# L’ultimo posto

La prima mattina che ho parcheggiato in fondo, pioveva. Non una pioggia qualsiasi: quella roba fine e fitta che a Brescia scende da novembre a febbraio e ti entra nei vestiti anche con l'ombrello. Avevo la borsa piena di fascicoli, le scarpe sbagliate, e il palazzo della società dove lavoro stava lì, a centocinquanta metri, dietro una cortina d'acqua.

Mi sono fermata sul marciapiede. C'erano tre posti liberi vicino all'ingresso. Li ho guardati. Ho guardato la mia Fiat Punto grigia, vecchia di nove anni. Ho pensato a mia madre, che quando usciva di casa diceva sempre: *lascia il posto a chi ha più fretta di te*. Era una frase che mi faceva impazzire da ragazzina. A ventinove anni suonava diversa.

Ho rimesso in moto e sono andata a parcheggiare dall'altra parte del piazzale, dietro i cassoni della spazzatura.

Il giorno dopo l'ho rifatto. E il giorno dopo ancora. Non c'era nessuna regola, nessun motivo pratico: io arrivavo alle sette e mezza, quando il piazzale era ancora mezzo vuoto. Potevo scegliere il posto che volevo. Sceglievo quello più lontano.

Nessuno se n'è accorto per tre settimane.

Poi è arrivato lui.

Si chiamava Davide Ferri. Trentotto anni, consulente esterno con un contratto da novecento euro al giorno, la BMW X3 scura che non poteva non notare nessuno. La parcheggiava sempre davanti alla porta, anche se c'era il cartello "riservato direzione". A volte la lasciava di traverso, occupando due posti. Entrava con l'aria di chi ti sta facendo un favore solo a esistere.

Un martedì mi ha vista scendere dalla Punto in fondo al piazzale mentre lui si infilava nel posto vicino all'ingresso.

"Scusa," mi ha detto, "ma lo sai che lì non ti vede nessuno? Se qualcuno ti riga la macchina, non c'è telecamera."

"Lo so."

"E allora perché?"

Ho alzato le spalle. "Così."

Si è messo a ridere. "Questa è bella. Lasci i posti buoni a chi arriva dopo? Ma chi ti credi che ti ringrazi? Guarda che non lo sa nessuno, il tuo finto altruismo."

Non ho risposto. Ho preso la borsa e sono entrata in ufficio.

Da quel giorno ha cominciato a notare. E da notare, a commentare. In mensa, davanti a tutti: "Ecco la santa dei parcheggi." Al bar delle macchinette: "Hai lasciato il posto anche oggi? Brava, chissà chi lo userà. Magari uno che arriva alle undici."

Non aveva capito niente. E io non avevo intenzione di spiegarglielo.

Il vero casino è successo il sedici febbraio, il giorno della neve. Brescia bloccata, venti centimetri, scuole chiuse, quindici minuti per fare trecento metri. Io ero uscita di casa alle sette, come sempre. Il piazzale era una lastra di ghiaccio.

Ho parcheggiato in fondo. Era l'unico posto rimasto, a dire il vero, perché lì la neve non era stata spalata. Ho preso la pala dal bagagliaio — la tengo lì da anni, da quando sono rimasta bloccata sulla tangenziale — e ho iniziato a liberare la mia macchina.

Mentre spalavo, ho visto la BMW di Ferri arrivare. Lui ha provato a entrare nel posto vicino all'ingresso, quello pulito e sgombro. Le ruote hanno girato a vuoto. Ha imprecato. Ha riprovato. Niente.

È sceso, ha guardato la macchina, poi si è guardato intorno. Gli occhiali da sole anche con la neve, il cappotto blu che costava come il mio stipendio. Mi ha vista lì, con la pala in mano.

"Eh, brava," ha urlato da lontano. "Il posto buono era gelato. Per quello lo lasci sempre, no? Non è altruismo, è che non hai le catene."

Non ho risposto. Ho continuato a spalare.

Lui è rimasto lì, vicino alla sua BMW inclinata di traverso, a fissare il piazzale. Poi ha preso il telefono. Ho sentito solo pezzi di conversazione: "Sì, il carro attrezzi… no, non posso arrivare tardi, ho la presentazione… ma come faccio, la macchina è bloccata…"

Metà ufficio lo stava guardando dalle finestre. Io ho finito di spalare, ho chiuso la pala nel bagagliaio, ho preso la mia borsa e ho iniziato a camminare verso l'ingresso. I miei stivali affondavano nella neve fresca.

