Carla aveva quarantadue anni e una lavanderia a gettoni in via Frigerio, a Bergamo, quando sua sorella Elisa le telefonò un martedì di marzo dicendo solo: "Devo vederti stasera, è urgente."
Si trovarono al bar sotto casa di Carla, quello con le sedie di plastica verde e il televisore sempre acceso sulla partita. Elisa ordinò un caffè e non lo bevve.
"Ho bisogno di dodicimila euro" disse. "Entro venerdì."
Carla rimase con il cucchiaino a mezz'aria. "Per cosa."
"Non posso dirtelo."
Era da lì che tutto era cominciato, tre anni prima. Elisa lavorava come cassiera in un supermercato di Dalmine, aveva due figli e un marito, Marco, che di lavoro ne cambiava uno all'anno e ogni volta con la promessa che quello sarebbe stato quello buono. Carla, invece, si era fatta da sola: aveva rilevato la lavanderia dai vecchi proprietari con un mutuo che ancora pagava, e in dodici anni non aveva mai chiesto un euro a nessuno.
Quella sera al bar, Carla i dodicimila euro glieli diede. Non chiese altro, solo firmò un prestito verbale, una stretta di mano, e disse a se stessa che era normale, che le sorelle si aiutano.
Il problema era che non finì lì.
Sei mesi dopo furono altri ottomila, per "un imprevisto con l'auto di Marco." Poi cinquemila per "le tasse scolastiche dei ragazzi." Ogni volta Elisa prometteva di restituire tutto entro l'estate, poi entro Natale, poi "appena Marco sistema le cose col nuovo lavoro."
Carla non tenne mai un conto scritto. Fino al giorno in cui sua figlia Sofia, diciassette anni, le disse a tavola: "Mamma, ma zia Elisa non doveva ridarti dei soldi? L'ho sentita al telefono che parlava di comprare la macchina nuova."
Carla quella sera aprì il quaderno dei conti della lavanderia e, su un foglio a parte, iniziò a segnare tutto quello che ricordava. Arrivò a trentunomila euro, forse di più. Non dormì.
La mattina dopo andò a Dalmine, senza avvisare. Trovò Elisa in cucina, con le buste della spesa di una catena di elettrodomestici ancora sul tavolo — una lavastoviglie nuova, il cartone appoggiato al muro.
"L'hai comprata coi miei soldi" disse Carla. Non era una domanda.
Elisa si girò con lo strofinaccio in mano. "Non sono 'i tuoi soldi', Carla, io ti ho sempre detto che te li avrei restituiti."
"Sono tre anni. Sono trentunomila euro, Elisa. Io il mutuo della lavanderia lo pago ancora, io quest'inverno ho tenuto il negozio aperto con il cappotto addosso perché non potevo permettermi di alzare il riscaldamento, e tu compri la lavastoviglie da milleduecento euro."
"Tu hai sempre avuto tutto più facile" disse Elisa, e la voce le si alzò. "Tu non hai figli, non hai un marito che perde il lavoro, non sai cosa vuol dire arrivare al ventisette del mese senza un euro."
Fu quella frase — "hai sempre avuto tutto più facile" — a spezzare qualcosa in Carla. Non urlò. Prese la sua borsa, uscì, e per tre settimane non rispose alle telefonate di Elisa.
Poi, un sabato, prese un appuntamento con l'avvocato Bertazzoni, quello che le aveva seguito il mutuo della lavanderia anni prima. Portò il quaderno con i conti, gli scontrini che era riuscita a recuperare, i messaggi WhatsApp dove Elisa scriveva "ti restituisco appena posso, promesso."
"Vuole fare causa a sua sorella?" chiese l'avvocato.
"Voglio un documento" rispose Carla. "Un riconoscimento di debito. Con scadenze precise, e gli interessi legali se non rispetta i termini."
Bertazzoni preparò le carte in una settimana. Carla tornò a Dalmine con la cartellina azzurra sotto il braccio, questa volta di domenica, sapendo che Marco sarebbe stato a casa.
Si sedettero tutti e quattro intorno al tavolo della cucina — Carla, Elisa, Marco, e i due ragazzi mandati in camera loro. Carla aprì la cartellina e mise il foglio davanti a Elisa.
"Trentunomilaquattrocento euro" disse. "Firmi qui, ti do trentasei mesi per restituirli, ottocentosettantadue euro al mese, zero interessi se rispetti le scadenze. Se non firmi, la prossima cartellina che porto qui gliela consegna un ufficiale giudiziario."
Marco allungò la mano verso il foglio, lo lesse, guardò Elisa. "Firma" disse piano. "Ha ragione lei."
Elisa firmò con la penna che Carla le porse, la mano che tremava un poco sull'ultima lettera del cognome.
Da quel gennaio, il bonifico di ottocentosettantadue euro arriva puntuale il cinque di ogni mese. Carla ha smesso di tenere il cappotto in negozio d'inverno. E quando Elisa, a Pasqua, le ha chiesto in prestito duecento euro "solo per due settimane", Carla le ha risposto di no, senza alzare la voce, versando il detersivo nella lavatrice numero sette come se non avesse sentito bene la domanda.
