Marta girò il cucchiaio nel sugo ormai freddo e contò mentalmente le monete rimaste nel portafogli. Il frigo cantava il vuoto con quel ronzio intermittente che faceva sembrare la cucina ancora più spenta. Erano le otto e mezzo di sera, Milano fuori dalla finestra si accendeva di luci, e lei non aveva la minima idea di come coprire la spesa del nido il lunedì successivo.
Il chiavistello scattò. Leonardo entrò con il soprabito fradicio, lanciò la ventiquattr’ore sul divano e puntò dritto verso i fornelli senza nemmeno salutare.
— Allora, cosa si mangia?
— Pasta al pesto. L’ho tenuta in caldo.
Lui sollevò il coperchio, diede un’occhiata e lo lasciò cadere con un clangore esagerato.
— Pasta al pesto. Il mio capocantiere mangia bistecca tutte le sere e a me tocca la pasta al pesto. Mia madre me lo diceva sempre che non eri capace di tenere una casa.
Marta si morse l’interno della guancia. Sua suocera, la signora Adriana, abitava a due isolati e non aveva mai messo piede in quell’appartamento senza elencare difetti: la polvere sulla mensola, il bucato steso male, la bambina troppo magra, la bambina troppo vivace, la nuora troppo indipendente.
— Il pesto l’ho fatto io, Leo. Col basilico fresco. Non è roba in barattolo.
— E con quello dovrei essere felice? Ma c’è del secondo almeno? Un dolce? Mia sorella a casa trova sempre un dolce. Ti rendi conto che lavoro da lunedì a sabato e torno e manco il tiramisù mi fai trovare?
Marta chiuse gli occhi un secondo. Sua cognata Angelica, la sorella di Leonardo, non lavorava da tre anni perché stava “ritrovando sé stessa” dopo la separazione. Nel frattempo la signora Adriana le pagava l’affitto, la palestra e i corsi di ceramica. E Leonardo contribuiva. Eccome se contribuiva.
— Senti, Leo. Il nido di Bianca scade venerdì. Sono trecentosessanta euro. Poi c’è la rata della caldaia. Se riesci a mettere qualcosa…
Lui alzò le mani in aria come se gli avessero chiesto un rene.
— Ma lo sai che sto aiutando mia madre. Non posso. Ho dato la mia parte a lei questo mese.
— La tua parte. Tu chiami “la tua parte” tutto lo stipendio?
— Io metto via per l’estate. Per la vacanza. Te l’ho detto.
— Anche io metto via per la vacanza, Leo. La differenza è che io pago pure la spesa, il nido, la bolletta dell’acqua, il dentista di Bianca e le scarpe nuove che le servono perché quelle vecchie le fanno male. Tu invece che cosa paghi, esattamente? L’affitto della casa di tua sorella in Brera?
Leonardo diede un pugno sul tavolo. Il bicchiere di Marta traballò.
— Non parlare di mia sorella.
— Perché no? Tua madre prende i tuoi soldi e li gira ad Angelica, che ne ha tre di bambini e un marito che ufficialmente è ancora suo marito. Io invece ne ho una sola di bambina, tua figlia, e per mantenerla devo fare i salti mortali con il mio stipendio. Mi spieghi dov’è la giustizia?
— Mia madre dice sempre che sei fissata coi soldi. Una maniaca dell’interesse personale. Me lo diceva pure prima del matrimonio.
— Tua madre parla sempre. Ha mai parlato con sua nipote, però? Perché Bianca ha quasi quattro anni e tua madre non l’ha mai portata al parco nemmeno una volta. Mai. In compenso va a prendere i figli di Angelica a scuola tutte le mattine.
Leonardo si alzò. Lo fece con quella lentezza da messinscena, da uomo offeso nell’onore. Prese il soprabito, si infilò le scarpe senza guardarla.
— Vado da mia madre. Tu rifletti sulla tua acidità. Ci vediamo quando avrai cambiato atteggiamento.
La porta si chiuse. Marta rimase a fissare il piatto di pasta al pesto ormai immangiabile.
Per tre giorni Leonardo non diede segni di vita. Poi, il sabato pomeriggio, ricomparve con una rosa comprata al supermercato e l’aria di chi ha risolto tutti i problemi del mondo.
— Mia madre prende Bianca per il weekend. Parco, cinema, cena dalla nonna.
— Tua madre? Ha detto così? — Marta lo guardò sbalordita.
— Certo. Così stiamo un po’ da soli e parliamo con calma. Marta, devi capirmi. Angelica sta attraversando una fase complicata. Io non posso voltarle le spalle, è sangue del mio sangue.
— È sangue del tuo sangue da un anno, Leo. Da un anno non metti un euro in casa. Hai comprato almeno un giocattolo a Bianca in tutto questo tempo? Ti ricordi quand’è stata l’ultima volta che mi hai portato fuori a cena? Per il nostro anniversario?
— Appena Angelica trova un lavoro, giuro che cambia tutto.
— Angelica non troverà mai un lavoro perché non lo cerca. È abituata a vivere alle spalle di tua madre, e tua madre è abituata a vivere alle spalle tue. E l’unica che ci rimette è Bianca.
— Se continui così, — disse Leonardo con voce bassa e tesa, — finisce che io e te divorziamo.
Marta scoppiò a ridere. Una risata secca, amara.
— Divorziamo? E con quali soldi mi mantieni? Perché l’avvocato costa. E gli alimenti per tua figlia pure. Glielo spieghi tu a tua madre che la sua adorata nipotina adesso ha bisogno di un assegno mensile? O glieli chiedi ad Angelica, che ha così tanti problemi?
Leonardo non rispose. Uscì di nuovo, stavolta senza sbattere la porta. Marta lo guardò dalla finestra attraversare il cortile con le mani in tasca. Non si voltò.
Per quattro mesi andò avanti così. Lei e Bianca da sole. Qualche chiamata, qualche messaggio glaciale, sempre la stessa litania: “Devo aiutare mia madre”. A giugno, Marta prese la bimba e coi soldi che era riuscita a mettere via centesimo su centesimo partì per una settimana al mare, a Monterosso. Lo propose anche a lui, per educazione. Rifiutò. Troppo lavoro.
Rientrò con una settimana d’anticipo perché sua madre, la nonna materna di Bianca, era stata ricoverata d’urgenza a Pavia per un’ischemia. Marta salì le scale di casa alle dieci di sera con la bambina addormentata in braccio e il trolley che sbatteva su ogni gradino.
Infilò la chiave nella toppa. Bloccata dall’interno.
Suonò. Attese. Risuonò. Passi strascicati, il rumore del chiavistello, e Leonardo apparve sulla soglia in mutande e canottiera. Sudato. Pallidissimo.
— Marta! Credevo tornassi domenica prossima! C’è stato un imprevisto con la prenotazione? Senti, ora non è un buon momento…
— Perché non è un buon momento? È casa mia, Leo. Togliti dalla porta.
Spinse oltre lui, posò Bianca sul divano, coprendola con un plaid. Si guardò intorno. Un reggiseno nero sulla spalliera della sedia. Due calici di vino sul ripiano della cucina, uno con l’impronta di rossetto.
— Senti, Marta, ti posso spiegare.
— Cosa mi devi spiegare? — disse piano. Troppo piano.
In quel momento la porta della camera da letto si aprì. Ne uscì una ragazza, capelli rossi arruffati, avvolta nella vestaglia di seta azzurra che Marta aveva comprato a Firenze dieci anni prima per il viaggio di nozze.
— Amore, chi è? — biascicò la ragazza. Poi la vide. Si bloccò.
— Io sono la proprietaria della vestaglia, — scandì Marta gelida. — E anche della casa. Tu, invece, chi diavolo sei?
— È Anna, — balbettò Leonardo. — È un’amica. Le ho dato ospitalità per qualche giorno, è rimasta senza casa, non aveva dove andare…
— Amica. Certo. Senti, Anna, o come diavolo ti chiami, mettiti qualcosa addosso e sparisci. Subito.
La ragazza invece di spaventarsi scoppiò in una risatina isterica e si mise le mani sui fianchi.
— Io non vado da nessuna parte, signora mia. Sono incinta di Leonardo. Aspetto un bambino. Quindi adesso qui ci siamo noi due. Tu puoi fare le valigie.
