La cena per i dieci anni del palazzo doveva essere una cosa tranquilla. Il ristorante nuovo vicino ai giardini di via Gioberti, a Brescia, aveva riservato per noi la saletta in fondo: tavolo lungo, tovaglie bianche, una composizione di ortensie al centro e quel silenzio carico di cortesia che si crea solo quando trenta condomini fingono di non conoscersi i segreti l'uno dell'altro. Io in quello stabile ci vivo da dodici anni. So chi parte alle sette e dieci per la tangenziale, chi ordina pizza ogni giovedì, chi litiga col marito anche se la tv è a volume alto. Ma quella sera ho capito che non sapevo la cosa più importante.
La signora Rinaldi, quella del terzo piano che tiene i conti delle spese condominiali, si è chinata verso di me e ha posato davanti al mio piatto un cucchiaino di plastica azzurra, di quelli piccoli, da neonato.
— È tuo? — ha chiesto.
L'ho guardata senza capire.
— No.
Ma lei non guardava me. Guardava Matteo, il mio ex fidanzato, seduto due posti più in là accanto alla sua nuova compagna. Era venuto alla cena come «rappresentante dei proprietari», anche se nello stabile non ci viveva più da un anno. Almeno, questo mi aveva detto quando ci eravamo lasciati.
Matteo si è schiarito la voce.
— Sarà del ristorante.
La signora Rinaldi ha scosso la testa, un movimento secco, di chi ha già deciso.
— Non è del ristorante. L'ho trovata nella cassetta delle lettere dell'appartamento dodici.
L'appartamento dodici era il suo vecchio alloggio. Quello dove saremmo dovuti andare a vivere dopo il matrimonio.
Un anno prima Matteo aveva rotto il fidanzamento con una frase secca, una sera d'ottobre, mentre io piegavo i tovaglioli per il ricevimento. «Non sono pronto per una famiglia.» Io avevo trentaquattro anni, l'abito già scelto, la data fissata al comune, la lista degli invitati sul tavolo della cucina. Lui aveva parlato di soffocamento, di bisogno di libertà, di niente figli, niente vincoli, niente responsabilità. Avevo pianto per settimane, col telefono spento e la porta chiusa. Poi avevo saputo che si era trasferito. Poi l'avevo visto con lei. Giulia. Dieci anni meno di me, capelli scuri, quel contegno sicuro di chi pensa di aver vinto qualcosa. Adesso era seduta accanto a lui con un tailleur color crema e una mano ferma sulla borsa.
— Perché stiamo parlando di un cucchiaino? — ha detto lei, con una smorfia. — È ridicolo.
La signora Rinaldi non ha risposto subito. Ha tirato fuori dalla borsa una busta marrone.
— Perché non è solo il cucchiaino.
Matteo si è alzato di scatto.
— Non ce n'è bisogno.
Quelle tre parole mi sono bastate. Non ce n'era bisogno per chi? Per me? Per lei? O per la verità che finalmente si era seduta a tavola con noi?
— Invece sì — ho detto.
La mia voce è uscita più ferma di come mi sentissi. Sotto la tovaglia tenevo le dita attorcigliate al bordo del tovagliolo, ma in faccia avevo una calma che non sapevo di avere.
La signora Rinaldi ha appoggiato la busta davanti a me.
— Sei mesi fa nell'appartamento dodici è entrata una donna con un bambino. Si è presentata come inquilina. Poi hanno cominciato ad arrivare lettere intestate a Matteo.
Nella saletta il brusio si è spento come una radio staccata. Giulia si è voltata verso di lui.
— Quale donna?
Matteo ha serrato le labbra.
— Questa non è una faccenda che vi riguarda.
— Riguarda me — ho detto. — Se mi hai lasciata perché avevi già un'altra vita.
Mi ha guardata con gli occhi stretti.
— Non fare la tragica. Noi due abbiamo chiuso da un pezzo.
Quel «noi due» mi ha fatto più male del previsto. Perché forse per lui era davvero chiuso da un pezzo. Ero io l'ultima ad averlo capito.
La signora Rinaldi ha aperto la busta e ha estratto una copia di un contratto d'affitto. Il nome di Matteo c'era, nero su bianco. Come proprietario. L'appartamento dodici non era stato venduto. Non era vuoto. Non era «fermo finché non decido cosa farne». Lui l'aveva dato a una donna di cui non mi aveva mai parlato.
Giulia è rimasta immobile, con le dita che stringevano il manico della borsa come se da lì potesse uscire una risposta.
— Chi è? — ha chiesto, a voce bassa.
Matteo ha allargato le braccia.
— Aiutavo un'amica. Tutto qui.
La signora Rinaldi ha posato le mani sul tavolo, una sopra l'altra.
— Almeno adesso non mentire.
A quel punto dall'altro capo della sala si è alzato un uomo che non conoscevo. Avrà avuto sessant'anni, giacca grigio scuro, la faccia di chi ha dormito poco per troppo tempo.
— Io sono il padre di quella donna — ha detto. — E non starò più zitto.
Matteo è rimasto in piedi, con la sedia che gli ciondolava dietro. Sembrava uno a cui il pavimento si fosse aperto sotto le scarpe.
L'uomo si è rivolto a me, non a lui.
— Mia figlia stava con lui quando lui stava ancora con lei. Le aveva promesso che avrebbe rotto il fidanzamento. Poi le ha promesso che si sarebbe preso cura di lei e del bambino. Poi ha cominciato a frequentare un'altra donna.
Giulia ha tolto piano la mano dalla borsa.
— Il bambino? — ha mormorato.
Matteo si è rimesso a sedere, di colpo, come se le gambe avessero deciso da sole.
— Non è sicuro.
L'uomo ha tirato fuori dalla tasca interna un secondo documento, piegato in quattro.
— Invece è sicuro. Il test lo dimostra.
Io non riuscivo a respirare. Non perché lo amassi ancora. Ma perché capivo quanto ero stata vicina a sposare un uomo capace di lasciare non una, ma tre donne con la stessa bugia. Io. Quella ragazza. E la donna con il bambino.
Giulia si è alzata.
— Tu mi avevi detto che ti perseguitava — ha detto, fissando Matteo. — Che era matta. Che il bambino non era tuo.
Lui ha provato a prenderle la mano, ma lei l'ha ritratta come se scottasse.
— Non mi toccare.
La signora Rinaldi ha guardato verso l'amministratore del condominio, che stava in fondo con la cravatta allentata e un bicchiere d'acqua in mano.
— Per questo ho voluto parlarne qui. L'appartamento ha spese condominiali non pagate da mesi. La donna è stata mandata via la settimana scorsa, perché Matteo ha smesso di pagare l'affitto e l'ha lasciata lì senza un avviso, con il bambino e due valigie sul pianerottolo.
Il brusio è ricominciato. Alcuni vicini guardavano Matteo con disprezzo. Altri guardavano me con pietà. Ma quella sera la pietà non la volevo. Volevo aria. Volevo chiudere.
Mi sono alzata e ho preso il cucchiaino azzurro. L'ho appoggiato davanti a lui, accanto al suo calice ancora pieno.
— Questo non è mio — ho detto. — Ma è una tua responsabilità.
Lui mi ha fissato con odio, le mascelle serrate.
— Sei contenta adesso? Mi hai umiliato davanti a tutti.
Ho lasciato il tovagliolo sul tavolo, accanto al piatto.
— No, Matteo. Ti ci sei portato da solo. Io non ti ho salvato dalla verità. Mi sono solo tolta di mezzo.
Giulia se n'è andata per prima, senza salutare, col tacco che batteva sul parquet della saletta. Il padre della ragazza ha rimesso i documenti nella tasca interna e ha detto che l'avvocato è già stato avvisato. La signora Rinaldi è rimasta seduta, composta, con la busta marrone sul tavolo come un sasso che aveva finalmente posato.
Sono uscita fuori. L'aria di febbraio sapeva di foglie bagnate e di tram. Mi sono fermata sul marciapiede, ho tirato fuori le chiavi di casa e le ho strette in tasca finché il metallo non mi ha fatto male al palmo. Non era dolore per lui. Era qualcos'altro, qualcosa che assomigliava a uno spazio vuoto che si riempiva d'aria fredda.
Il lunedì dopo ho preso un'ora di permesso e sono andata alla banca. Ho chiuso il conto cointestato che avevamo aperto per il matrimonio e su cui avevo versato undicimila e quattrocento euro in tre anni di risparmi. La signora della filiale mi ha chiesto se volevo trasferire la mia parte su un altro conto. Ho detto di no. Ho fatto un bonifico di quattromila e duecento euro all'associazione di Brescia che segue le madri con bambini in uscita da situazioni difficili. La causale l'ho scritta a mano sul modulo: «Per una madre che ricomincia».
Matteo ha saputo del bonifico il mercoledì dopo, quando ha chiamato la banca per spostare dei fondi e ha trovato il conto chiuso. Mi ha telefonato tre volte. Alla quarta ho risposto solo per dirgli: «La tua parte non l'ho toccata. Ma non esiste più un conto "nostri". Esiste solo quello che ti spetta, e lì tra l'altro mancano le spese condominiali dell'appartamento dodici.»
Ha provato a ribattere. Ho riagganciato mentre diceva «ma tu non puoi…».
Quando sono rientrata a casa era sera. Sul pianerottolo c'era un sacchetto sospeso alla maniglia: dentro, un biglietto della signora Rinaldi e una confezione di biscotti alle mandorle. Il biglietto diceva solo: «Quel cucchiaino l'ho preso io dalla cassetta. Ma il resto l'ha fatto da solo.»
L'ho appeso con una calamita al frigo, storto, senza badare a raddrizzarlo. Poi ho aperto la scatola di biscotti, ne ho preso uno e sono andata alla finestra della cucina a mangiarlo, guardando il parcheggio vuoto e i lampioni che si accendevano uno dopo l'altro lungo via Gioberti.
