Arianna Ferretti ha ventidue anni ed è la prima della sua famiglia ad avere una laurea in tasca — Scienze della Comunicazione, Università di Bologna, centoundici e lode, tesi discussa a marzo. Nel cassetto della cucina, avvolto in un canovaccio a righe, tiene ancora il quaderno a quadretti dove sua nonna Pina segnava ogni lira, poi ogni euro, speso per farla studiare. L'ultima pagina scritta dice: *Retta collegio, settembre 2019, milleduecento euro.* Dopo quella riga non c'è più niente. Perché a ottobre di quell'anno Pina è caduta sulle scale del palazzo di via Saragozza, si è rotta il femore, ed è finita in una casa di riposo a Casalecchio dove Arianna va a trovarla ogni domenica, con la borsa della spesa e l'odore di ragù che le resta addosso per tutto il tragitto in autobus.
La casa di riposo si chiama Villa Serena, anche se di sereno ha poco: corridoi che sanno di disinfettante e minestra, la tv sempre accesa su Rai Uno anche quando nessuno la guarda, e la stanza 14 dove Pina condivide il bagno con una signora di Molfetta che parla solo in dialetto e chiede sempre che ore sono.
Quella domenica di fine settembre Arianna arriva con le mele cotogne che a Pina piacciono tanto, e trova la porta della 14 chiusa a chiave. Non chiusa per sbaglio: chiusa con il lucchetto che di solito sta sull'armadietto degli attrezzi in giardino.
«Signorina, mi scusi.» L'infermiera del turno, una ragazza con la treccia disfatta e le scarpe da ginnastica sporche di qualcosa che è meglio non chiedere, la ferma a metà corridoio. «Sua zia… suo padre, il signor Ferretti, ha detto di non far entrare nessuno stamattina. C'è un notaio.»
Un notaio. Di domenica. Nella stanza di una donna di ottantasette anni con la testa che va e viene come la marea.
Arianna non urla. Bussa, tre colpi netti, poi appoggia l'orecchio alla porta e sente la voce di suo padre Renato — quella voce bassa e untuosa che usa quando vuole vendere qualcosa, un'auto usata o un'idea — che dice: «Firmi qui, signora Ferretti, così sistemiamo tutto prima che sia tardi.»
Tardi per cosa. Arianna lo sa benissimo: tardi prima che la badante ucraina che assiste Pina tre pomeriggi a settimana capisca cosa sta succedendo, tardi prima che arrivi lei, la nipote scomoda che fa troppe domande, quella che il padre chiama «la femminista» ogni volta che lei gli chiede conto di qualcosa.
La porta si apre da dentro. Non per gentilezza: la apre il notaio stesso, un uomo con gli occhiali sulla punta del naso e la cartella di pelle marrone sottobraccio, perché ha sentito bussare e non ha voglia di controversie prima di pranzo.
Dentro c'è tutto il teatrino. Pina è seduta sul letto, il vestito buono — quello con i fiori blu che mette solo per la messa — infilato di traverso, come se qualcuno l'avesse vestita in fretta. Renato è in piedi accanto a lei con una penna stilografica che Arianna non gli ha mai visto usare in vita sua, di quelle che si tirano fuori solo per fare colpo. E sul comodino, sopra il bicchiere d'acqua e le pastiglie della pressione, c'è un plico di fogli con il timbro del catasto.
«Papà, cosa state firmando.»
Non è una domanda. È un colpo dritto, e Renato lo accusa: si volta di scatto, la penna ancora in mano.
«Non sono affari tuoi, Arianna. Sono cose tra me e mia madre.»
«Mia madre non sa nemmeno che giorno è oggi.» Arianna entra, passa davanti al notaio senza chiedere permesso. «Nonna, cosa stai firmando?»
Pina alza gli occhi. Ha lo sguardo confuso di chi si sveglia in un posto che non riconosce, ma quando vede Arianna qualcosa in lei si aggancia, come una chiave che finalmente trova la serratura giusta.
«Arianna… c'è tuo padre che dice che devo firmare per la casa. Per la casa di via Saragozza.»
La casa. Tre stanze e cucina al quarto piano senza ascensore, comprata da Pina e dal marito nel 1968 con i risparmi di una vita in fabbrica alla Ducati, l'unica cosa che possiede al mondo oltre alla pensione minima e al conto in Poste Italiane con dentro milleottocento euro. La casa dove Arianna è cresciuta mentre sua madre se ne andava a Milano con un altro uomo e suo padre spariva per settimane a giocare al totocalcio nei bar di periferia.
«È un semplice atto di donazione,» dice il notaio, con il tono di chi vuole chiudere la pratica e andarsene. «Il signor Ferretti mi ha assicurato che sua madre è pienamente consenziente.»
