Il sole di Riccione e la cicatrice che nessuno voleva vedere

Chi cammina sul bagnasciuga di Riccione a metà settembre non ha più fretta di nessuno. Gli ombrelloni chiudono presto, il chiosco vende gli ultimi cannoli gelato a metà prezzo e il bagnino arrotola la sua bandiera rossa senza convinzione. È in questo scenario dimesso, tra un gruppo di pensionati che gioca a burraco sotto la tettoia e un cane bastardino che rincorre le onde, che qualcuno ha fotografato Milena Bertocchi mentre camminava scalza, con un pareo annodato in vita e gli occhiali da sole spinti sulla fronte.

Per chi ha più di quarant'anni, quel nome riporta subito a un'epoca precisa: Milena era la protagonista di una fiction Rai amatissima a fine anni Novanta, quella dove interpretava una giovane veterinaria di provincia innamorata del farmacista del paese. Milioni di italiani si affezionarono al suo sorriso da copertina, alle interviste su Sorrisi e Canzoni TV, ai rotocalchi che la definivano "la fidanzata d'Italia". Poi, quasi di colpo, sparì dai radar. Non per una crisi di nervi, non per uno scandalo: per una scelta chirurgica finita malissimo.

Correva il 2006. Milena aveva ventotto anni e una carriera in piena ascesa, ma anche l'ossessione — comune a mezzo cast televisivo di quegli anni — per una pancia perfettamente piatta davanti alle telecamere. Si affidò a una clinica privata di Bologna per una liposcultura addominale, un intervento presentato come di routine, quasi banale. Le avevano promesso due settimane di convalescenza e via, di nuovo sul set. Invece qualcosa andò storto durante l'anestesia locale: un'infezione non trattata in tempo, tessuti necrotizzati, tre interventi correttivi in sei mesi. Il risultato non fu la pancia piatta promessa, ma un addome segnato da cicatrici irregolari e da un'asimmetria che nessun chirurgo, negli anni successivi, è mai riuscito a correggere del tutto.

Da quel momento Milena ha passato vent'anni a capire come stare al mondo con un corpo che non era più quello che le avevano insegnato a mostrare. Non ha mai fatto causa alla clinica — per un periodo ci pensò seriamente, prima che l'avvocato le spiegasse che i termini erano scaduti e la causa sarebbe durata anni per finire probabilmente nel nulla. Ha semplicemente smesso di indossare bikini davanti a chiunque, per quindici anni. Ha rifiutato ruoli con scene al mare. Ha detto no a un reality perché una delle prove comportava un servizio fotografico in costume da bagno.

Quello che rende diversa la fotografia di Riccione non è la spiaggia, non è l'età — Milena ha compiuto quarantotto anni a marzo — ma il fatto che per la prima volta da vent'anni lei stessa abbia pubblicato lo scatto sul proprio profilo, senza filtri, senza il solito posizionamento studiato per nascondere il fianco destro. Nella didascalia ha scritto solo una frase, poi cancellata dopo qualche ora e ripubblicata identica: "Questa sono io, con tutto quello che porto addosso."

I commenti si sono divisi in fretta: da una parte donne che raccontavano le proprie cicatrici, da cesarei, da mastectomie, da incidenti in moto; dall'altra i soliti che le scrivevano di coprirsi. Un settimanale ha provato a offrirle ottomila euro per un servizio fotografico "rivelatore". Lei ha risposto con un vocale mandato alla sua agente — finito online per errore, chissà come: "Non vendo la mia pancia a nessuno. L'ho già pagata abbastanza io."

Ma quella frase era solo la punta di qualcosa deciso settimane prima, in un pomeriggio che con la spiaggia non c'entrava niente.

