Il tailleur azzurro di Lucia Ferretti

Lucia Ferretti aveva quarantasei anni e una regola che non aveva mai infranto in vent'anni di carriera diplomatica: mai lasciare che qualcuno vedesse quanto le costava sorridere davanti alle telecamere.

Quella mattina di ottobre, nella sala dorata di Villa Reale a Monza, dove si teneva il Summit Europeo delle First Lady e delle rappresentanti istituzionali, Lucia sistemava per la terza volta il colletto del tailleur azzurro cielo. Non era vanità. Era metodo. Ogni piega doveva stare al suo posto, perché lei rappresentava il Ministero degli Affari Esteri italiano in un consesso di mogli di capi di stato, ambasciatrici, ministre da tutta Europa, e sapeva che qualcuno, da qualche parte, avrebbe fotografato ogni centimetro di quel vestito per commentarlo online prima ancora che finisse il suo discorso.

Suo marito, Marco, non era venuto. Erano separati da otto mesi, ma nessuno al Ministero lo sapeva ancora, tranne la sua assistente, Chiara, ventotto anni, che le allacciava la collana di perle mentre Lucia fissava lo specchio del camerino allestito in una delle sale laterali della villa.

«Ha ricevuto un'altra email da lui», disse Chiara, senza guardarla. «L'ho vista arrivare mentre controllavo il suo calendario.»

Lucia non chiese cosa dicesse. Lo sapeva già. Marco chiedeva sempre la stessa cosa da quando avevano iniziato le pratiche di separazione: la sua parte della casa di Bellagio, quella che lei aveva pagato quasi per intero con l'eredità di sua madre, centoquarantamila euro versati in un colpo nel 2019. Lui ci aveva messo ventitremila, ma pretendeva la metà.

«Dopo», disse Lucia. «Ora devo essere presente qui.»

Fuori, nel cortile della villa, un valletto in livrea grigia scaricava scatole di fiori per il ricevimento serale. Il profumo di caffè arrivava dalla sala colazioni, mescolato a quello di cera per pavimenti, quella cera specifica che usavano solo nei palazzi storici, con un fondo di legno bruciato che a Lucia ricordava sempre l'ufficio di suo padre, morto quando lei aveva dodici anni.

Il discorso andò bene. Meglio del previsto. Parlò di cooperazione tra donne nelle istituzioni europee, citò due dati sulla parità salariale che aveva preparato la notte prima, e quando scese dal podio tre giornaliste la fermarono per fotografarla vicino alla vetrata che dava sul giardino all'italiana. Il tailleur, in effetti, era perfetto sotto quella luce. Una fotografa dell'ANSA le disse che sembrava "uscita da un dipinto neoclassico". Lucia ringraziò, e per un attimo — solo un attimo — si sentì davvero al posto giusto.

Poi controllò il telefono.

Marco aveva scritto di nuovo, questa volta non alla sua email istituzionale ma al numero privato, quello che usava solo per le emergenze con la figlia. *Ho parlato con l'avvocato. Se non firmi entro venerdì, chiedo la casa intera, non solo la metà. Tanto tu con quello stipendio del Ministero te la cavi.*

Sua figlia, Bianca, diciassette anni, le aveva scritto la sera prima dicendo che il padre le aveva chiesto di convincerla a firmare, "perché altrimenti dovrà vendere anche l'officina". Marco aveva un'officina meccanica a Erba, ereditata da suo padre, e da due anni faticava a pagare i dipendenti. La casa di Bellagio non gli serviva per viverci. Gli serviva per coprire i debiti.

Lucia rimase ferma davanti alla vetrata per un tempo che a Chiara, che la osservava da lontano con due bicchieri di prosecco in mano, parve troppo lungo.

«Tutto bene?» le chiese, arrivandole vicino.

«Ho bisogno del numero dell'avvocato Casartelli», disse Lucia. Si tolse gli orecchini di perla, uno dopo l'altro, e li chiuse nel palmo della mano come si fa con qualcosa che non si vuole più portare per un po'.

Quella sera, nella suite dell'albergo dove il Ministero l'aveva alloggiata per la notte del summit, Lucia aprì la cartella blu che portava sempre con sé nei viaggi di lavoro. Dentro, insieme ai documenti del summit, teneva anche quelli della separazione: l'atto di acquisto della casa di Bellagio, il bonifico dell'eredità del 2019, gli estratti conto che dimostravano ogni singolo euro versato.

Chiamò l'avvocato Casartelli alle 21.40. Rispose al secondo squillo.

«Lucia. Novità?»

«Voglio chiudere questa storia entro venerdì. Non voglio più trattare. Voglio l'atto di divisione dei beni con la mia quota al settantadue per cento, come stabilito dalla perizia che abbiamo già depositato a giugno. E voglio che gli venga notificato domani, non venerdì.»

Ci fu una pausa dall'altra parte. «Sei sicura? Con la notifica anticipata perde qualsiasi margine per negoziare al ribasso.»

«Esattamente per questo lo voglio domani.»

Il giorno dopo, Lucia non tornò a Roma con la delegazione del Ministero. Prese un treno per Erba, da sola, con la cartella blu sotto il braccio e ancora addosso i tacchi del summit, quelli che le avevano fatto male ai piedi per tutto il discorso.

Trovò Marco nell'officina, chino sul motore di una Fiat Panda grigia, le mani nere di grasso, la radio che trasmetteva una partita di calcio a basso volume, il commentatore che urlava un fuorigioco contestato. Non la sentì entrare finché non fu a un metro da lui.

«Lucia?» Si girò, si asciugò le mani su uno straccio che sembrava più sporco delle mani stesse. «Che ci fai qui, vestita così, in mezzo all'olio?»

«Ti hanno notificato l'atto?»

Marco impallidì. Il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni da lavoro vibrò in quel momento, come per confermarlo. Lo spense con il pollice senza guardarlo, un gesto secco, quasi rabbioso.

«Settantadue per cento? Ma sei impazzita, quella casa—»

«Quella casa l'ho pagata io. Centoquarantamila euro dell'eredità di mia madre contro i tuoi ventitremila. La perizia lo dice, il bonifico del 2019 lo dice, e da oggi lo dice anche il tribunale.» Lucia posò la cartella blu sul banco da lavoro, accanto a una chiave inglese e a un manuale unto di grasso. «Non firmerò nessun accordo al cinquanta per cento. Non perché voglio punirti. Perché non è la verità.»

«E l'officina? Se devo liquidarti la tua parte della casa dovrò vendere l'officina di mio padre.»

Marco sbatté lo straccio sul cofano aperto della Panda. Lucia non si mosse di un centimetro.

«Non è un problema mio, Marco. Per otto mesi hai scritto a nostra figlia chiedendole di convincermi, mentre a me mandavi minacce sul telefono privato. Hai usato Bianca. Questo, per me, chiude ogni margine di trattativa che avresti potuto avere.»

Uscì dall'officina senza aspettare risposta. Nel parcheggio, prima di richiamare un taxi per la stazione, mandò un messaggio a Bianca: *Ho parlato con papà. Non devi più fare da messaggera tra noi. Qualsiasi cosa lui ti chieda di dirmi, dimmi solo che ha bisogno di parlare direttamente con l'avvocato Casartelli.*

La risposta arrivò dopo pochi minuti: *Ok mamma. Sei ancora con quel vestito azzurro? L'ho visto sui giornali, stavi benissimo.*

Lucia guardò il proprio riflesso nel finestrino del taxi. Il tailleur, in effetti, sembrava ancora perfetto, come se non avesse viaggiato in treno, come se non avesse appena attraversato l'officina di un uomo che per otto mesi aveva provato a farla sentire in debito per una casa che aveva pagato lei.

Rispose solo: *Sto bene.*

Appoggiò la cartella blu sulle ginocchia e la tenne ferma con entrambe le mani per tutto il tragitto fino alla stazione.

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