— Non contare su di noi! Né su di me né su tuo padre! — dichiarò Rosanna.
Elisa rimase immobile al centro della cucina, con la tazza ormai fredda tra le mani. Suo padre Vittorio fissava il giornale senza leggere.
— Mamma, non vi sto chiedendo denaro. Vi sto dicendo che ho accettato il lavoro.
— Un lavoro a Milano! — sbottò Rosanna. — Hai ventisei anni, un fidanzato, una casa quasi pronta e un matrimonio tra quattro mesi. Che cosa vai ancora cercando?
Elisa conosceva quella domanda. Le era stata rivolta ogni volta che aveva desiderato qualcosa che non rientrava nei piani della famiglia.
Quando aveva scelto lettere moderne invece di economia. Quando aveva rifiutato il posto nello studio di una cugina. Quando aveva detto che non voleva trascorrere tutta la vita nella stessa cittadina.
La proposta era arrivata da una grande casa editrice milanese. Cercavano una redattrice junior. Per Elisa, che da bambina riempiva i quaderni di racconti e correggeva perfino i biglietti di auguri, era un’occasione irripetibile.
— Non sto rinunciando a Marco, — spiegò. — Potremmo vivere per qualche mese a distanza. Poi lui deciderà se trasferirsi.
La madre si voltò di scatto.
— Se deciderà? Quindi dovrebbe abbandonare il suo lavoro perché tu hai una fantasia?
— Non è una fantasia. È la mia professione.
— La tua professione è anche costruire una famiglia.
Elisa sentì le dita stringersi intorno alla tazza.
— Perché costruire una famiglia deve significare smettere di costruire me stessa?
Vittorio abbassò lentamente il giornale.
— Tua madre teme che tu possa restare sola. Milano è costosa, dura, piena di gente che non conosci.
Elisa lo guardò.
— Anche qui mi sento sola. Solo che qui tutti sono tranquilli perché faccio ciò che si aspettano.
Rosanna sbatté il cucchiaio sul tavolo.
— Ti abbiamo aiutato con l’appartamento. Abbiamo prenotato il ristorante. Ho già ordinato le bomboniere. E tu vuoi scappare!
— Non scappo, mamma. Vado verso qualcosa.
Quella sera Elisa incontrò Marco in un bar vicino alla stazione. Gli raccontò tutto, aspettandosi rabbia o paura.
Marco rimase in silenzio, poi chiese:
— Tu che cosa desideri davvero?
— Andare. Ma ho paura di perdere tutto.
— E se rimani?
Elisa abbassò lo sguardo.
— Ho paura di perdere me stessa.
Marco sospirò.
— Allora devi partire.
— E noi?
— Noi non dovremmo esistere soltanto se tu resti piccola abbastanza da non spaventare nessuno.
Elisa cominciò a piangere.
Una settimana dopo era sul binario con una valigia, due borse e una scatola piena di libri. I genitori non vennero. Marco sì.
— Ti raggiungerò tra un mese, — promise. — Voglio vedere se Milano è davvero così terribile o se tua madre la immagina piena di lupi.
I primi giorni furono difficili. Elisa abitava in una stanza minuscola, spendeva troppo per il trasporto e tornava a casa esausta. Ma lavorava sui manoscritti, partecipava alle riunioni editoriali e vedeva i propri suggerimenti diventare pagine vere.
Per la prima volta la stanchezza non le sembrava una prigione.
Marco arrivò come promesso. Le disse che aveva iniziato a cercare opportunità in città, ma non voleva prendere decisioni affrettate.
— Non devi tornare indietro per dimostrarmi che mi ami, — disse. — E io non devo trasferirmi solo per paura di perderti. Dobbiamo scegliere entrambi.
Dopo quasi due mesi Vittorio telefonò.
— Tua madre conserva ogni articolo dell’editore in cui compare il tuo nome.
— Ma continua a non parlarmi.
— Perché ammettere che sei felice significherebbe ammettere che aveva torto.
Elisa rimase in silenzio.
— Sai, — aggiunse il padre, — tua madre una volta voleva frequentare l’accademia d’arte. Sua madre non glielo permise.
Elisa capì allora che la rabbia di Rosanna conteneva anche una vecchia ferita.
Ma le ferite dei genitori non dovevano diventare la gabbia dei figli.
Amare la propria famiglia non significa vivere una vita che non ci appartiene.
A volte il gesto più onesto è partire, anche quando nessuno viene a salutarti.