Un mese prima, ospedale di Bologna, terzo piano, ala di chirurgia plastica ricostruttiva. Carlotta, la sorella minore di Milena, lavora lì da anni come infermiera. L'aveva convinta ad accompagnarla in pausa pranzo, "cinque minuti, ti faccio vedere una cosa", e Milena si era ritrovata seduta su una sedia di plastica blu, in una saletta che sapeva di disinfettante e caffè della macchinetta, con un televisore acceso senza audio su un notiziario del pomeriggio.

«Guarda qui» aveva detto Carlotta, mostrandole un foglio A4 pieno di numeri e voci di bilancio. «È il fondo che abbiamo aperto l'anno scorso. Assistenza psicologica gratis, un avvocato che segue le pratiche, un percorso — per le pazienti che si ritrovano come…»

Si era fermata. Non aveva finito la frase.

«Come me» aveva detto Milena, senza guardarla, gli occhi fissi sul foglio.

«Non intendevo—»

«Lo so cosa intendevi, Carlo'.»

Erano rimaste zitte un po'. Sul televisore scorrevano immagini di un incendio in Puglia, senza sonoro, le fiamme arancioni che sembravano quasi finte. Un'infermiera era passata col carrello delle medicazioni, ruota che cigolava, e aveva chiesto scusa per il disturbo. Milena aveva piegato il foglio in quattro, poi in otto, come faceva da ragazzina con i bigliettini a scuola.

«Io questo non l'ho avuto» aveva detto alla fine. «Nessuno mi ha spiegato niente. Mi hanno solo detto di stare tranquilla e di non parlarne con nessuno, che faceva male all'immagine della produzione.»

«Lo so.»

«Chiama il mio commercialista» aveva detto Milena, tirando fuori il telefono dalla borsa. «Ora. Dammi il numero di conto del fondo.»

Carlotta l'aveva guardata come si guarda qualcuno che sta prendendo una decisione troppo in fretta. «Non devi mica deciderlo adesso, aspetta, pensaci—»

«L'ho già pensato per vent'anni, Carlotta. Dammi 'sto numero di conto.»

Aveva trasferito ventiduemila euro, il cachet di uno spot girato in primavera, intestandolo alle pazienti rimaste, come lei, senza aiuto e senza le parole per raccontare cosa gli era successo.

Non l'ha detto a nessuno, quella cosa. È stata Carlotta, settimane dopo, a lasciarselo scappare in un'intervista radiofonica locale su tutt'altro argomento — le hanno chiesto del fondo, lei ha fatto il nome della sorella senza pensarci, e basta, era uscito. La notizia è arrivata alle redazioni nazionali due giorni dopo le foto di Riccione, e i due fatti si sono incollati insieme in una storia che nessuno aveva davvero costruito a tavolino.

Oggi Milena continua ad andare in spiaggia la domenica, quasi sempre da sola o con Ferro, un bastardino bianco e marrone preso al canile di Rimini tre anni fa, quello con un orecchio che gli sta sempre dritto e l'altro no. Non cerca più l'obiettivo, ma nemmeno lo evita. Ogni tanto qualcuno, sotto l'ombrellone, le fa una domanda sulla cicatrice.

Un pomeriggio, verso fine agosto, un uomo sulla sessantina, cappello di paglia sformato, le si era avvicinato per chiederle un accendino e poi era rimasto lì, impacciato.

«Scusi se chiedo» aveva detto, indicando appena col mento il fianco, «ma… le fa male?»

Milena si era guardata la mano, aveva finito di spalmarsi la crema fino al polso. «Ogni tanto, quando cambia il tempo» aveva risposto. «Come un ginocchio vecchio.»

L'uomo aveva annuito, imbarazzato, e se n'era andato senza aggiungere altro, l'accendino stretto in mano come se si fosse dimenticato di usarlo.

Milena si è rimessa a spalmare la crema, piano, fin dentro le pieghe delle dita, mentre Ferro scavava un buco nella sabbia bagnata vicino ai suoi piedi, tirando fuori zampate di terriccio scuro senza nessuna fretta di finire.

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