Il debito di Officina Ferretti

A Cesena, dietro il distributore di via Cervese, c'era un'officina con l'insegna scrostata dal 1994: FERRETTI GOMME E MOTORI. Renata l'aveva ereditata da suo padre insieme a un debito di ventisettemila euro con la Banca Popolare e a un dipendente, Adalgiso, che ci lavorava da prima che lei nascesse.

Suo marito Nicola invece ci mise gli occhi sopra tre mesi dopo il matrimonio.

— Ha senso solo se ci mettiamo un secondo ponte sollevatore — le disse una sera, mentre lei stava ancora contando gli scontrini della giornata sul tavolo di cucina. — Io conosco uno a Forlì che vende attrezzatura usata a metà prezzo.

Renata non disse di no. Non ne aveva motivo: Nicola era bravo con i conti, aveva fatto ragioneria, e in officina passava più ore di lei, ormai. Firmò la procura che le chiese perché "così non devi venire tu in banca ogni volta, con il bambino piccolo". Aveva una figlia di due anni, Bice, e un secondo in arrivo. Le sembrò un gesto d'amore.

Il ponte sollevatore arrivò. Poi arrivò un furgone Fiat Ducato di seconda mano, targato per il trasporto merci. Poi, in un pomeriggio di ottobre, arrivò una lettera del notaio di Cesenatico che Renata trovò per caso, ripiegata dentro il libro paga, mentre cercava le buste degli stipendi di Adalgiso.

Era l'atto di cessione di quota. Officina Ferretti Gomme e Motori S.r.l., cinquantuno per cento a Nicola Sarti. Data: quattro mesi prima. Firma di Renata in fondo, quella vera, quella che aveva messo su un foglio bianco «per la banca», le aveva detto lui, «tanto è solo una formalità per il fido».

Restò in piedi vicino alla lavatrice con la lettera in mano finché non sentì Bice piangere dalla cameretta.

Non urlò. Non quella sera. Andò a lavoro il giorno dopo come sempre, aprì la saracinesca alle sette e mezza, e chiese ad Adalgiso, tra un cambio gomme e l'altro, chi avesse portato le carte dal notaio.

— Il dottor Sarti — rispose lui, senza alzare gli occhi dal cerchione che stava smontando. — È venuto lui, con la sua Panda. Ha detto che erano documenti per il mutuo del ponte.

Adalgiso aveva sessantotto anni e le mani spaccate dal grasso di quarant'anni di officina. Non si intrometteva mai nei discorsi di famiglia. Ma quel giorno, mentre Renata firmava le bolle di consegna con la mano che le tremava appena, lui le disse una cosa che lei non si aspettava.

— Suo padre teneva le fatture importanti in una scatola di latta, dietro il compressore. Diceva sempre: "Le carte che contano, chiudile dove nessuno guarda per curiosità".

Renata la trovò quella sera stessa. Dentro c'erano gli atti originali dell'officina, il testamento di suo padre — che lasciava tutto a lei, non alla famiglia che avrebbe formato — e una fotocopia della sua carta d'identità, quella che usava per firmare le pratiche urgenti quando lui era ricoverato per il cuore, l'ultimo anno. Suo padre le aveva insegnato a diffidare delle firme fatte di fretta molto prima che Nicola le mettesse un foglio davanti dicendole "firma qui, è solo una formalità".

Nicola tornò a casa alle otto, come ogni sera, con la busta del pane sotto braccio.

— Ho parlato con l'avvocato Merlini — disse Renata, seduta al tavolo dove di solito contava gli scontrini, con l'atto di cessione aperto davanti a sé e la scatola di latta accanto. — Quella firma sulla cessione di quota non vale niente. Il foglio che ti ho firmato io diceva "documentazione per pratica di fido bancario". Non c'era scritto cessione di nessuna quota. Il notaio l'ha allegato dopo, con la tua delega.

Nicola posò la busta del pane. Non disse niente per un momento lungo, quello in cui di solito, nei film, qualcuno spiega tutto. Lui invece si sedette, come se avesse solo bisogno di riprendere fiato per l'ennesima bugia.

— Renata, l'officina va meglio da quando ci sono io. Il fatturato è salito del trenta per cento.

— È salito perché tu hai comprato un furgone che adesso è intestato alla ditta e lo usi per fare consegne private il sabato — rispose lei. — Ho controllato i chilometri con Adalgiso stamattina.

Non alzò la voce. Non pianse. Aprì la cartellina che l'avvocato Merlini le aveva preparato quel pomeriggio, mentre Bice dormiva nello studio legale su una sedia con due cuscini sotto per non farla cadere.

— Ho depositato oggi la richiesta di annullamento della cessione per dolo. Merlini dice che con la lettera del notaio e la mia denuncia dei redditi, dove risulto ancora amministratrice unica alla data della firma, ci vogliono sei mesi, forse meno. Nel frattempo ho revocato la tua procura in banca. L'ho fatto stamattina, prima di aprire l'officina.

— Non puoi farmi questo con due figli in mezzo.

— I figli li cresco io, in officina, la mattina presto, quando li porto con me prima dell'asilo perché tu dormi. Il secondo nasce a marzo, Nicola, e nascerà con mia figlia intestataria di un'azienda che suo nonno ha costruito, non con un padre che l'ha svenduta per un ponte sollevatore usato.

Nicola provò ancora, per due settimane, a intestarsi mezzi aziendali, a chiamare Adalgiso da parte per convincerlo a testimoniare che la firma era stata volontaria. Adalgiso rispose una sola cosa, che Renata seppe solo mesi dopo, in tribunale a Forlì: — Io lavoro qui da prima che lei nascesse. So distinguere una firma per il fido da una vendita. E so anche che lei, dottore, i pezzi di ricambio per il Ducato li pagava in contanti, senza scontrino.

Il giudice annullò la cessione a febbraio. Nicola lasciò la casa di via Ravennate a marzo, tre settimane prima che nascesse Achille. Portò via il Ducato — quello sì, gliel'aveva lasciato Renata, senza discutere, perché non voleva un'auto pagata con soldi che non erano suoi in mezzo al cortile dell'officina.

Renata cambiò la serratura del piccolo ufficio sopra il magazzino un martedì mattina, con Bice che le porgeva le viti da una scatola di plastica. Non lo fece per rabbia. Lo fece perché quello era l'ufficio dove suo padre teneva la scatola di latta, e voleva che le chiavi le avesse solo lei, e più avanti, quando sarebbe stato il momento, sua figlia.

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