«Mamma, ti ho portato l’olio novo del babbo» aveva cinguettato la ragazza, Lucia, varcando la soglia del loro appartamento in zona Porta Romana a Milano. Suo padre aveva un uliveto sulle colline del Chianti, e a sentir lei, sembrava fosse l’unico posto al mondo dove si producesse qualcosa di commestibile. Chiara, però, era una donna di lettere, una docente di Lettere al Liceo classico Manzoni. Aveva passato la vita a correggere i temi dei suoi studenti stroncare congiuntivi sbagliati e a snobbare le produzioni televisive che maltrattavano l'italiano.
Quella ragazza, con la sua parlata vernacolare e quel sorriso aperto, era l'antitesi di tutto ciò che aveva progettato per suo figlio.
«La tua "ragazzi", come li chiami tu, quanti anni avrebbero?» aveva chiesto Chiara con un sorriso di ghiaccio, la prima volta che Lucia aveva provato a fare conversazione.
Lucia l'aveva guardata spaesata, con i suoi grandi occhi color del miele. «La mi’ ragazza ha quasi ottant’anni, signora. È la mia vicina di casa, le porto la spesa.»
«Ah, ecco» aveva commentato Chiara con un filo di voce, riponendo in frigo la mozzarella che aveva comprato apposta. «Speravo di averti messo al mondo per qualcosa di più di un'assistente sociale» aveva poi sibilato a Matteo in cucina.
Matteo era diventato paonazzo. «Mamma, Lucia lavora in una cooperativa. È educatrice professionale, ha due lauree e guadagna più di me che sto in stage a Londra. Ti prego, piantala. Almeno per stasera.»
Ma Chiara proprio non ci riusciva. Le sembrava un tradimento. Anni di concerti alla Scala, di corsi di teatro in via Moscova, di vacanze-studio a Oxford, per ritrovarsi a cena con una che diceva «codesto» e «il babbo» come un mezzadro di cent'anni fa.
Il punto di rottura arrivò una domenica pomeriggio di ottobre, circa un mese dopo il matrimonio celebrato in gran segreto in Comune. In casa c'era anche il padre di Lucia, un omone con le mani grandi come badili, arrivato fin lì con un furgoncino frigorifero carico di prelibatezze: una forma di pecorino di Pienza, due bottiglie di Vin Santo del '97, un vassoio di ribollita già pronta e un cesto di cenci fritti quella mattina.
La madre di Chiara, una nobildonna decaduta che aveva insistito per conoscere i consuoceri, osservava la scena con un bicchiere di prosecco in mano, senza perdere una virgola della conversazione.
«O che tu sei partita da codesto posto?» aveva esclamato il padre di Lucia, Giovanni, indicando fuori dal balcone. «Milano… un gran macello, un gran macello. Però tu, signora mia, sei una donna con gli attributi. Lucia mi dice sempre che la suocera è una donna tosta, che non le passa una virgola. E a me, sa? Mi fa piacere. Solo chi ti vuole bene ti corregge.»
Chiara era rimasta con il calice a mezz'aria. Si aspettava un rimbrotto, una difesa d'ufficio della figlia, non quell'assoluzione piena. «Io… beh, cerco solo di aiutarla a migliorare la sua proprietà di linguaggio» aveva balbettato.
«Lucia, amore, canta quella canzone che piace a te» l'aveva incoraggiata Giovanni, dandole una pacca sulla spalla che l'aveva quasi fatta cadere dal divano di velluto.
Chiara stava per protestare: il suo salotto non era un karaoke. Ma poi Lucia aveva iniziato. Non era una canzone pop o una nenia toscana. Era un brano d'opera, "O mio babbino caro", eseguito a cappella. La voce di Lucia era pura, cristallina, un soprano leggero che tremava di un'emozione autentica, così lontana dalle smorfie tecniche che Chiara aveva visto tante volte a teatro. Quella ragazza che storpiova i congiuntivi, ora tirava fuori dal nulla un timbro da conservatorio che riempiva ogni angolo della stanza, facendo vibrare il cristallo del lampadario.
Quando l'ultima nota si spense, il silenzio era irreale. La madre di Chiara aveva gli occhi lucidi e il marito di Chiara, un uomo di poche parole, si era alzato per baciarle la guancia con un affetto che sorprese tutti.
