La sveglia di Loredana suonò alle cinque e quaranta, come ogni mattina degli ultimi ventidue anni. Fuori, la nebbia della Pianura Padana si appoggiava sui tetti come una coperta bagnata, e il bar sotto casa aveva già acceso l'insegna del cornetto caldo. Lei bevve il caffè in piedi, guardando dalla finestra il cane del vicino che tirava il guinzaglio verso la stessa pozzanghera di sempre, e pensò che quel giorno, in officina, tutto sarebbe cambiato.
Le Officine Ferretti erano di suo marito Gino da prima che lo sposasse: un capannone con tre ponti idraulici, un'insegna scrostata e una clientela fedele che portava lì le Panda e le Punto da tre generazioni. Loredana ci lavorava dietro il bancone, faceva i preventivi, teneva i conti — non aveva mai messo le mani in un motore, ma sapeva a memoria ogni cliente, ogni fattura, ogni euro che entrava e usciva da quel posto.
Il problema si chiamava Fabio. Il nipote di Gino, trentaquattro anni, arrivato due anni prima "solo per dare una mano" e diventato, senza che nessuno se ne accorgesse davvero, socio al quaranta per cento dell'officina. Gino gliel'aveva ceduto per aiutarlo dopo un divorzio complicato, dicendo a Loredana: "È temporaneo, tesoro, giusto finché si rimette in piedi." Erano passati due anni.
Quella mattina Fabio arrivò alle otto in punto, cosa che non faceva mai, con una cartellina di plastica trasparente sotto il braccio e l'aria di chi ha già vinto una partita che gli altri non sanno di stare giocando.
"Zia Lory," disse — la chiamava così solo quando voleva qualcosa — "dobbiamo parlare della successione dell'officina."
Gino era in ospedale da undici giorni, ricoverato per un intervento al cuore che era andato meno bene del previsto. Non parlava ancora bene, si stancava a metà frase. Fabio questo lo sapeva benissimo.
"La successione la deciderà tuo zio quando starà meglio," rispose Loredana, senza alzare gli occhi dal registro dei ricambi.
"Zia, con tutto il rispetto, io ho il quaranta per cento sulla carta. E ho parlato con l'avvocato Bertolini: se lo zio dovesse peggiorare, in mancanza di un testamento aggiornato, l'officina rischia di finire divisa tra troppe teste. Io voglio solo mettere ordine prima che sia tardi." Aprì la cartellina sul bancone, proprio sopra le fatture che lei stava controllando. "Ho preparato una proposta. Io rilevo la quota di zio Gino, tu resti con una liquidazione onesta, ventimila euro, e ti levi un pensiero. A sessantun anni non hai bisogno di stare qui a respirare gomma bruciata."
Loredana guardò il foglio. C'era scritto tutto, nero su bianco, con la data di appena tre giorni prima — quando Gino era ancora sedato per l'operazione e di certo non in condizione di firmare niente con lucidità. In fondo alla pagina, però, c'era già una firma. La sua.
"Questa non è la firma di Gino," disse piano, passando il pollice sull'inchiostro come per controllare che fosse reale.
"È sua, zia. L'ha firmato mercoledì, prima di essere portato in sala operatoria. Chiedi pure all'infermiera Carlotta, era presente."
Il nome dell'infermiera le si piantò in gola come un osso di pollo. Carlotta era la stessa che, la settimana prima, aveva sussurrato a Loredana in corridoio: "Suo marito ha detto una cosa strana ieri sera, forse dovrebbe controllare le carte che gli hanno fatto firmare." Lei allora non aveva capito. Ora sì.
Non urlò. Non ruppe niente. Ripiegò la cartellina, la restituì a Fabio con due dita, come si restituisce un oggetto che scotta, e disse solo: "Fammi controllare con l'avvocato, e poi ne riparliamo."
Quel pomeriggio andò in ospedale con una scusa — portargli la vestaglia pulita — e si sedette accanto al letto di Gino, che aveva ancora i tubi nel naso e la voce di uno che ha attraversato un tunnel troppo lungo.
"Fabio dice che hai firmato una cessione della tua quota, mercoledì, prima dell'operazione," gli disse, senza preamboli, tenendogli la mano.
Gino la guardò a lungo. Poi scosse la testa, piano, con lo sforzo di chi muove un peso. "Mercoledì mattina mi hanno dato il sedativo alle sette. Non ho firmato niente, Lory. Non ricordo nemmeno di aver visto Fabio, quel giorno."
Fu in quel momento — non prima — che a Loredana tornarono in mente tutti i dettagli che aveva lasciato scivolare via nei mesi precedenti: le chiavi del capannone che Fabio si era fatto duplicare "per comodità"; le due volte in cui aveva chiesto alla segretaria, Assunta, di stampargli documenti "urgenti" fuori orario; la sera in cui l'aveva sorpreso a fotografare col telefono la carta d'identità di Gino, appoggiata sul comodino di casa, con la scusa di doverla "portare in banca per una pratica".
