Quella mattina fuori strada

Era un giovedì di novembre, di quelli che a Roma sembrano finti da quanto sono belli. L’aria sapeva ancora di notte e le saracinesche dei bar iniziavano ad alzarsi cigolando. Mi ero infilata le scarpe da corsa senza troppa convinzione, giusto per scrollarmi di dosso l’ansia di una settimana piena di scartoffie. Il solito giro: viale alberato, fontanella rotta all’angolo, giù per la discesa del Gianicolo e poi di nuovo su, verso casa.

Alle sette e dieci ho imboccato Via Mameli. Ci passo da due anni, conosco ogni buca del marciapiede, ogni gatto che sonnecchia sui muretti. Ma quel giorno, senza un motivo, ho girato a sinistra prima del semaforo. C’era una stradina che non avevo mai preso, stretta, con due oleandri polverosi e un cassonetto stracolmo. Ho pensato: chi me l’ha fatto fare? E intanto continuavo a correre, più piano, con un presentimento stupido che mi pizzicava la nuca.

Dietro il cassonetto ho visto un telo di plastica mosso dal vento. No, non era un telo. Era qualcosa di vivo. Una cagnolina marrone, scheletrica, buttata su un fianco come uno straccio. Immobile. Mi sono fermata di colpo, il fiato corto non per la corsa.

La cagnolina respirava piano e aveva gli occhi semichiusi, opachi, da animale che non si aspetta più niente da nessuno. Ho fatto un passo e lei ha mosso appena la coda, una volta sola, come per dire: ti vedo, non ti scaccio.

Poi l’ho guardata meglio e ho stretto i pugni. Sotto la pancia, nascosti tra le zampe, c’erano due cuccioli. Piccolissimi, forse tre settimane, col muso cieco che cercava calore. Si spingevano uno contro l’altro, mugolando piano.

E accanto a loro, praticamente mischiati, c’erano tre gattini. Tre minuscole palle di pelo grigio e bianco, tutti striati. Il primo dormiva con la testa infilata sotto il fianco della cagna, il secondo era mezzo sepolto sotto un cucciolo che gli faceva da coperta, il terzo — il più piccolo — se ne stava raggomitolato tra le zampe anteriori di quella madre che sua non era.

Non respiravo più. Una cagna di strada, affamata e probabilmente malata, non aveva scelto. Non aveva contato: questi due sono sangue mio, questi tre no. Aveva preso tutto quello che il freddo le aveva buttato accanto e ci si era sdraiata sopra. Punto. Cinque vite, una pancia sola.

Mi sono accovacciata sull’asfalto e ho sussurrato qualcosa di stupido, tipo “ehi”, con la voce spezzata. Lei ha sollevato la testa, l’ha inclinata di lato e mi ha fissata. Non era una supplica, era una domanda secca: tu che fai, passi dritto?

Ho preso il telefono con le dita che tremavano. È squillato due volte, poi la voce ancora impastata di sonno di Pietro.

— Amore, sono le sette e un quarto, che è successo?

— Prendi la Panda e scendi. Subito. Via Mameli, la traversa con i cassonetti.

— Elisa, ma che dici, stai bene?

— Ho trovato una mamma. Con i figli. Però i figli non sono tutti suoi.

Pietro non ha fatto altre domande. In dieci minuti era lì, in ciabatte e felpa al contrario, con una scatola di cartone presa dal panettiere e un asciugamano. Ha guardato la cagna, poi i cuccioli, poi i gattini, e ha detto solo: “Porca miseria.” Poi ha aggiunto, piano: “Ha preso anche quelli che non le appartenevano.”

La cagnolina non ha ringhiato quando l’abbiamo presa in braccio. Pesava niente, le si sentivano le costole anche senza toccarla. I cuccioli guaivano, i gattini si sono aggrappati con le unghiette minuscole all’asciugamano come se fosse l’unica cosa sicura dell’universo.

Li abbiamo sistemati nella scatola, tutti e cinque addosso a lei, e la cagna ha appoggiato il muso sul bordo. Gli occhi adesso erano diversi, più attenti, come se, per la prima volta da chissà quanto, avesse deciso di restare sveglia a guardare cosa succedeva dopo.

Dalla clinica veterinaria di Trastevere ci conoscono. La dottoressa Moretti mi ha vista entrare con la scatola e ha alzato un sopracciglio. Poi ha visto cosa c’era dentro e ha messo le mani sui fianchi, stringendo le labbra. Non a me — alla vita, a quel genere di cose che non hanno bisogno di commenti.

L’hanno visitata. Aveva una brutta infezione alle orecchie e tre denti rotti. I cuccioli stavano bene, solo denutriti. I gattini pure. Nessuno di loro chiedeva dov’era la propria madre, perché in quel momento la madre era lei.

Era un giovedì pomeriggio quando la signora Fiorella è venuta a casa nostra per vederli. Pietro aveva messo un annuncio su un gruppo di quartiere, con una foto unica: cinque piccoli addormentati contro il fianco di una cagna marrone. Sotto, una riga sola: «Questa non è la madre di tutti. Ma è la madre di cui tutti hanno bisogno.»

Fiorella ha suonato il campanello con una busta di croccantini in mano. Ha passato un’ora seduta per terra in salotto, senza dire quasi niente, con le dita nodose che accarezzavano la testa della cagnolina. La cagnolina le ha leccato il polso. Una volta. Due. Poi ha appoggiato il muso sul suo ginocchio e ha chiuso gli occhi.

Due giorni dopo Fiorella è tornata con un trasportino e un cappottino a quadretti. “Me la porto a casa,” ha detto. Solo quella frase. Ma mentre infilava la cagnolina nel trasportino, si è fermata, ha guardato dentro la scatola dove i cuccioli dormivano coi gattini, e ha aggiunto: “Porto via anche loro.” Una pausa. “Tutti.”

Adesso Fiorella abita in un appartamento un po’ più grande, al pianterreno, con una terrazza. La cagnolina — l’ha chiamata Speranza, con buona pace dell’anagrafe canina — ha messo su peso e smuove la coda come una bandiera al vento. I cuccioli ormai sono due piccole mine anti-uomo che rosicchiano le pantofole e abbaiano alle scope. I tre gattini sono diventati gatti, con l’aria sorniona di chi sa di essere nato in un’altra specie ma di averne fregato il sistema.

Ogni tanto passo dalla terrazza di Fiorella. Vedo Speranza distesa al sole, con i suoi cinque figli sparsi attorno, e penso a quel giovedì mattina, a via Mameli, alla svolta sbagliata che non era sbagliata per niente. Non so se esista un disegno, una regia delle coincidenze, qualcuno che muove i fili. Ma so che c’era un cassonetto, un telo di plastica mosso dal vento, e una cagna che ha scelto di scaldare tutto quello che tremava.

Qualcuno doveva vederla. E qualcuno l’ha vista.

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