Quella domenica a pranzo, sulla terrazza della casa al Nomentano, l’aria sapeva di gelsomino e di arrosto. Fu lì che mio fratello Riccardo, pulendosi la bocca con il tovagliolo, lasciò cadere la bomba.
— Per la festa della mamma, quest’anno, ci organizziamo con largo anticipo — disse, versandosi del vino. — Io e Carla abbiamo prenotato. Partiamo giovedì per Ischia. Quindi la mamma questo weekend non la prendiamo.
Mia sorella Simona alzò subito le mani, come a parare un colpo.
— Io ho il saggio di danza di Camilla sabato, domenica la cresima del figlio di Federica. Non ce la faccio proprio. La mamma è stata da me dieci giorni a marzo, mi è sembrato di impazzire. Tra il lavoro, la casa, e lei che perde il brodo sul tappeto…
Enzo, il maggiore, non disse nulla. Si girò verso il punto in ombra della terrazza, dove nostra madre stava seduta su una sedia di vimini. Aveva lo sguardo fisso su una lucertola immobile sul muretto, le mani appoggiate sul bastone. Dalle labbra le pendeva un filo di bava che nessuno di noi, in quel momento, aveva notato. O forse avevamo fatto finta di non vedere.
Enzo si alzò, prese il tovagliolo e glielo passò sulle labbra, con un gesto lento. Lei sussultò appena.
— Mamma, meglio così — le disse a bassa voce. — Così domenica stai solo con noi.
Poi si accostò una sedia e le si sedette accanto, prendendole la mano. Fu a quel punto che sua figlia Sofia, diciannove anni, si staccò dal muretto dove stava messaggiando al telefono. Posò il cellulare sul tavolo, si avvicinò alla nonna e fece una cosa che ci gelò tutti.
Si inginocchiò davanti a lei, le prese le mani — quelle mani piene di macchie e di tremiti — e cominciò a parlare con una voce che non le avevo mai sentito. La voce di un’adulta.
— Nonna Clara, lo vedi? I tuoi figli grandi non hanno mai tempo per te. Ma tu resta qui con noi. Con papà, con mamma e con me. Ora vieni, andiamo dentro che ti faccio vedere una cosa.
Si alzò e aiutò la nonna a reggersi al bastone.
— Ti ricordi la scatola delle mie Barbie? Quelle che tenevi tu in cantina a Torpignattara, nell’armadio di ferro? Le ho tirate fuori ieri sera. C’è ancora la gonna a balze che mi avevi cucito a mano, quella viola. E il golfino rosa coi bottoni veri. Ti siedi sul divano e io ti pettino. Mi racconti di quando lavoravi alla sartoria al Tuscolano? La Simona dice che quelle storie le hai già raccontate cento volte e che sono noiose. Io invece potrei ascoltarle per sempre, anche duecento volte, e ogni volta mi sembrerebbero nuove.
La nonna abbozzò un sorriso tremante. Sofia continuò, trascinandola piano verso il salotto.
— Poi dopo facciamo i tarallucci al burro, quelli che piacevano a Riccardo da bambino. Quelli che inzuppava nel latte la mattina prima di andare a scuola. Adesso si ricorda di te soprattutto quando non sta bene, quando gli manca la tua cucina, il brodo di gallina, la crostata con la marmellata di amarene che gli preparavi quando aveva la febbre. Allora sì che telefona.
Fece una pausa e la guardò dritto negli occhi.
— Adesso ti siedi qui, Nonna, e io ti faccio le trecce con i nastri colorati. Come quelle che facevi alla Simona alle elementari. Lei diceva che le detestava, che a scuola la prendevano in giro. Ma io le trovo le più belle del mondo.
Simona, a quelle parole, abbassò lo sguardo. Riccardo smise di bere il vino e si mise a fissare il piatto.
— Resta con noi, Nonna — riprese Sofia, stringendole le dita. — E stasera, prima di dormire, ci dai la benedizione. A me, a papà e alla mamma. Lo so che ogni tanto ti scordi il gas acceso e che l’altra mattina hai rimesso il latte in frigo già caldo. Lo so che a tavola a volte il cibo ti cade dalla bocca, che le mani ti tremano, che la stessa storia la racconti tre volte di fila. E allora? Non mi importa. Se devi raccontarmela tre volte, io tre volte ti ascolto, e tutte e tre come se fosse la prima.
Si avvicinò ancora, sfiorandole una guancia con le labbra.
— Lo zio Riccardo e la zia Simona dicono che sei diventata come una bambina. E che forse sarebbe il caso di trovarti un posto con delle persone che si prendono cura di te. Lo so che lo dicono. Ma papà non l’ha mai permesso e non lo permetterà mai. Dice che adesso tocca a lui. Aiutarti a camminare, pulirti la bocca, starti a sentire anche quando ripeti le cose, infilarti le scarpe. Esattamente come facevi tu con lui quand’era piccolo e non stava mai fermo. Glielo ripete sempre, sai? Che adesso la bambina sei tu. E lui ti tiene per mano come tenevi tu la sua, in via dei Savorgnan, quando lui aveva quattro anni e a ogni tombino si fermava a guardare l’acqua sotto.
Sollevò la testa e nella sua voce un nodo di pianto fece capolino, ma solo per un attimo.
— Nessuno ti mette via, Nonna. Noi qui non mettiamo via nessuno. Sei la nostra bambina adesso, e ti teniamo stretta. Con lo stesso amore con cui tu hai cresciuto loro. Con la stessa tenerezza che ci hai insegnato senza dire una parola.
Sul terrazzo era sceso un silenzio strano. Si sentiva solo il ronzio del frigorifero dalla cucina. Poi nostra madre sollevò il viso, si guardò intorno come se vedesse la terrazza per la prima volta, e con un filo di voce cominciò a parlare.
— Quando ero bambina, prima della guerra, mio padre, vostro nonno, aveva una bottega a San Lorenzo. Lavorava il ferro. E io certe mattine scappavo e lo raggiungevo…
Riccardo e Simona si avvicinarono, in piedi, senza dire una parola. Simona aveva le lacrime agli occhi e si tormentava un anello. Riccardo teneva le braccia conserte ma la mascella gli tremava.
Enzo rimase seduto vicino alla madre, con una mano appoggiata sulla sua spalla. Ascoltava, come l’avevo visto ascoltarla mille altre volte: con la testa leggermente china, lo sguardo fisso su di lei, come se ogni parola fosse un regalo.
Ripenso spesso a quel pomeriggio, adesso. A come le parole di una ragazza di diciannove anni avevano rimesso a posto le cose, mentre noi fratelli più grandi, noi adulti, eravamo lì a litigare su chi doveva “tenersi” la mamma per il weekend, come fosse un pacco.
Mia madre se n’è andata un anno e mezzo dopo. In silenzio, circondata dalle persone che l’amavano. La sera prima Enzo l’aveva portata in terrazza a prendere il fresco, le aveva messo uno scialle sulle spalle. “Mamma, domani ti faccio le fettuccine”, le aveva detto. Lei aveva sorriso, stroncata dalla stanchezza. Non ci fu un domani, ma le fettuccine le aveva avute tutti i giorni, fino alla fine.
La mattina dopo il funerale, sul davanzale della cucina di Enzo, un merlo si posò. Un maschio adulto, tutto nero e il becco arancione. Restò lì per ore, immobile, la testina girata verso l’interno. Sofia lo notò subito e rimase a guardarlo dalla finestra. Ogni tanto il merlo becchettava il vetro, piano. Poi, verso sera, aprì le ali e volò via in direzione dei pini di piazza Bologna.
Da allora torna ogni giorno. Si posa sempre sullo stesso davanzale. Resta fino al tramonto, zitto, e quando il sole cala dietro i palazzi, spicca il volo e sparisce in alto.
Sofia lo guarda andare via. Qualche volta socchiude la finestra e butta fuori una briciola di pane.
— Non ti preoccupare, Nonna — mormora. — Adesso tocca a me. A papà ci penso io, come lui ha pensato a te.
Poi chiude la finestra e torna in cucina. Il merlo, prima di sparire, resta un attimo sospeso a mezz’aria, come esitasse. Poi via, nel niente azzurro della sera.