Non chiamò subito un avvocato. Chiamò prima Assunta, che lavorava all'officina da quindici anni e sapeva più cose di chiunque altro su quella famiglia. Le disse solo: "Mi serve sapere se hai stampato dei fogli per Fabio nell'ultimo mese, e se ricordi le date."
Assunta ci mise due giorni, ma le portò tutto: le date, i file salvati sul computer condiviso, persino una bozza precedente della stessa "cessione", datata un mese prima — quando Gino era perfettamente sano e sveglio, e che quindi non era mai stata firmata perché lui l'aveva rifiutata. Il documento portato in ospedale era la stessa bozza, con solo la data cambiata a mano.
L'avvocato di Loredana, la dottoressa Manservisi, dello studio in via Cesare Battisti, guardò le due versioni affiancate e disse una frase che Loredana non dimenticò più: "Se la firma di suo marito su questo secondo foglio non è autentica, qui non parliamo più di eredità. Parliamo di un reato."
La perizia calligrafica costò milleduecento euro e richiese diciotto giorni. Il risultato arrivò un venerdì, mentre fuori nevicava — la prima neve vera dell'inverno, di quelle che a Cesena si vedono forse due volte l'anno. La firma sul documento non era di Gino. Era stata ricalcata, con discreta abilità, da una firma autentica presente su un vecchio contratto di fornitura pneumatici che chiunque avesse accesso all'archivio dell'officina poteva trovare in un cassetto.
Il confronto avvenne nell'ufficio dell'officina, un martedì mattina, con Gino ormai dimesso e seduto su una sedia con lo schienale rialzato, perché ancora non poteva stare troppo in piedi. Fabio arrivò convocato con una scusa — "dobbiamo firmare le buste paga" — e trovò ad aspettarlo lo zio, Loredana, e la dottoressa Manservisi con una cartellina identica a quella che lui stesso aveva portato due mesi prima.
"Siediti, Fabio," disse Gino, con la voce ancora fragile ma ferma.
Fabio guardò la cartellina sul tavolo, poi lo sguardo di Loredana, e capì prima ancora che qualcuno parlasse. "Zio, io posso spiegare—"
"La perizia dice che quella firma non è mia," lo interruppe Gino. "E Assunta ha le date di quando hai stampato la bozza originale, quella che io avevo rifiutato a novembre. Quindi no, non c'è niente da spiegare. C'è solo da decidere cosa fare adesso."
Nel silenzio che seguì, l'unico rumore era il compressore del ponte idraulico numero due che ripartiva da solo, come faceva sempre a intervalli, un rumore che Loredana conosceva a memoria da ventidue anni e che quel giorno le sembrò quasi una sveglia.
Fabio non si giustificò oltre. Sapeva che con una perizia calligrafica e i tabulati di stampa in mano, la dottoressa Manservisi aveva già in tasca tutto il necessario per una denuncia per falso in scrittura privata. Provò a proporre un accordo, farfugliò qualcosa su "un errore di valutazione", ma Gino alzò una mano — lentamente, quell'unica lentezza concessa in tutta la storia — e disse che avrebbe deciso lui, non trattato.
La settimana dopo, davanti al notaio di via Zanotti, Gino fece tre cose. Primo: revocò formalmente la quota societaria di Fabio, che tornava nelle mani sue e di Loredana, in parti uguali — cinquanta e cinquanta, scritto nero su bianco in un atto vero, con firme vere, davanti a testimoni veri. Secondo: fece redigere un testamento aggiornato, che lasciava l'intera officina a Loredana in caso di sua morte, senza ambiguità per nessun nipote, presente o futuro. Terzo, e fu quello che sorprese tutti, incluso Fabio: gli restituì i milleduecento euro della perizia — presi però dal conto personale di Fabio, tramite un accordo transattivo firmato in cambio della rinuncia a qualunque azione legale contro di lui, che altrimenti Gino avrebbe fatto partire per denuncia penale.
Fabio non tornò più all'officina. Si seppe, mesi dopo, tramite Assunta che lo aveva incrociato al mercato di piazza della Libertà, che lavorava come rappresentante per una ditta di ricambi a Forlì, e che raccontava in giro una versione tutta sua della storia, in cui lui era la vittima di uno zio ingrato.
Loredana, quella prima domenica di gennaio, mise in ordine il cassetto dell'archivio, tolse dal fascicolo la vecchia bozza di novembre e la bruciò nella stufa a legna del cortile, guardandola arricciarsi tra le fiamme insieme ai fogli di un vecchio calendario del 2019 che nessuno aveva mai buttato. Poi tornò dentro, versò due caffè, ne mise uno davanti a Gino, che ormai camminava di nuovo senza bastone, e si sedette accanto a lui a controllare gli appuntamenti della settimana — tre cambi gomme, un tagliando, e la Panda del signor Rinaldi che perdeva olio da un mese e andava vista prima che qualcuno restasse a piedi in tangenziale.
