In quel momento entrò Marco, il marito di Giulia. Appena vide il figlio, distolse lo sguardo.
«Tu lo sapevi?» chiese lei.
Marco appoggiò le buste della spesa.
«Giulia, non trasformare tutto in una tragedia. I capelli ricrescono. Mamma voleva solo sistemarlo.»
«Ha pianto?»
Marco rimase in silenzio.
«Ti ho chiesto se nostro figlio ha pianto.»
«Un po’. Poi si è calmato.»
Nicolò si aggrappò alla gonna della madre.
Giulia attraversò la cucina e aprì il mobile dove tenevano una scatola di latta. Da mesi metteva da parte denaro per un percorso intensivo con una logopedista specializzata. Nicolò parlava pochissimo e la terapia avrebbe dovuto iniziare il lunedì successivo.
La scatola era vuota.
«Dove sono i soldi?»
Adriana bevve un sorso di caffè.
«Li ho presi io. Marco era d’accordo.»
Giulia guardò il marito.
«È vero?»
Marco sospirò.
«Mamma compie sessant’anni. Aveva bisogno di scarpe adatte al vestito.»
«Erano i soldi per la terapia di tuo figlio.»
«Li rimetteremo il mese prossimo.»
Adriana sorrise con sufficienza.
«Tutte queste cliniche private inventano problemi per guadagnare. Nicolò parlerà quando sarà pronto. Invece io domani devo presentarmi bene davanti a tutta la famiglia.»
Giulia non rispose.
Entrò nella stanza degli ospiti e chiuse la porta.
Lì, appeso all’armadio, c’era l’abito verde bottiglia che Adriana aveva comprato in una boutique di Milano. Seta italiana, ricami fatti a mano, quasi mille euro. Ne parlava da settimane.
Giulia aprì il cassetto della scrivania e prese le forbici da sarta.
Tagliò la gonna in diagonale, sopra le ginocchia. Poi recise le maniche quasi all’altezza delle spalle. Infine strappò la fascia decorativa sul fianco.
Quando aprì la porta, Marco e Adriana erano nel corridoio.
Giulia gettò l’abito mutilato ai piedi della suocera.
Adriana emise un grido.
«Che cosa hai fatto?»
«L’ho aiutata. Con una gonna così lunga avrebbe avuto caldo. E poi, alla sua età, rischiava di sembrare una sirena anziana.»
Adriana raccolse la seta strappata con mani tremanti.
«Quell’abito costava una fortuna!»
«È solo stoffa. La stoffa si può ricomprare.»
Marco si avvicinò furioso.
«Hai perso la testa? Chi pagherà il danno?»
Giulia lo guardò dritto negli occhi.
«La persona che ha preso i soldi di nostro figlio.»
«Non puoi distruggere le cose degli altri.»
«E tua madre può toccare nostro figlio contro la sua volontà, ferirlo e rubare i soldi destinati alla sua salute?»
Adriana afferrò il telefono.
«Chiamo i carabinieri.»
«Faccia pure. Mostrerò il taglio dietro l’orecchio di Nicolò. Spiegherò dove lo avete portato e perché la scatola dei risparmi è vuota.»
Marco cercò di abbassare la voce.
«Parliamone con calma.»
«Ho già capito tutto.»
«Che cosa avresti capito?»
«Che quando devo scegliere tra proteggere nostro figlio e proteggere tua madre dalle conseguenze delle sue azioni, tu scegli lei.»
Giulia indicò la camera da letto.
«Prepara la valigia.»
Marco la fissò incredulo.
«Mi stai cacciando?»
«Sì. L’appartamento era di mia nonna ed è intestato a me. Tua madre viene con te.»
Adriana si mise a urlare che Giulia era una pazza, che avrebbe rovinato il compleanno, che nessuno in famiglia le avrebbe più rivolto la parola.
«Non importa,» rispose Giulia. «Nicolò deve sapere che almeno sua madre non lo tradirà.»
Marco impiegò quasi mezz’ora a prepararsi. Durante tutto quel tempo tentò di convincerla che stava distruggendo un matrimonio per un taglio di capelli.
Alla fine Giulia disse:
«Il matrimonio non finisce per i capelli. Finisce perché hai consegnato nostro figlio a qualcuno che lo ha umiliato, poi hai pagato le sue scarpe con i soldi della sua terapia.»
Dopo che se ne furono andati, Giulia lavò delicatamente la testa del bambino e disinfettò il taglio.
«I miei capelli tornano?» chiese Nicolò con fatica.
«Sì.»
«Come prima?»
«Come vuoi tu.»
Il giorno dopo telefonò al centro logopedico e raccontò quello che era accaduto. La responsabile le concesse di pagare a rate. Giulia vendette alcuni gioielli che non indossava più e riuscì a coprire la prima parte del percorso.
Marco tornò una settimana dopo.
Disse che sua madre era sconvolta, che dormire sul divano era scomodo e che Giulia avrebbe dovuto chiedere scusa.
«E tu?» domandò lei. «Hai capito perché nostro figlio aveva paura di guardarsi allo specchio?»
Marco abbassò gli occhi.
«Non possiamo buttare via dieci anni per questo.»
«Non li butto via. Smetto di spenderne altri nello stesso modo.»
La separazione fu dolorosa. I parenti di Marco raccontarono che Giulia aveva distrutto un abito per gelosia e cacciato il marito senza motivo. Nessuno raccontò del bambino costretto a sedersi sotto una macchinetta mentre piangeva. Nessuno parlò dei soldi presi.
Giulia smise di difendersi.
Con il tempo Nicolò iniziò a parlare di più. I ricci ricomparvero, morbidi e disordinati. Un mattino, prima di andare a scuola, guardò la propria immagine nello specchio.
«Mamma, oggi li lascio sciolti.»
Giulia sorrise.
Aveva capito che un adulto può sempre comprare un altro vestito. Ma un bambino che impara che il suo corpo appartiene agli altri può portarsi quella ferita per tutta la vita.
Per questo non si pentì mai di aver chiuso quella porta.