«Hai studiato?» le chiese Chiara, con voce improvvisamente roca.
«Dieci anni, signora. Al Cherubini di Firenze. Poi ho scelto la cooperativa, ma il canto è il mio… come dire… il mio sfogo.»
Quella sera, dopo che gli ospiti se ne furono andati, Chiara rimase in cucina a lavare i piatti a mano, cosa che non faceva mai, avendo una lavastoviglie all'ultimo grido. Aveva sempre creduto che suo figlio avesse scelto una ragazza di paese per ripicca o per noia, e invece il ragazzo aveva semplicemente scovato una pepita d'oro in mezzo al fango di un uliveto toscano. Lei, con tutti i suoi libri e i suoi giudizi taglienti, non aveva visto nulla.
I mesi passarono e l'arrivo di un nipotino rese Chiara più elastica, o forse solo più stanca per poter combattere. Un pomeriggio, nella sala professori del Manzoni, stava ascoltando le solite lamentele delle sue colleghe. La professoressa Galli, quella di Fisica, si lamentava che sua figlia, ricercatrice a Ginevra, non voleva nemmeno sentire la parola bambini. Il professor Moretti, invece, raccontava del suo secondogenito, già al secondo divorzio a quarant'anni, che ora viveva in un monolocale con due gatti e il frigo vuoto. Un'altra docente ancora fissava la finestra, con la figlia che dopo l'Erasmus si era trasferita ad Amsterdam e tornava giusto a Natale, ma solo se costretta.
Chiara girò il cucchiaino nel caffè e non disse nulla. Ma ci pensò. Pensò a suo figlio Matteo, che ora sapeva cambiare un pannolino in trenta secondi netti e aveva perso l'aria da intellettuale annoiato che aveva a vent'anni. Pensò a Lucia, che la sera prima aveva messo a letto il bambino cantando una ninna nanna in dialetto toscano, quello stesso accento che una volta per Chiara era come una lama sul vetro e che ora, invece, le sembrava una carezza.
Quindici anni volarono via in un lampo. Per il loro anniversario, Matteo e Lucia decisero di festeggiare con una cena al ristorante “La Lupa”, un posto elegante dietro piazza Vetra. Invitarono pochi intimi: il padre di Lucia, ormai vedovo e sempre con la battuta pronta, la madre di Chiara, ormai quasi centenaria ma ancora lucida, e naturalmente Chiara e suo marito.
L'atmosfera era calda, carica di quell'affetto che si prova solo per chi ha condiviso con te i momenti più nudi e crudi della vita. Si rideva, si ricordava del primo incontro, di come Chiara fosse inorridita all'idea di una nuora toscana. Ora era lei stessa a raccontare gli aneddoti, mimando la sua stessa rigidità di un tempo e scatenando l'ilarità generale.
A metà cena, tra un calice di Brunello e una tartare di tonno, Giovanni, il consuocero, batté il coltello sul bicchiere. «Insomma, non è che per una ricorrenza così si sente un po' di bel canto? Lucia, amore, non farci pregare, che tua suocera stasera non ti mangia mica.»
Tutti gli occhi andarono su Chiara. Era il momento della verità, il sipario che si riapre dopo anni. Chiara guardò Lucia dritto negli occhi. Depose il tovagliolo sul tavolo e abbozzò un sorriso, questa volta senza ghiaccio, ma con un calore che le segnava le zampe di gallina attorno agli occhi.
«Certo che no, Lucia. Anzi, se posso permettermi, per l'occasione ti andrebbe di fare il duetto che provavamo in salotto la scorsa settimana?»
Lucia si alzò, gli occhi improvvisamente umidi. Prese la mano della suocera e la strinse. «Con tutto il cuore, mamma. Comincia tu, che di musica ne sai più tu di tutti noi messi insieme.»
Chiara si schiarì la voce e, nel silenzio del ristorante, intonò le prime note del "Là ci darem la mano" dal Don Giovanni. E quando Lucia si unì a lei, perfettamente a tempo, la vecchia madre di Chiara chinò il capo, lasciando che una lacrima silenziosa le solcasse il viso, mentre fuori, nella notte di Milano, iniziava a nevicare.
