Perugia, agosto. La città è ferma, arrostita dal sole, l'asfalto molle. Io mi allenavo in una palestra di periferia, una di quelle con le porte di ferro arrugginite e l'odore di disinfettante scaduto che si mischia al sudore. Il titolare teneva un ventilatore rotto vicino alla pedana, più per arredamento che per altro.
Non pensavo agli Europei, non pensavo alla medaglia. Pensavo al fatto che per anni, dentro un'esistenza ridotta a turni infiniti e notti tagliate in due, lo sport era diventato roba da ragazzi. Un lusso che non potevi permetterti quando alle sei del mattino dovevi già essere in piedi, con la schiena a pezzi e la testa piena di numeri da quadrare.
Poi è arrivato il periodo di respiro. Un'altra città, un altro incarico, il fine settimana libero. E il corpo, abituato a essere spremuto come un limone, non sapeva cosa farsene di quel tempo vuoto. Dormivo nove ore e mi svegliavo con l'ansia di aver dimenticato qualcosa. Mangiavo con calma e la calma mi innervosiva. Era come se la stanchezza, ormai, fosse diventata il mio modo di stare al mondo. Tolta quella, restavo nudo.
Ho riempito il vuoto con la ghisa.
Così ho conosciuto Mauro Bellandi, maestro di strongman, uno che a cinquant'anni suonati solleva ancora il doppio di me e parla solo quando serve. L'ho visto caricare un bilanciere con trecento chili e dire, senza enfasi: «Sali, prova». E io sono salito.
La federazione italiana di powerlifting BERSAGLIO organizzava gare a cadenza fitta. Fine settimana, palazzetti di provincia, giudici con il gesso in mano. Decisi di provarci.
Obiettivo: tagliare il traguardo di Maestro. Normative di cinquecento chili in totale tra squat, panca e stacco. Non roba da fenomeni, ma roba che richiede pazienza, tecnica e un minimo di gas in riserva. Io, quella riserva, non la vedevo da quando avevo vent'anni.
Due gare in un mese, sempre più vicine al bersaglio. A Macerata mi ero fermato a 480, corti di venti chili. Ad Arezzo, sotto un caldo che spaccava l'asfalto, avevo chiuso a 495: cinque chili dal traguardo, la beffa più sottile che esista in questo sport. Coach Bellandi, quella sera, aveva scritto su un foglio un solo numero, il centocinque per cento del mio massimale allo stacco, e me l'aveva mostrato senza dire niente. Voleva dire: a Foligno lo tiriamo.
Mi fermo un attimo fuori dalla palestra, la sera prima. Il cielo è di un colore secco, bianco. Un cane meticcio dorme sull'angolo, immobile da ore. La signora del bar accanto mi ha visto entrare e mi ha tenuto da parte una bottiglia d'acqua. Non parla quasi mai, ma oggi, mentre la prendo, mi guarda le mani.
— Ti ho visto alla pedana, ad Arezzo.
— Eri lì?
— Ho un nipote che gioca a basket. Ma io sono rimasta per te.
Rido, perché non so che dire. Lei aggiunge, senza cambiare espressione:
— Quello sollevato prima di te era la metà. Sei tu quello con la maglia blu.
Le lascio due euro sul banco e torno alla macchina, pensando a domani.
Il palazzetto di Foligno è uno di quei capannoni con il soffitto basso e i tubi a vista, riscaldato da fari alogeni che buttano una luce gialla, sporca, sulla pedana di gomma nera. Sono le nove del mattino e già si respira il gesso in sospensione nell'aria. Mauro mi aspetta vicino ai magnesio, la tabella stropicciata in mano.
Squat: apro a 180, bianco netto, tre giudici e tre luci pulite. Secondo tentativo 195, un rosso laterale per profondità ma passa due a uno. Terzo, 205: le gambe tremano in buca, ma salgo dritto, il pubblico — una trentina di persone sedute su gradinate di metallo — batte le mani piano, come se anche loro avessero paura di disturbarmi.
