Un attore che rinuncia a Hollywood per un villaggio ucraino e passa un anno a imparare il cirillico

Marco Feretti fa il volontario da sei anni per una piccola ONG di Bologna che organizza laboratori artistici nelle zone colpite da guerre e disastri. Ha visto arrivare cooperanti, fotografi, qualche cantante che si fermava un'ora per un selfie e ripartiva. Quello che è successo a fine agosto, in un centro di accoglienza alla periferia di Leopoli, non se lo aspettava.

Era arrivata una mail tre settimane prima, dalla sede di Varsavia dell'organizzazione. C'era scritto un nome — Julian Kestrel — e Marco aveva pensato fosse uno pseudonimo, uno scherzo di qualche volontario polacco. Poi aveva cercato il nome su Internet, in pausa pranzo, con il telefono appoggiato sul tavolo di formica della mensa. Era davvero lui: l'attore di due film che Marco aveva visto al cinema di Bologna anni prima, uno sulla nascita di un social network, l'altro su un gruppo di sopravvissuti a un'epidemia di zombie in America.

Quello che ha colpito Marco non è stato tanto l'arrivo dell'attore — di gente famosa se ne vede, in certi contesti, più di quanto si creda. È stato vederlo, il primo giorno, seduto su una cassa di legno capovolta nel cortile del centro, con un quadernetto a righe pieno di parole scritte a mano: alfabeto cirillico, con sopra la trascrizione in caratteri latini. Aveva studiato da solo, per un anno intero, prima di partire. Non per fare bella figura in un'intervista. Per riuscire a leggere i cartelli scritti dai bambini sulle pareti del centro, i loro nomi sui disegni.

C'erano settantadue bambini, quell'estate, nel centro di Nagatschiv, un paesino a una trentina di chilometri da Leopoli. Arrivavano da Charkiv, da Mykolaiv, da zone dove le sirene antiaeree suonavano più volte al giorno. Alcuni non parlavano da settimane. Uno, un bambino di otto anni di nome Yura, disegnava sempre lo stesso soggetto: una casa con il tetto sfondato e, accanto, un cane. Non un cane qualunque — il suo, morto sotto le macerie a marzo.

Il progetto si chiamava The Campfire Project, ideato da psicologi e pedagogisti americani, polacchi e ucraini. Teatro, disegno, danza, laboratori di ceramica con l'argilla che arrivava in sacchi da un fornitore di Leopoli. Julian non faceva l'ospite d'onore. Marco lo ricorda in ginocchio sul pavimento della sala grande, a impastare argilla con le mani sporche fino ai gomiti, mentre tentava di dire "molto bene" in ucraino a una bambina che aveva modellato un vaso storto.

La sera, dopo che i bambini erano tornati nelle stanze, Julian restava a parlare con gli operatori. Marco gli aveva chiesto, una volta, fuori, mentre fumava una sigaretta appoggiato al muro ancora tiepido di sole, perché fosse venuto proprio lì e non, che so, in uno dei tanti altri posti del mondo che avrebbero accolto volentieri un nome come il suo per una raccolta fondi.

Julian aveva risposto piano, senza il sorriso da conferenza stampa che Marco si aspettava dalle interviste viste online. Aveva detto che la sua famiglia veniva da quelle parti — da un pezzo di Galizia che oggi è territorio ucraino — e che i suoi bisnonni erano sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale grazie a persone del posto che avevano rischiato la vita per nasconderli. Non l'aveva raccontata come un aneddoto da intervista. L'aveva detta come si dice un debito che non si è mai pagato.

Marco non gli ha creduto fino in fondo, quella sera. Pensava fosse una frase costruita bene, di quelle che i pubblicitari preparano prima di un viaggio del genere. Ha cambiato idea il penultimo giorno.

Era successo qualcosa che non era previsto nel programma. Verso le sei del pomeriggio, mentre gli operatori preparavano la cena — pasta al sugo di pomodoro, la stessa di ogni sera, perché ai bambini piaceva la routine — era suonato l'allarme aereo. Non era la prima volta in quelle due settimane, ma quella volta era più vicino, un boato sordo che Marco aveva sentito nelle costole prima che nelle orecchie.

I bambini si erano precipitati verso il rifugio interrato sotto la sala grande, quello con i sacchi di sabbia impilati contro le pareti e le luci a batteria. Yura, il bambino del cane disegnato, si era bloccato a metà corridoio, paralizzato, con le mani sulle orecchie. Julian, che stava uscendo dalla sala mensa con un vassoio ancora in mano, lo aveva posato di scatto su una panca — la pasta si era rovesciata per metà sul pavimento — ed era corso da lui. Non aveva detto niente in inglese. Si era inginocchiato, gli aveva preso le mani, e aveva ripetuto in un ucraino stentato, con l'accento sbagliato ma le parole giuste, quelle che aveva imparato apposta nei mesi prima: "Sei al sicuro. Sono qui."

Sono rimasti così, seduti per terra nel corridoio, per i quattro minuti in cui l'allarme è durato. Marco li guardava dalla porta del rifugio, senza intervenire, pensando che non fosse il momento di fare l'eroe e riprendere qualcosa col telefono — cosa che invece un paio di altri volontari avevano fatto, e che Marco aveva poi cancellato senza dirlo a nessuno, perché quella scena non era per i social.

Quando l'allarme è cessato, Yura si è alzato, ha guardato Julian, e gli ha porto il suo quaderno di disegni aperto su una pagina nuova: non più la casa distrutta col cane. Un fuoco da campo, disegnato a matita, con delle sagome tutt'intorno.

Julian se l'è tenuto in tasca per il resto della serata, quel disegno strappato con cura dal quaderno e piegato in quattro. L'ultima sera, prima di ripartire per Leopoli e poi per l'aeroporto di Varsavia, ha chiesto a uno degli interpreti di aiutarlo a scrivere qualcosa sul retro, in cirillico, con la sua calligrafia incerta da studente del primo anno. Non ha voluto dire cosa avesse scritto. Marco l'ha saputo solo dopo, da Yura stesso, che glielo aveva mostrato orgoglioso il mattino dopo: c'era scritto il nome del bambino, e sotto, la data di quel pomeriggio.

Marco non ha più avuto contatti diretti con Julian dopo quel viaggio — un paio di email di cortesia con l'organizzazione, nient'altro. Non gli serve un contatto per ricordarsi quella scena nel corridoio, la pasta al pomodoro rovesciata sul pavimento che nessuno ha avuto voglia di pulire subito, e il quaderno con l'alfabeto cirillico scritto a mano, che uno degli operatori ucraini ha tenuto per sé come ricordo, dopo che Julian, ripartendo, gli ha detto di non averne più bisogno: ormai sapeva leggere.

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