Marta sentì il sangue pulsarle nelle tempie. Le tremavano le ginocchia ma la voce le uscì ferma, affilata come un bisturi.
— Davvero? Complimenti per la scelta. Allora senti bene anche tu. Leonardo e io domani mattina iniziamo le pratiche di divorzio. La casa andrà in tribunale, la divisione dei beni pure. Lui pagherà gli alimenti per Bianca fino alla maggiore età. E tu, col pancione in affitto, sai dove andrete a vivere? Dalla suocera. La signora Adriana abita in via Cadolini, terzo piano, tappeti persiani e una lingua che taglia l’acciaio. Vi auguro buona fortuna. Anzi, no, non ve la auguro.
Anna sbiancò.
— Ma… suocera? Leo, tu mi avevi detto che eri separato da due anni! Che la casa era tua! Che non avevi figli!
— Ah, quindi non sapevi niente, — Marta sorrise, indurendo lo sguardo su Leonardo. — Che bello. Hai mentito a tutte e due. Sei un fenomeno.
Dieci minuti dopo Anna era in lacrime per strada con due buste di plastica. Leonardo, grigio in volto, la seguiva borbottando scuse. Marta si chiuse la porta alle spalle. La casa era di nuovo sua. Puzzava di profumo dozzinale e di bugie, ma era sua.
La mattina dopo depositò la richiesta di separazione. Leonardo provò a trattare.
— Ti do metà del valore della casa, Marta, ma fammi rientrare. Mia madre non ci vuole. Ha cacciato Anna in malo modo. Non so dove andare.
— Me lo stai chiedendo seriamente? Vuoi che io, con Bianca, me ne vada a casa dei miei per lasciarti l’appartamento?
— Potremmo vendere e dividere… ma dammi tempo, pago a rate.
— Niente rate, Leo. Ti compro la tua metà. Valore di mercato. Bonifico immediato. Poi prendi i soldi e sparisci.
Ci vollero mesi. Mercato bloccato, perizie, trattative estenuanti. Intanto Anna lo tartassava di messaggi, diceva che il bambino aveva bisogno di una casa, che se non risolveva lo lasciava. Alla fine Marta accese un piccolo mutuo e liquidò la quota di Leonardo. Lui firmò, incassò e se ne andò. Fine dei giochi.
Per un anno intero le cose rimasero in equilibrio. Leonardo ogni due mesi veniva a trovare Bianca, le portava un gelato, giocava mezz’ora e spariva. Chiamava per sapere se stava bene, chiedeva della scuola, poi riattaccava. Gli alimenti arrivavano puntuali, certo. Ma niente di più.
Poi, una sera di novembre, Milano era un catino di pioggia e buio, il citofono suonò alle undici e mezzo. Marta guardò lo schermo. Sotto l’androne, fradicio come un gatto randagio, c’era Leonardo.
— Che vuoi?
— Marta… posso salire un attimo? Solo un attimo.
Aprì. Lui entrò grondante, le scarpe che facevano ciac ciac sul pavimento.
— Senti, Marta, mi fai restare stanotte? Solo per dormire sul divano. Domani cerco un affitto. Ti prego.
— E perché non vai da tua madre? Abita qui dietro.
Leonardo abbassò la testa.
— Angelica è tornata con i bambini. Casa è piena, non c’è posto per me.
— E Anna? Vai da Anna.
— Anna mi ha buttato fuori. Quando ha capito che i soldi della vendita erano finiti, ha scoperto che il bambino… be’, non era mio. Il test del DNA l’ha confermato tre mesi fa. È sparita. Ho passato i soldi che mi avevi dato per prenderle una casa e pagarle i debiti. Non ho più niente.
Marta rimase immobile sulla porta del soggiorno, le braccia conserte. Guardò quell’uomo che un tempo aveva amato. Magro, gli occhi cerchiati, il soprabito sfondato. Non provava tenerezza. Provava un senso di irreparabile.
— Divano. Coperte nell’armadio. Domani mattina alle otto sei fuori.
Lui annuì come un bambino rimproverato. Si addormentò quasi subito.
Passò un mese. Leonardo aveva trovato un monolocale in periferia, un lavoro serale in una ditta di logistica. Cominciò a vedere Bianca tutti i pomeriggi, a portarla in piscina, a farle fare i compiti. Non dava più soldi a sua madre. Non rispondeva nemmeno alle chiamate di sua sorella. I pochi risparmi li metteva da parte per la bambina.
A Marta non interessava. La ferita era troppo profonda. Aveva ricostruito la sua vita, mattone dopo mattone, e non voleva crepe. Faceva la cortesia di lasciarlo entrare in casa quando veniva a prendere Bianca, ma niente di più. Caffè? No. Cena insieme? Nemmeno per sogno. Il contatto fisico si limitava a un cenno del capo sulla soglia.
Due anni dopo il divorzio, Marta crollò. Improvvisamente. Un malore in ufficio, poi la corsa in ospedale, la diagnosi che arrivò come una mazzata: aneurisma cerebrale. Intervento d’urgenza, sette ore sotto i ferri. Uscì dalla sala operatoria viva per miracolo, ma con una prognosi dura. Mesi di riabilitazione. Doveva reimparare a camminare, a deglutire, a tenere in mano una penna.
Sua madre era anziana, non poteva assisterla. Non c’era nessun altro.
Il primo giorno in cui Marta aprì gli occhi nel letto d’ospedale e riuscì a mettere a fuoco l’ambiente, lo vide. Era lì, seduto su una sedia di plastica, con un vassoio di minestra in mano.
— Leo… che ci fai qui?
— Ti do da mangiare. Apri la bocca.
Lo fece. Non aveva la forza per litigare.
Per cinque mesi Leonardo sparì dal mondo. Lasciò il lavoro serale, ne prese uno da remoto che poteva fare di notte nella stanza d’ospedale. Imparò a maneggiare cateteri, padelle, flebo. Parlava coi medici, leggeva le cartelle, teneva un diario delle terapie. Quando lei finalmente venne dimessa, la portò a casa e rimase.
Marta lo guardava muoversi per l’appartamento mentre lei, appoggiata al deambulatore, provava a fare quattro passi dal divano alla finestra. Lui cucinava, stirava, aiutava Bianca coi problemi di matematica. La sera crollava sul divano con la schiena a pezzi, eppure la mattina dopo era di nuovo lì, col vassoio della colazione e le pastiglie allineate per colore.
Un sabato mattina, sei mesi dopo l’operazione, Marta si alzò dal letto da sola. Attraversò la stanza senza appoggiarsi da nessuna parte. Raggiunse la cucina. Vide Leonardo davanti ai fornelli, che mescolava qualcosa in una pentola, le spalle curve, qualche filo bianco tra i capelli.
— Sono in piedi, — disse lei.
Lui si voltò di scatto. Rimase a fissarla, un mestolo a mezz’aria. Poi sorrise, un sorriso stanco e pieno di sollievo, e si passò una mano sugli occhi.
— Allora… è finita qui la mia missione. Posso tornare nel mio monolocale.
Quel pomeriggio preparò la borsa. Pochi vestiti, due libri, il caricabatterie. La zip gracchiò nel silenzio della casa. Lo guardò infilarsi il giaccone.
— Ciao, Marta. Ti chiamo domani per Bianca.
Arrivò alla porta. Posò la mano sulla maniglia.
— Leo.
Si fermò. Si voltò di tre quarti, senza guardarla dritta negli occhi.
— Rimani.
Calò un silenzio strano, sospeso. Fuori aveva smesso di piovere. L’orologio a muro della cucina ticchettava regolare. Lui girò lentamente la testa, le rughe intorno agli occhi segnate come non mai, lo sguardo di chi non osa crederci.
— Cosa?
— Ho detto rimani. Ricominciamo. Davvero. Però… — Marta indicò la pentola sul fornello — la prossima volta i ravioli li fai tu a mano, perché io dopo sei mesi di tua minestra non la sopporto più.
Leonardo lasciò cadere la borsa. Fece due passi. La strinse in un abbraccio muto, nascondendo la faccia tra i capelli di lei. Profumavano di bucato e di ricominciare.
