Il ventuno luglio, festa di Sant'Elia, a Casteldoro le campane suonano più a lungo del solito, e nella piazza davanti alla chiesa si allestiscono i banchi per la fiera d'estate. Formaggi, miele, salumi di montagna: è il giorno in cui i pastori scendono dagli alpeggi con le prime forme fresche, e il paese li accoglie come si accoglie chi torna da una battaglia lunga. Rosanna Bellandi, sessantatré anni, ex maestra elementare, quel giorno non pensa alla processione. Pensa a un armadio.
È l'armadio di sua sorella Ines, morta a marzo, un mobile di noce del Settecento che stava nella casa di famiglia a Bardino, tra le colline sopra Casteldoro. Dentro, in una cornice di legno tarlato, c'era la fotografia dei loro genitori il giorno delle nozze, 1958, e dietro la cornice — lo sapeva solo Rosanna — la ricevuta di un deposito bancario intestato a entrambe le sorelle, aperto nel 1994 con i soldi della vendita di un terreno. Quattrocentodiecimila euro, rivalutati negli anni, mai toccati, mai divisi.
Il nipote di Ines, Tommaso Ferrucci, trentotto anni, si era offerto di "sistemare la casa" appena finito il lutto. Troppo in fretta, secondo Rosanna. Ha svuotato le stanze, ha portato via mobili "per fare spazio", ha detto che l'armadio di noce l'ha regalato a un antiquario di Bardino perché "tanto era pieno di tarli". Rosanna non gli ha creduto un secondo.
Quella mattina, mentre in piazza si allestiscono i banchi e qualcuno scarica dal furgone le forme di pecorino ancora calde di stagionatura, Rosanna sale nel suo appartamento sopra la farmacia e chiama l'antiquario, un certo Walter Sabbioni, che conosce da trent'anni perché gli ha venduto libri vecchi.
«Walter, l'armadio di mia sorella. Quello che ti ha portato Tommaso.»
«Rosanna, io quell'armadio non l'ho mai visto. Tommaso non è passato da me da almeno due anni.»
Silenzio al telefono. Poi Rosanna dice solo: «Grazie, Walter», e riattacca.
Il pomeriggio lo passa a fare due telefonate — alla ditta di traslochi che ha lavorato per Tommaso, e a un magazzino in affitto a Pontenuovo che il nipote pensava nessuno conoscesse. Il magazzino esiste, l'affitto è intestato a lui, il pagamento è stato fatto in contanti tre giorni dopo il funerale della zia.
La sera stessa Rosanna non urla, non piange, non chiama Tommaso per accusarlo. Prende l'auto, una Panda del 2009 che tiene ancora perché "va benissimo", e va all'avvocato Cosimo Renieri, quello che le ha già seguito la successione dei genitori. Porta con sé una cosa sola: la fotocopia del contratto di deposito del 1994, che teneva — non nella cornice, come pensava Tommaso, ma cucita nella fodera della sua vecchia borsa da lavoro, quella con cui andava a scuola ogni mattina per trentadue anni.
«Cosimo, voglio sapere se posso chiedere l'inventario giudiziale del magazzino di Pontenuovo prima che lui ci metta le mani sopra.»
L'avvocato la guarda, guarda il foglio, e le dice che sì, si può fare, ma serve muoversi entro la settimana, prima che Tommaso trasferisca o venda qualcosa.
Passano nove giorni. Il ventinove luglio, un mercoledì, arriva la notifica: sequestro conservativo sul contenuto del magazzino, disposto dal giudice su istanza di Rosanna in qualità di erede legittima e cointestataria del conto del 1994. Nel frattempo la banca, contattata dall'avvocato, conferma che il deposito esiste ancora, intestato a entrambe le sorelle, e che Rosanna — essendo l'unica titolare superstite — può disporne pienamente.
Tommaso si presenta a casa di Rosanna un sabato mattina, senza preavviso, la faccia di chi ha dormito poco. Bussa, lei apre con lo straccio ancora in mano perché stava lavando i vetri della cucina.
«Zia, ma cosa hai fatto. Il magazzino è sotto sequestro, mi hanno bloccato tutto.»
«L'armadio della nonna dov'è, Tommaso?»
«L'ho venduto, avevo bisogno di soldi, il mutuo dell'officina…»
«E la ricevuta della banca, quella dietro il quadro dei nonni? L'hai trovata e l'hai fatta sparire, vero? Pensavi che con l'armadio sparisse anche quella.»
Lui non risponde. Guarda il pavimento del pianerottolo, poi guarda lei.
«Zia, io pensavo che quei soldi… la mamma diceva sempre che prima o poi sarebbero stati miei.»
«Tua madre diceva tante cose. Ma il conto è cointestato con me, dal 1994, con la firma di tuo nonno come testimone. Non è mai stato tuo, e non lo sarà.»
Rosanna non lo fa entrare. Chiude la porta, non con rabbia, con lo stesso gesto calmo con cui chiudeva la classe alle quattro e mezza dopo l'ultima campanella.
Il lunedì successivo va in banca, non a Casteldoro ma nella filiale di Bardino, quella con le vetrate che danno sul torrente. Porta la cartella con dentro tutto: il contratto del '94, il certificato di morte di Ines, l'atto notorio che la banca stessa aveva richiesto. Chiude il vecchio deposito cointestato e apre un nuovo conto, solo a suo nome, dove fa confluire l'intera somma. Poi, con la stessa cartella sotto il braccio, versa duemila euro alla parrocchia di Bardino per il restauro del portale ligneo della chiesa — quello davanti a cui, ogni ventuno luglio, si benedicono le forme di formaggio dei pastori che scendono dai monti.
Tommaso lo viene a sapere due settimane dopo, da un cugino che lavora in banca a Pontenuovo e ha visto il movimento sull'estratto conto della parrocchia. Non si presenta più a casa di Rosanna. Le manda un messaggio, una sola riga: "Va bene così, zia. Scusa."
Rosanna legge il messaggio seduta al tavolo di cucina, con la fotografia dei genitori — quella salvata, incorniciata di nuovo, ma con una cornice nuova, comprata al mercatino dell'antiquariato — appoggiata davanti a sé. Non risponde subito. Finisce di stirare la tovaglia buona, quella che tira fuori solo per Sant'Elia, e la mattina dopo la stende sul tavolo per il pranzo che offre ogni anno alle vicine del palazzo, con il pecorino nuovo comprato in piazza e il pane ancora caldo del forno di Bardino.