«Mia nonna ha una diagnosi di decadimento cognitivo lieve confermata dal neurologo del Sant'Orsola. Ce l'ho scritta nero su bianco, in una cartella che tengo a casa mia perché sapevo, prima o poi, che sarebbe servita.» Arianna tira fuori il telefono. «Vuole vederla adesso, dottore, o preferisce che gliela porti in studio insieme a una denuncia per circonvenzione di incapace?»
Il silenzio che segue non è il silenzio delle storie con la musica di sottofondo: è il silenzio secco di un uomo che calcola quanto rischia. Il notaio guarda Renato. Renato guarda il pavimento, poi la penna che tiene ancora in mano, come se non sapesse più a cosa serva.
«Arianna, tu non capisci. Ho dei debiti. La ditta di infissi è fallita, mi hanno pignorato lo stipendio, se non sistemo la casa entro dicembre mi portano via anche l'auto.»
«E la soluzione era far firmare a una donna di ottantasette anni con l'Alzheimer un atto che le toglie l'unica cosa che ha?»
Renato non risponde. Il notaio, con la faccia di chi ha già capito che quella mattina non porterà a casa nessun rogito, comincia a raccogliere i fogli.
«Se la signora non è nelle condizioni di intendere e volere, io non posso procedere. Mi dispiace, ma è così.»
Se ne va senza salutare nessuno. Le scarpe che scricchiolano sul linoleum del corridoio sono l'unico rumore per un lungo momento.
Arianna si siede accanto a Pina sul letto, le prende le mani — mani piene di macchie e vene in rilievo, mani che per quarant'anni hanno lavorato alla catena di montaggio delle marmitte — e le sistema il colletto del vestito, storto da quando l'hanno vestita in fretta stamattina.
«Nonna, quel quaderno che tenevi in cucina. Quello dove scrivevi le spese per me. Lo conservo ancora io.»
Pina sorride, un sorriso che le arriva fino agli occhi anche in mezzo alla confusione. «Lo so, tesoro. L'ultima riga dice milleduecento euro.»
«Sì, nonna. Ed è ora che qualcun altro scriva la prossima riga.»
Non lo dice a Renato. Lo dice a se stessa, e nei giorni seguenti lo trasforma in fatti, non in parole gridate. Il lunedì dopo va dall'avvocato Bertolucci, quello che ha in studio tre piani sopra la farmacia di piazza Malpighi, e apre una procedura di amministrazione di sostegno per la nonna: milleottocento euro sul conto Poste, la pensione di seicentododici euro al mese, e la casa di via Saragozza, tutto passa sotto tutela con Arianna come amministratrice designata dal giudice tutelare del Tribunale di Bologna. Ci mettono sei settimane, tra perizie e udienze in un'aula fredda con le sedie di legno, ma a fine novembre la sentenza è depositata.
L'ultimo atto Arianna lo fa da sola, un sabato mattina di dicembre, col fiato che le si condensa davanti alla bocca nel corridoio non riscaldato di Villa Serena. Cambia la serratura della cassetta di sicurezza della nonna in banca — quella dove sta il libretto della casa — e fa mettere il suo nome come unica firma autorizzata. Poi va a via Saragozza, dal fabbro sotto casa che conosce da quando era bambina, e fa cambiare anche la serratura del portone, perché Renato aveva ancora le chiavi e negli ultimi mesi era entrato due volte senza avvisare nessuno.
Renato lo scopre un pomeriggio, quando prova a infilare la chiave nella toppa e la chiave non gira. Resta lì, davanti alla porta di quella casa dove è cresciuto, con la busta di plastica del supermercato in una mano e le chiavi inutili nell'altra, e chiama Arianna dal cellulare.
«Hai cambiato la serratura.»
«Sì. Se vuoi vedere la nonna, gli orari di Villa Serena sono dalle quindici alle diciotto, tutti i giorni tranne il lunedì. Se vuoi entrare in casa sua, mi chiami prima e organizziamo una visita con me presente.»
«Sono tuo padre.»
«E lei è mia nonna, ed è sotto tutela legale, con sentenza del tribunale. Non è più una questione di cosa sei tu per me, papà. È una questione di chi risponde davanti a un giudice se qualcosa va storto.»
Renato non risponde. Arianna sente solo il rumore del sacchetto della spesa che si muove, forse spostato da una mano all'altra, poi la linea cade.
Quella sera Arianna prende il quaderno a quadretti dal cassetto della cucina, lo apre all'ultima pagina scritta — *Retta collegio, settembre 2019, milleduecento euro* — e sotto, con la penna blu che sua nonna usava sempre, scrive la riga nuova: *Casa di via Saragozza, messa in sicurezza, dicembre 2026. Nessuno la tocca più.*