Panca: 120, 130, poi 137 all'ultimo tentativo. Il bilanciere scende sul petto e per mezzo secondo resta fermo lì, il peso che schiaccia, l'aria che non trova la via d'uscita dai polmoni. Poi spingo, e la barra sale dritta come su un binario. Tre bianchi.
Totale parziale: 342. Restano tre tentativi di stacco per arrivare a 500. Mi servono almeno 158 di media sull'ultimo, ma il piano di Mauro è diverso: aprire alto, chiudere altissimo.
Primo stacco: 150, pulito, la barra che stacca da terra senza esitazioni. Secondo: 165. Le mani, gessate fino al polso, stringono la barra ruvida mentre Mauro mi guarda dritto negli occhi e dice solo: «Aria dentro, schiena piatta». Tiro, la barra sale lenta, lentissima, ma sale — bianco, bianco, un rosso per il lockout incompleto delle anche. Passa comunque, due a uno.
Totale: 507. Il traguardo di Maestro è già superato.
Ma resta il terzo tentativo, quello che Mauro aveva scritto sul foglio giorni prima: 178 chili, il centocinque per cento del mio massimale personale. Non un numero necessario. Un numero voluto.
Salgo sul rialzo dietro le quinte mentre chiamano il mio nome all'altoparlante gracchiante. Mauro mi stringe le spalle un secondo, niente frasi, solo la pressione delle sue mani, poi mi lascia andare verso la luce gialla della pedana.
La barra è lì, carica di dischi neri e rossi, centoottanta chili di ferro fermo. Mi metto sopra, i piedi larghi quanto le anche, afferro la barra con le mani gessate, sento la ruvidezza sotto le dita. Il pubblico è in silenzio, l'unico rumore è il ventilatore industriale in fondo alla sala che soffia aria calda sul niente.
Inspiro, tengo l'aria nel torace, tiro le spalle indietro. La schiena si irrigidisce come una tavola. Poi carico le gambe e spingo il pavimento via da me.
La barra si stacca da terra un centimetro, due, e lì si ferma. Le gambe spingono, la schiena regge, ma il peso non sale più. Due secondi che sembrano un minuto. Il pubblico trattiene il fiato — lo sento, è un silenzio diverso da quello di prima.
Poi, non sale. Il bilanciere torna a terra con un rumore secco di metallo su gomma. Rosso, rosso, rosso. Tre giudici, tre luci che dicono no.
Resto piegato in avanti, le mani ancora sulla barra, il fiato che esce a scatti. Nessuno applaude, ma nessuno fischia: nel powerlifting il fallimento onesto si rispetta come la riuscita.
Mi rialzo, tolgo le fasce dai polsi, mi tolgo il gesso strofinando le mani sui pantaloni. Il totale resta 507. Maestro, con margine.
Mauro mi aspetta dietro le quinte, il foglio stropicciato ancora in mano, la percentuale del centocinque cerchiata in nero. Non dice niente sul tentativo fallito. Guarda il totale sul tabellone elettronico, poi guarda me.
— Il 178 lo tiriamo tra un mese. Da un'altra parte.
Tiro fuori il telefono dalla borsa, ancora con le mani che tremano leggermente per lo sforzo, e faccio il numero di casa mentre Mauro raccoglie le fasce e i gessi dal pavimento.
— Fatto. Maestro, 507. L'ultimo tentativo no, ma il totale c'è.
Dall'altra parte, un attimo di silenzio, poi una risata breve e un «bravo» detto piano, come se anche a distanza si potesse disturbare qualcosa.
Chiudo la telefonata. Mauro mi passa la bottiglia d'acqua e dice, guardando il tabellone che ancora segna il mio nome:
— Domenica prossima si allena lo stacco. Solo quello.
Usciamo nel piazzale del palazzetto, il sole di Foligno che picchia sull'asfalto come quello di Perugia, come quello di Arezzo. Metto il borsone nel bagagliaio, tra le fasce sporche di gesso e la tabella di Mauro, ancora stropicciata, con un nuovo numero già scritto in fondo al foglio.
