Aveva trentotto anni e mezza Europa gli si inginocchiava davanti. A Milano lo chiamavano il diavolo dai dieci diti, a Vienna gli allungavano fiori all'uscita del teatro, a San Pietroburgo le contesse svenivano — o fingevano di svenire — ogni volta che chiudeva un concerto con un accordo troppo forte. Dicevano che suonasse due pianoforti insieme, che ci fossero tre uomini diversi dietro quel nome. Nessuno diceva la verità, cioè che Edoardo Falconi dormiva quattro ore a notte in alberghi che non ricordava, mangiava in piedi tra un valzer e l'altro, e da anni non parlava con nessuno di cose che non fossero contratti e treni.
Quella sera a Palermo, nel salone del Teatro Massimo — ancora puzzolente di vernice fresca, con le sedie che scricchiolavano perché erano state montate due giorni prima — il concerto era di beneficenza. Il ricavato andava all'orfanotrofio di via Alloro. Un biglietto costava due lire. Niente di che, per una serata così.
Fu il suo impresario, Gaetano Merli, a portargli la notizia mentre lui si asciugava ancora il collo con un fazzoletto dietro le quinte.
«C'è una signora che ha pagato duecento lire per un biglietto da due» disse Merli, e lo ripeté due volte perché non ci credeva neanche lui.
Falconi smise di asciugarsi.
«Duecento lire. Per l'orfanotrofio.»
«Vuole restare anonima.»
«Non m'importa cosa vuole. Trovi il nome.»
Il nome era Beatrice Sant'Elia, vedova — o quasi vedova, perché il marito era ancora vivo ma vivevano separati da sei anni, cosa che a Palermo si sapeva e non si diceva mai ad alta voce. Abitava a Villa Serrano, una tenuta tra gli agrumeti oltre Bagheria, ereditata dal padre, un commerciante di zolfo arricchito che aveva comprato un titolo insieme alla terra. Beatrice era stata data in sposa a diciannove anni al barone Sant'Elia per unire il denaro di zolfo al blasone di lui. Un matrimonio di carte bollate, non di baci. Aveva una figlia, Costanza, che ormai andava per i dodici anni, e una biblioteca più grande della sala da pranzo.
La carrozza di Beatrice era ferma all'uscita del teatro quando Falconi uscì, ancora con addosso l'odore del sudore e della cera dei candelabri. Merli gli fece un cenno con il mento verso quella carrozza nera con lo stemma consumato sulla portiera, e Falconi — che di solito rifiutava questo genere di inviti, ne aveva rifiutati a decine solo quell'anno — salì.
Non era bella nel modo in cui lo erano le donne che lo aspettavano fuori dai teatri con i mazzi di violette. Aveva il naso troppo dritto, le mani troppo grandi per una baronessa, e parlava di Chopin come se lo conoscesse di persona. Gli disse, senza preamboli, che ascoltandolo suonare aveva capito una cosa: che nella musica di lui c'era lo spazio che nella sua vita non aveva mai trovato.
Non aggiunse altro quella sera. Ma non serviva.
Falconi tornò a Villa Serrano tre settimane dopo, con la scusa di un concerto a Bagheria che in realtà aveva inventato lui stesso, pagandosi da solo la sala. Trovò Beatrice seduta sul terrazzo che dava sugli agrumeti, con un plaid sulle ginocchia nonostante fosse ottobre e non facesse ancora freddo, e un libro di teologia aperto che non stava leggendo.
Restò lì un mese. Poi due. Il profumo dei mandarini che maturavano tardi entrava dalle finestre aperte anche di notte, e in cucina la governante, Concetta, preparava una granita al limone che Falconi non aveva mai assaggiato altrove e di cui non riuscì mai a farsi dare la ricetta esatta.
Fu Beatrice a dirgli, una sera, mentre lui strimpellava distrattamente un tema che aveva sentito cantare ai contadini durante la vendemmia, che il suo vero talento non era essere un fenomeno da baraccone che gira l'Europa a farsi applaudire. «Tu non sei un funambolo, Edoardo. Sei uno che deve scrivere, non uno che deve esibirsi.»
Lui rise, la prima volta forse in anni, e disse che nessuno gli aveva mai parlato così, nemmeno sua madre.
Fu l'ultima tournée della sua vita da concertista. A Villa Serrano, tra i canti dei braccianti e le sere lunghe sul terrazzo, compose la sua Ballata Siciliana e una Fantasia su due temi popolari raccolti proprio lì, in dialetto, da una vecchia che cantava mentre stendeva il bucato. Beatrice trascriveva gli spartiti quando la mano di lui era troppo stanca, e correggeva, senza chiederglielo, gli errori d'armonia che lui faceva quando aveva bevuto troppo Marsala a cena.
Ma la strada verso una vita insieme era tutt'altro che semplice. Il barone Sant'Elia, che di quel matrimonio aveva perso l'interesse da tempo ma non le rendite dei terreni della moglie, si oppose con ogni mezzo legale possibile a un annullamento. La Chiesa cattolica non concedeva scioglimenti di matrimonio senza un intervento diretto della Santa Sede, e la famiglia del barone — soprattutto suo fratello, che gestiva le finanze comuni — fece pressioni perché la pratica restasse bloccata negli uffici della curia di Palermo per anni.
Beatrice, nel 1859, decise comunque di partire. Lasciò Villa Serrano agli affittuari, portò con sé Costanza e seguì Falconi a Roma, sapendo che avrebbe perso l'uso della tenuta e buona parte della sua eredità se il marito avesse vinto la causa.
La causa durò ventidue anni.
Ventidue anni di lettere alla Sacra Rota, di avvocati romani pagati con quello che restava dei diritti d'autore di Falconi, di attese negli uffici della curia dove nessuno rispondeva mai in tempo utile. Quando finalmente, nel 1881, arrivò il permesso — Falconi aveva sessantatré anni, Beatrice cinquantotto — nessuno dei due si sposò più.
Non fu una rinuncia amara. Era successo qualcosa di più semplice e più definitivo: in tutti quegli anni di attesa, quello che li univa era diventato un'altra cosa, qualcosa per cui un contratto di matrimonio sembrava quasi di troppo. Beatrice si era trasferita in un appartamento vicino a Trinità dei Monti, dove scriveva un lungo trattato di teologia mistica che nessun editore volle mai pubblicare per intero. Falconi aveva preso gli ordini minori ed era andato a vivere in una stanza spoglia vicino al Vaticano, con un pianoforte verticale che stonava sul do centrale e che non fece mai aggiustare.
Si scrivevano ogni settimana. Lei gli mandava le bozze dei suoi capitoli, lui gliele rimandava con le correzioni sui margini e, a volte, con qualche battuta musicale scarabocchiata di fianco a un passo che gli era piaciuto particolarmente. Non si dissero mai addio, perché non ce ne fu mai bisogno: l'ultima lettera di Falconi, trovata sul suo tavolo il giorno in cui morì, non era finita. L'ultima riga diceva soltanto: *Il tema di Bagheria, quello della vecchia col bucato — ancora mi risuona in testa, la notte.*
