Quando, superati i sessant’anni, comprai una bicicletta usata, mia figlia si portò un dito alla tempia

Quando, superati i sessant’anni, comprai una bicicletta usata, mia figlia si portò un dito alla tempia. Sabato scorso ho percorso quaranta chilometri fino a un lago con un gruppo di «vecchie pazze» come me. Ieri mia figlia ha telefonato per chiedere se domenica può venire con noi.

Se un anno fa qualcuno mi avesse detto che mi sarei alzata alle sei del mattino per controllare le gomme e preparare un panino da mettere nel cestino, avrei riso. Allora la mia vita seguiva sempre lo stesso tragitto: casa, supermercato, cimitero, casa.

Mio marito Carlo era morto tre anni prima. Tumore al pancreas, quattro mesi dalla diagnosi alla fine. Trentotto anni insieme e poi un silenzio così grande che la sera accendevo la televisione anche senza guardarla.

Il primo anno nostra figlia Elena veniva quasi ogni giorno. Portava la spesa, cucinava e controllava che prendessi le medicine. Nel secondo arrivava una volta alla settimana. Nel terzo telefonava.

Non gliene facevo una colpa. Aveva due figli, un lavoro in comune e un marito sempre stanco. Ma comprendere le ragioni degli altri non rende meno vuote le quattro del pomeriggio, quando una donna si siede sul divano e non ha motivo di rialzarsi.

Avevo cucito per quarant’anni. Prima in un laboratorio, poi a casa. Abiti da cerimonia, tende, orli e giacche. Carlo chiamava la mia stanza «il ministero degli spilli». Dopo la sua morte smisi di accettare lavori e coprii la macchina da cucire.

Vidi l’annuncio della bicicletta sulla bacheca di un supermercato: «Bici da donna, poco usata, 120 euro».

Per tre giorni tenni il numero vicino al telefono.

Alla fine chiamai.

La bicicletta era blu, con un cestino davanti e una sella larga. La vendeva un uomo anziano. Sua moglie l’aveva comprata, aveva fatto un giro nel parco e aveva deciso che preferiva camminare.

Quando Elena la vide nel corridoio, rimase a bocca aperta.

— Mamma, hai sessantadue anni.

— Lo so. C’ero anch’io quando sono nati.

— Cadrai e ti romperai un femore.

— In quel caso chiamerò un’ambulanza. So usare il telefono.

Le prime settimane pedalai solo intorno al quartiere. Avevo paura delle curve, dei marciapiedi e delle auto. La sera mi facevano male le gambe.

Eppure, il mattino dopo, uscivo di nuovo.

Prima raggiunsi il parco, poi il fiume, infine una pista ciclabile fuori città.

Lì incontrai Gabriella. Aveva sessantotto anni, un casco rosso e una bici piena di adesivi.

— Pedala sempre da sola?

— Per ora.

— La domenica partiamo in cinque. Piano, molte soste e nessuna gara.

La prima uscita fu di quindici chilometri. Ero convinta di non farcela. Gabriella, Rosa, Mirella, Franca e Teresa però si fermavano ogni volta che restavo indietro.

Mi applaudirono quando affrontai una salita senza scendere.

Cominciammo a chiamarci Le Ruote d’Argento.

Parlavamo di vedovanza, pensione, figli troppo protettivi, ginocchia doloranti e medici che consigliavano movimento senza spiegare dove trovare il coraggio per iniziare.

Elena reagiva con ironia.

— Allora, un’altra spedizione delle nonne?

— Trentadue chilometri domenica scorsa.

— Non esagerare.

Una volta le inviai una foto scattata davanti al lago. Eravamo sudate, spettinate e sorridenti. Lei rispose con un’emoji.

La settimana scorsa decidemmo di affrontare quaranta chilometri.

La sera prima non riuscivo a dormire. Avevo paura di non avere abbastanza forza per tornare.

Alle sei ero già in piedi.

Il percorso attraversava campagne, piccoli paesi e una strada lungo il fiume. A metà ci fermammo vicino all’acqua. Rosa aveva portato una torta, Gabriella il caffè.

— Un anno fa, a quest’ora, ero sul divano, — dissi.

— Adesso il divano deve aspettarti, — rispose Mirella.

Gli ultimi chilometri furono duri. Le gambe bruciavano e la schiena protestava. Quando arrivammo, il contachilometri segnava 41,3.

Mandai una fotografia a Elena.

Lei chiamò immediatamente.

— Hai davvero percorso quaranta chilometri?

— Quarantuno.

— E stai bene?

— Sono stanca. Non malata.

Rimase in silenzio.

— Io non salgo su una bici da dodici anni.

— Me ne sono accorta.

— Domenica potrei venire con voi?

Mi tornò in mente il gesto del dito alla tempia.

— Puoi. Ma non aspettarti che le vecchie pazze ti risparmino le salite.

La domenica arrivò con una bici presa in prestito e un completo sportivo nuovo. Dopo dieci chilometri chiese quando ci saremmo fermate. Alla prima salita scese e spinse la bicicletta.

Non la presi in giro.

Pedalai accanto a lei.

Al lago si sedette con noi sull’erba. Osservava Gabriella che raccontava una barzelletta e Rosa che distribuiva panini.

— Mamma, qui sembri diversa.

— In che modo?

— Più viva.

La parola mi colpì.

La bicicletta non aveva cancellato il lutto. Non mi aveva restituito Carlo. Mi aveva però dato appuntamenti, strade nuove e persone che notavano la mia assenza.

Sulla via del ritorno Elena pedalò vicino a me.

— La prossima volta voglio provare quaranta chilometri.

— Prima fanne venti senza lamentarti.

— Sei diventata severa.

— Le vecchie pazze hanno standard elevati.

A casa tolsi il telo dalla macchina da cucire. Non per tornare al passato. Cucii sei piccole borse da manubrio per il gruppo.

Su una ricamai il mio nome.

Su un’altra quello di Elena.

Perché a volte una figlia guarda sua madre e vede soltanto un’età, un rischio, qualcuno da proteggere.

Poi la vede pedalare davanti a sé e capisce che non sta diventando irresponsabile.

Sta semplicemente tornando a essere una persona con una strada propria.

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