L’ultimo abbraccio di Tobia

— Portami il mio Tobia, amore mio. Lascia che lo saluti. Ma non lo infilare con la forza nel trasportino, mi raccomando. Parlagli con dolcezza. Lui capisce tutto.

Nonna Amelia aveva la voce ridotta a un filo, un soffio che attraversava a fatica la mascherina dell’ossigeno. Giulia annuì, stringendo le labbra per non scoppiare in lacrime davanti a lei, e uscì nel corridoio del piccolo appartamento di Bologna. Il gatto era accucciato sul tappeto del soggiorno, immobile come una statuetta di terracotta, lo sguardo bianco per la cataratta perso nel vuoto. Tobia aveva diciannove anni. Era entrato in quella casa che era poco più di una palla di pelo arancione, e da allora non se n’era mai andato. Quando il marito di Amelia era morto, dieci anni prima, Tobia aveva smesso di dormire sul divano e aveva preso possesso del cuscino accanto al suo.

Erano due vecchi bastoncini consumati dalla vita. Lei lo chiamava *il mio fidanzato*. Lui rispondeva con un miagolio roco, strozzato, e andava a sedersi sulla gonna di Amelia ogni pomeriggio alle cinque, quando lei si sedeva in poltrona con il suo bicchierino di marsala. Nessuno dei due aveva fretta.

Giulia lo prese in braccio con cautela — pesava meno di una borsa della spesa — e lo portò nella camera dove l’odore delle medicine e della cera per i mobili si mischiava a quello della pelle anziana.

— Eccolo qui, nonna. È qui, Tobia.

La vecchia signora sorrise. I suoi occhi, cerchiati di un viola scuro che faceva paura, trovarono la forza di accendersi. Le dita nodose, chiazzate di macchie scure, tremarono sulla coperta.

— Mettilo qui… vicino alla mia faccia. Lo sai come gli piace.

Giulia posò Tobia sul lenzuolo. Il gatto rimase immobile per qualche secondo, come se stesse ascoltando qualcosa che nessun altro poteva sentire. Poi, guidato da un istinto più potente della cecità, si mosse. Non esitò. Percorse quei pochi centimetri che lo separavano dal volto di Amelia con un passo deciso che Giulia non gli vedeva fare da mesi. Allungò le zampine anteriori e si accoccolò proprio nell’incavo tra la guancia e la spalla della sua persona, il punto esatto dove si infilava ogni notte da un decennio.

— Tobia… Piccolo mio… Tesoro bello…

Amelia sospirò, quasi senza voce. Il gatto strofinava il musetto bagnato contro le sue labbra screpolate, tentando di catturare ogni minima particella del calore che ancora resisteva. E dagli occhi velati, da quelle due biglie opache che ormai non distinguevano più le forme, cominciarono a scendere lacrime vere. Piccole, tonde, assolutamente reali.

Con uno sforzo immenso, la nonna sollevò la mano tremante e la posò sul pelo color miele. Le dita non si muovevano quasi più, ma a Tobia non serviva il movimento. Lui percepiva il peso. La presenza. E forse anche la disperazione muta di quell’ultimo momento.

Giulia era rimasta in piedi a un passo dal letto, paralizzata. Le lacrime le colavano lungo il collo senza che nemmeno se ne accorgesse. Non aveva mai assistito a una scena che fosse allo stesso tempo così straziante e così luminosa. C’era qualcosa di sacro in quel groviglio di ossa stanche e pelo arruffato.

— Grazie… Per tutto — mormorò Amelia.

La frase uscì in un respiro. L’ultimo. La mano rimase immobile sulla schiena di Tobia.

E Tobia non si mosse di un millimetro. Rimase lì, acciambellato, il muso affondato nei capelli bianchi, come se sapesse che allontanarsi in quel preciso istante avrebbe significato lasciarla andare per sempre. Permetterle di scivolare via senza di lui.

Un silenzio pieno, quasi solido, riempì la stanza. Ogni tanto, si sentiva un ronfare basso, irregolare — come se il gatto stesse tentando di tessere una corda sottile di suono per trattenerla, per agganciarla a quel letto ancora per qualche istante.

Giulia si sedette sul bordo del materasso. Prese la mano ormai fredda di sua nonna e la coprì con la propria, sovrapponendo le dita a quelle tozze e rigide.

— Nonna… Ci siamo. Non sei sola.

Tobia sollevò il capo per la prima volta. Emise un miagolio che Giulia non gli aveva mai sentito fare in tutta la sua vita. Basso, breve, rotto. Un richiamo, non un lamento. Poi abbassò la testa e cominciò a leccare piano le palpebre chiuse di Amelia, una dopo l’altra, con una delicatezza che non appartiene alle lingue dei felini ma forse all’amore. Quando ebbe finito, si rannicchiò di nuovo nell’incavo del collo, con tutto il suo corpicino premuto contro la guancia della padrona. Come se avesse voluto assorbire il gelo che ormai avanzava inesorabile. Fermarlo con la poca energia che gli restava.

I minuti diventarono ore. Giulia non le contò. Il tempo si era fermato nell’attimo in cui la mano di Amelia era diventata fredda. Fuori dalla finestra, la luce gialla dei lampioni di Bologna tingeva il soffitto di ombre arancioni. Dentro, c’erano solo il respiro di Giulia e quel ronfare intermittente, sempre più fievole. Tobia non cambiò posizione.

All’alba, quando il cielo si tinse di un rosa slavato, il gatto era ancora lì. Non aveva lasciato il suo posto. Non si era mosso di un centimetro, nemmeno per bere o per usare la lettiera.

Fu solo quando Giulia, con gli occhi gonfi e la voce spezzata, lo prese tra le braccia per sollevarlo dal letto, che Tobia si lasciò andare. Non oppose resistenza. Si abbandonò contro il petto della ragazza con un sospiro minuscolo, un soffio che sembrava contenere tutta la stanchezza del mondo. Nascose il musetto nel palmo aperto di Giulia.

E non si mosse più.

Aveva aspettato di sentire le braccia di qualcuno che amava la stessa persona. Aveva aspettato che il testimone passasse di mano. Poi, semplicemente, si era spento. Senza un gemito, senza un gesto.

Giulia lo tenne stretto per un tempo che non seppe misurare. Con una mano sosteneva il corpo ormai vuoto di Tobia. Con l’altra, ancora illuminata dai primi raggi del mattino, stringeva le dita fredde di nonna Amelia. Tre generazioni diverse, unite per un istante nell’unico linguaggio che non aveva bisogno di parole.

Nella stanza, per la prima volta, calò un silenzio assoluto.

E in quel silenzio, finalmente, tutto era compiuto.

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