Sono passata accanto a lui. Si è girato di scatto.

"Tu lo sapevi."

"Che il posto buono era gelato? Sì."

"E non mi hai detto niente?"

"Non me l'hai chiesto."

Mi ha bloccato il passo. "Senti, adesso tu mi porti al lavoro. Ho la presentazione alle nove, non posso—"

"Non posso."

"Cosa vuol dire non posso? La tua macchina è libera, la mia no."

"Ho la mia presentazione alle nove."

"E allora?"

"E allora arriva con i mezzi. Il tram passa in fondo alla strada."

Ha sbattuto le palpebre. "Tu stai scherzando."

"Non sto scherzando."

"Ma io—"

"Davide." L'ho interrotto. "Ci sono sessanta dipendenti qui. Ventidue posti vicino all'ingresso. Se tutti quelli che arrivano presto prendono i posti buoni, chi arriva dopo — i genitori che devono portare i figli a scuola, la ragazza dei turni spezzati, il corriere con la merce — cammina sulla neve. O resta bloccato. Era questo che facevi. Prendevi il posto di chi aveva più bisogno di te."

È rimasto zitto. La neve gli si accumulava sui capelli.

Alla fine è arrivato in ufficio alle dieci e un quarto, fradicio e furioso. La presentazione l'ha fatta il suo assistente. Il capo non ha detto niente, ma ho visto come guardava Ferri: come si guarda una cosa che non serve più.

Io ho continuato a parcheggiare in fondo. Ma qualcosa era cambiato. Il lunedì dopo, al posto vicino all'ingresso c'era la Punto di Marinella, la ragazza della contabilità che deve accompagnare il figlio alle scuole elementari ogni mattina. Il martedì c'era il furgone del corriere. Il mercoledì, una Volkswagen grigia che non avevo mai visto: era di una nuova assunta, una ragazza di ventiquattro anni che veniva da Orzinuovi e faceva il pendolare.

Nessuno aveva deciso niente. Era successo e basta.

Ferri non mi ha più rivolto la parola. Mi guardava da lontano, con la BMW sempre in fondo al piazzale, di traverso, come un monumento alla sua resa.

Marinella invece aveva cominciato a fermarsi. Un giorno mi ha raccontato che il marito l'aveva lasciata a gennaio, che il bambino aveva l'asma e ogni mattina era una corsa contro l'orologio tra lo sciroppo, lo zaino e il semaforo di via Milano sempre rosso. Non chiedeva niente, raccontava e basta, come si fa con chi ha già capito senza bisogno di spiegazioni.

L'ultima volta che ho visto Ferri è stato un venerdì di metà marzo. Avevo appena finito il turno, era quasi buio. Stavo camminando verso la mia Punto, in fondo al piazzale, da sola. C'era una busta sotto il tergicristallo.

L'ho aperta. Dentro, duecento euro in banconote da venti, e un biglietto scritto a penna, con la sua calligrafia spigolosa:

"Per il sale che non hai messo. Il carro attrezzi mi è costato il doppio."

Sono rimasta lì a girare i soldi tra le dita, sotto i lampioni che si stavano accendendo. Non erano un regalo per me: erano il prezzo di una figuraccia che Ferri voleva ancora far pagare a qualcuno, anche adesso, anche così. Ho pensato a Marinella che quella mattina aveva perso l'autobus perché il figlio non trovava una scarpa, e a quanto le sarebbero serviti duecento euro senza doverli chiedere a nessuno.

Il lunedì ho infilato la busta, intatta, sotto il tergicristallo della sua Punto, prima che arrivasse. Dal finestrone della sala pausa l'ho vista trovarla, aprirla, guardarsi intorno nel piazzale vuoto senza capire da dove venisse.

Non gliel'ho mai detto. Qualche giorno dopo ho trovato sotto il mio tergicristallo un sacchetto di caramelle alla menta e un disegno fatto a matita da un bambino: una macchina grigia, un sole giallo enorme, e una scritta storta, "PER LA SIGNORA DEL PARCHEGGIO".

L'ho messo nel cruscotto, accanto alla foto di mia madre, e sono partita.

La Punto è lì in fondo anche adesso. Se passate dal piazzale di via Orzinuovi alle sette e mezza del mattino, la vedete: una Fiat grigia, vecchia di nove anni, parcheggiata dove finisce l'asfalto. Il posto vicino all'ingresso, quel giorno, era occupato dal furgone del corriere.

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