Una sedia vuota a Ferragosto

La tovaglia era ancora quella di sua madre, con le macchie di vino che nessun lavaggio aveva mai tolto del tutto. Rosanna la stendeva ogni quindici agosto sul tavolo lungo della terrazza a Marina di Camerota, tra il profumo di pomodori maturi e il rumore dei motorini giù in strada. Erano in cinque, una volta: lei, Vittorio, Pina, Carmelo e Nunzia. Ora restavano in quattro, e il posto in fondo al tavolo — quello con la sedia di paglia scricchiolante — non l'aveva più tolto nessuno.

Vittorio arrivava sempre per ultimo, con la sua Panda scassata e due casse d'acqua minerale che nessuno gli aveva chiesto di portare. Pina invece non si presentava quasi mai: viveva a Torino da ventidue anni, faceva l'infermiera al Molinette, e ogni scusa era buona — un turno cambiato, un treno perso, il marito che non stava bene. Con Rosanna non si parlavano da tre anni, da quando lei aveva detto in faccia a tutti, davanti al notaio, che la casa dei genitori doveva andare divisa in parti uguali e non "secondo chi se n'era occupato di più".

Quella frase — "secondo chi se n'era occupato di più" — l'aveva pronunciata Pina, riferendosi a sé stessa, e Rosanna non gliel'aveva mai perdonata. Perché era vero che Pina abitava lontano, ma era anche vero che per otto anni aveva pagato la badante della madre col suo stipendio, mentre Rosanna, che stava a due isolati, passava "quando poteva".

Quell'estate, il quindici agosto cadeva di sabato. Carmelo telefonò a Rosanna la sera prima.

«Senti,» disse, con quella voce che usava solo per le cose serie, «Pina è in ospedale. Non è niente di grave, dicono, ma le hanno trovato qualcosa al seno. Deve operarsi a settembre.»

Rosanna rimase con il telefono in mano, seduta sui gradini di pietra di casa sua, mentre giù in cortile il cane del vicino abbaiava a qualcosa che nessuno vedeva.

«E me lo dici ora?»

«Lei non voleva che si sapesse. L'ho saputo da Nunzia, che l'ha saputo dal marito di Pina.»

Passò tutta la notte a rigirarsi nel letto. Alle sei del mattino aprì il cassetto del comò, quello dove teneva le fotografie vecchie — Pina a dodici anni con le trecce, lei che le pettinava sul balcone di via Grotte, prima che tutto si complicasse, prima della casa, prima del notaio, prima delle parole dette per orgoglio e mai più ritirate.

Non fece colazione. Prese le chiavi della macchina e guidò per quattro ore fino a Napoli, poi prese il primo volo per Torino che trovò — centonovantacinque euro, andata e ritorno, pagati con la carta senza nemmeno guardare il prezzo.

Trovò Pina nel reparto di chirurgia senologica dell'ospedale Molinette, in una stanza con la finestra che dava su un parcheggio grigio. Sua sorella era più magra di come la ricordava, i capelli raccolti in una crocchia storta, il camice azzurro dell'ospedale che le stava largo sulle spalle.

Pina la guardò entrare e non disse niente per un tempo lungo. Poi disse solo: «Sei venuta.»

«Sono venuta.»

Si sedettero vicine sul letto, in silenzio, come non facevano da anni. Rosanna tirò fuori dalla borsa un sacchetto di taralli che aveva comprato all'aeroporto, quelli al finocchietto che a Pina erano sempre piaciuti, e glieli mise in mano senza dire altro.

Fu Pina a parlare per prima, guardando il sacchetto e non lei. «Mi dispiace per quella frase. Al notaio.»

«Anche a me dispiace. Per tre anni di silenzio.»

Non ci furono grandi discorsi, né lacrime a fiumi. Solo Rosanna che le sistemò il cuscino dietro la schiena, e Pina che le raccontò della bambina di un suo collega, nata la settimana prima, sette etti di peso, viva per miracolo.

A settembre, il giorno dell'intervento, Rosanna tornò a Torino con Carmelo e Nunzia. Restarono tutti e tre nella sala d'attesa per tre ore, bevendo caffè della macchinetta che sapeva di plastica bruciata. Quando l'operazione andò bene, Vittorio — che non era potuto venire per il lavoro — chiamò in videochiamata dal cellulare di Nunzia, e per la prima volta dopo anni furono di nuovo in cinque, anche se uno era solo una voce dentro uno schermo.

Il quindici agosto successivo, la tovaglia macchiata di vino tornò sul tavolo della terrazza a Marina di Camerota. Pina arrivò tre giorni prima, non solo per il pranzo: portò con sé un fascicolo di carte dello studio legale di Salerno, quello del notaio Fabrizi, e lo posò sul tavolo davanti a tutti.

«Ho fatto la mia parte,» disse. «Rinuncio alla mia quota della casa. Ventidue anni lontana, non mi sembra giusto pretendere un terzo di qualcosa che non ho curato io.»

Rosanna scosse la testa. «No. La dividiamo come si deve, in tre parti uguali, come diceva mamma. E la badante, quella che hai pagato tu per otto anni — quello lo restituiamo, con gli interessi se serve. Millequattrocento euro al mese, per otto anni. Fai tu i conti.»

Nessuno urlò, nessuno pianse davanti agli altri. Firmarono le carte lì, sul tavolo, con la penna che Carmelo teneva sempre nel taschino della camicia per abitudine di ragioniere. La sedia di paglia, quella in fondo, restava vuota — apparteneva a loro madre, e nessuno l'avrebbe più occupata. Ma intorno a quella sedia, quell'agosto, sedevano tutti e quattro, con i piatti di pasta al forno ancora fumanti e il televisore acceso in salotto sulle partite di Ferragosto che nessuno guardava davvero.

Like this post? Please share to your friends:
Mass Effect
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: