Il telefono era appoggiato accanto al tostapane, schermo verso l'alto, e mio marito lo guardava come si guarda una cosa che deve ancora decidersi a prendere.
— Elisa, passami un attimo il telefono. Devo controllare il codice della banca per mia madre.
Ero alla lavastoviglie, con le mani ancora bagnate, e in salotto zia Carla — non mia zia, sua, ma in casa la chiamavano tutti così da vent'anni — dettava istruzioni all'idraulico al telefono in vivavoce: dove doveva andare la presa nuova, perché "quello lì non capisce niente", se il termosifone andava spostato di dieci centimetri a destra.
Mi sono asciugata le mani nello strofinaccio appeso al forno e ho guardato Marco.
— Quale codice?
Si stava già allungando verso il telefono, senza fretta, come fa chi è abituato a considerare le cose degli altri un po' anche sue. Era proprio quella calma, quell'abitudine tranquilla, a farmi più rabbia di una richiesta gridata.
— C'è una rateizzazione al negozio di piastrelle. Niente di che, solo da confermare. Il tuo telefono apre l'app più veloce del mio.
Zia Carla è comparsa sulla porta della cucina in vestaglia, con un campione di gres porcellanato premuto al petto come fosse un documento importante.
— Elisa, non cominciare adesso. C'è gente che aspetta una risposta. Non vorrai mica togliermi anche le piastrelle.
Le piastrelle. Non un intervento, non una terapia, non un tetto crollato dopo una tromba d'aria. Un gres grigio con venature scure, scelto perché "la vicina del terzo piano ce l'ha uguale e io non sono da meno".
Solo dopo ho capito che la storia del codice non era una domanda qualsiasi: era l'ultimo anello di una catena che andava avanti da settimane. C'erano state cene in cui frasi buttate lì mi erano scivolate addosso senza fermarmi — "lo sconto vale solo fino a venerdì", "il negozio fa il finanziamento a tasso zero", "Marco, tesoro, tu sei l'uomo di casa". C'erano state visite improvvise di zia Carla col metro da sarta in borsa. C'erano state le sue lamentele sulla pensione, sull'idraulico, sul vecchio pavimento che "fa fare brutta figura a una donna davanti agli ospiti".
— Intestata a chi, la rateizzazione? — ho chiesto.
Marco ha rimesso il telefono sul tavolo, ma la mano è rimasta lì vicino, le dita accanto allo schermo, come se potesse ancora far finta che non fosse successo niente.
— A te viene più comodo, — ha detto. — Io ho già la carta di credito impegnata. Lo sai.
Non ho preso il telefono. L'ho guardato e basta, e per la prima volta in quella mattina non sentivo il rumore dell'acqua né la voce dell'idraulico dal salotto, ma il ticchettio della sveglia da parete sopra la porta — un residuo dell'appartamento del vecchio proprietario, andava sempre un po' avanti.
— Ho capito che stai intestando un debito a me.
Zia Carla ha fatto una risatina, piano, senza alzare la voce. Aveva sempre questo modo di parlare che non sembrava un attacco, ma la stanchezza rassegnata di chi deve spiegare l'ovvio per l'ennesima volta.
— Debito, debito… che parole grosse. La famiglia non vive di scartoffie, Elisa.
Marco ha rincarato subito:
— Non fare tragedie. Siamo pur sempre una famiglia.
Ho preso il telefono, non perché avessi accettato — l'avevo preso perché lo schermo si era spento e ci vedevo riflesso il lampadario e un pezzo della mia faccia, stanca dopo una settimana di lavoro. Ho digitato il codice io stessa e ho aperto l'app della banca. Nessun codice di accesso in sospeso. Ma tra le notifiche c'era qualcosa che prima non c'era: "Richiesta di finanziamento approvata. Confermare entro le 12:30". La cifra era scritta a parte, in grassetto: undicimilaquattrocento euro.
L'ho fissata a lungo. Sul fornello, le patate lessate iniziavano a scurirsi nell'acqua ormai fredda. Dal salotto, l'idraulico ha chiesto se poteva portare via il vecchio lavandino l'indomani.
— Marco, — ho detto piano. — Quando l'hai fatta, questa richiesta?
Ha smesso di recitare la parte dell'uomo ingiustamente disturbato per una sciocchezza domestica. La faccia gli si è chiusa, è diventata quella che aveva quando parlava col suo capo e diceva sempre sì, per poi scaricare il nervoso a casa sulle ante dei mobili.
— Non l'ho fatta io. Ho solo guardato le condizioni.
— Nella richiesta ci sono i miei dati anagrafici, Marco. Il mio codice fiscale, il mio documento. Non li hai "guardati". Li hai inseriti.
Ha aperto la bocca, l'ha richiusa. Zia Carla, invece, non si è fermata:
— E va bene, ha usato i tuoi dati, e allora? Tanto la casa è di tutti e due, no? Domani le piastrelle le vedi anche tu.
— La casa è mia, — ho detto. — L'ho comprata io, dieci anni fa, prima ancora di conoscere Marco. Ci vive lui perché io l'ho voluto così.
Il silenzio che è calato non aveva niente di elegante. L'idraulico, dal salotto, ha smesso di parlare col tono professionale e si è affacciato sulla soglia con la chiave inglese ancora in mano, incerto se fosse il momento di andarsene o restare.
Ho premuto "Rifiuta richiesta" sotto gli occhi di tutti e tre. Non l'ho fatto di nascosto, non l'ho fatto dopo, in camera da letto, con la porta chiusa. L'ho fatto lì, in piedi vicino al lavello, con l'acqua che ancora gocciolava dal rubinetto mal chiuso.
— Elisa, sei impazzita? — Marco si è avvicinato, ha allungato la mano come per riprendersi il telefono, poi si è fermato, forse rendendosi conto che non serviva a niente: la richiesta era già respinta, il numero era già sparito dallo schermo. — Abbiamo già dato l'acconto al negozio. Duemila euro. Non recuperabili.
— Duemila euro tuoi, presi da dove?
Non ha risposto. Ha guardato zia Carla, come se da lei potesse arrivare una spiegazione che salvasse la situazione. Lei ha stretto più forte il campione di piastrella al petto e ha detto, con voce improvvisamente meno sicura:
— Io gliel'ho prestati. Dalla liquidazione. Pensavo che tanto li rendevate voi con calma.
— Con la rateizzazione intestata a me, — ho detto. — Cioè con soldi miei che avrei restituito senza saperlo, per un bagno in cui io non ho mai messo piede più di due volte l'anno.
Ho preso lo strofinaccio, ho spento il fuoco sotto la pentola delle patate ormai da buttare, e sono uscita dalla cucina. Sono andata nello studio, ho aperto il cassetto dove tengo i documenti della casa — il rogito, il mutuo estinto tre anni fa, la copia delle chiavi di riserva che tenevo per Marco. Ho preso la cartellina blu con dentro tutto, l'ho portata in cucina e l'ho appoggiata sul tavolo, accanto alle patate ormai spente.
— Marco, questa è la casa. Con il tuo nome sopra non c'è niente, perché non c'era motivo che ci fosse: eravamo una coppia, ti fidavi, mi fidavo. Da oggi cambio la password dell'app della banca e do la disdetta alla procura che ti avevo dato per pagare le bollette quando ero in trasferta. La restituisci in giornata.
Zia Carla ha provato ancora, la voce già meno ferma:
— Ma i lavori sono già iniziati, l'idraulico è già qui, non si può mica lasciare tutto a metà così…
— L'idraulico lo pago io per il lavoro fatto finora, in contanti, oggi stesso, — ho detto, guardando l'uomo sulla soglia, che ha annuito piano, sollevato di non dover restare in mezzo a quella storia. — Il resto del cantiere si ferma. Se vuole rifare il bagno, zia Carla, lo intesta a sé stessa, con la sua pensione, con la sua liquidazione. È casa sua, no? A Frosinone, mi pare.
Marco è rimasto in piedi vicino al frigorifero, con le braccia incrociate, la faccia di chi sta ancora cercando la battuta che rimetta tutto a posto e non la trova.
— Stai esagerando per duecento euro di rate al mese.
— Undicimilaquattrocento euro, Marco. Non duecento al mese, la cifra intera, con gli interessi già inclusi nella scheda del finanziamento. E il problema non è la cifra. È che l'hai fatto senza dirmelo, contando sul fatto che non avrei controllato in tempo.
Ho chiuso la cartellina blu, l'ho rimessa sotto il braccio e sono uscita dalla cucina lasciando la porta aperta. Fuori, nel cortile del condominio, il cane della vicina del piano di sotto abbaiava al furgone dell'idraulico parcheggiato in seconda fila, e qualcuno, tre piani più su, aveva lasciato la televisione accesa sul telegiornale delle tredici. Sono rimasta un momento sul pianerottolo, con la cartellina stretta al petto, ad ascoltare il rumore ordinario di un pomeriggio qualunque — e ho pensato che le patate, ormai, erano da buttare comunque.
