse a Matteo che sfogliava il giornale.

Tornò un minuto dopo col secchiello fumante e rimase di pietra. Tigrotto, aggrappato alla tenda di lino, aveva issato il corpo fino al davanzale. Le zampe posteriori, fino a quel giorno trascinate come pesi morti, adesso erano piegate sotto il ventre. L’animale stava in equilibrio precario accanto al vuoto. Al di sotto, tre piani di altezza, i sampietrini bagnati della stradina.

— Dio santo… — ansimò Chiara. Lasciò cadere il secchio, acqua e schiuma si sparsero dappertutto.

Matteo, bloccato nella carrozzina accanto al tavolo, allungò un braccio verso il gatto, ma non arrivava. Il piano di appoggio robusto gli impediva di sporgersi abbastanza. Tigrotto guardò lui, poi il nulla, e di colpo si protese in avanti con un movimento rapido del muso, come per annusare l’aria o per provocarlo.

Chiara urlò, una nota acuta che rimbalzò sui muri. Matteo vide solo un lampo tigrato che stava per sparire oltre il bordo. Dimenticò tutto. Dimenticò i medici, le diagnosi, le parole «mai più camminerai». Si alzò dalla carrozzina con uno strattone che rovesciò il telaio d’acciaio. Le gambe, d’improvviso, risposero. Fu un movimento sgraziato, quasi ridicolo, ma bastò a catapultarlo verso la finestra. Con un tuffo del busto afferrò il gatto per la collottola e lo tirò a sé, cadendo all’indietro.

Quando Chiara riaprì gli occhi, Matteo era in ginocchio sul pavimento, il gatto stretto al petto, le ruote della carrozzina che giravano ancora a vuoto alle sue spalle.

— Sei… in piedi, — balbettò lei, senza più fiato.

Lui guardò le sue gambe, i piedi che toccavano il parquet con una sensazione di punture di spillo. Poi guardò Chiara. Aveva il viso rigato di lacrime e mascara, i capelli incollati alle tempie, e rideva, rideva singhiozzando.

— Credi, adesso? — riuscì a dire lei, mentre lo stringeva goffamente insieme al tigrotto che faceva le fusa come un motorino.

Matteo appoggiò la fronte contro la sua. Sentì il profumo di vaniglia del suo shampoo. Sentì la pelliccia calda del gatto tra le dita. Sentì il battito del cuore di lei, o forse era il suo.

— Credo, Chiara. Credo a te, testarda. Testarda come un tigrotto affamato di miracoli.

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