Ottant'anni. Livia Contarini li aveva compiuti a giugno, seduta sul terrazzo della sua casa a Portofino, con una fetta di torta al limone che nessuno aveva finito e il profumo del mare che saliva dagli scogli sotto la piazzetta. Ottant'anni, e ancora quella luce negli occhi che negli anni Sessanta aveva fatto girare la testa a mezza Cinecittà.
Non era mai stata la diva più fotografata. Non aveva avuto lo scandalo giusto al momento giusto, non aveva sposato il produttore che l'avrebbe resa immortale sui rotocalchi. Aveva fatto sette film, due dei quali oggi nessuno ricorda, e uno che invece i cinefili citano ancora nei festival di provincia, proiettato su lenzuola bianche appese tra due alberi. Poi, a trentaquattro anni, aveva chiuso la valigia e se n'era andata da Roma senza spiegazioni a nessuno, nemmeno al suo agente, che per settimane aveva continuato a lasciarle messaggi in segreteria.
A Portofino l'avevano vista arrivare con due bauli e un cane bastardino trovato per strada a Genova. Aveva comprato — pagandola in contanti, dicono ancora al bar della piazzetta — una casa mezza diroccata sopra il porto, con le persiane verdi scrostate e un giardino di limoni che nessuno curava da anni. L'aveva rimessa in piedi da sola, un muro alla volta, imparando a intonacare guardando i muratori del paese.
Per quarant'anni non ha rilasciato un'intervista. Le poche foto che circolavano erano rubate: Livia al mercato del pesce con la sporta di vimini, Livia che stende i panni, Livia che litiga bonariamente col fruttivendolo per due pesche ammaccate. Il pettegolezzo, quello vero, diceva che nella casa sopra il porto vivesse ancora con lei un uomo — non un attore, non un regista, ma un ex meccanico di Rapallo di nome Aldo, conosciuto quando le si era rotta la Fiat 500 proprio davanti al suo cancello, nel 1979.
Quella storia, per una che veniva da un mondo di paillettes e di contratti capestro, era rimasta lì: ferma, silenziosa, senza bisogno di essere raccontata ai giornali. Aldo era morto sei anni prima, d'inverno, e Livia aveva continuato a vivere in quella casa con il cane — non più lo stesso, ma sempre un bastardino trovato per strada — e con la sua routine fatta di caffè alle sette, passeggiata fino al faro, un'ora di lettura sulla panca di pietra vicino alla chiesa di San Giorgio.
Poi, quest'anno, per l'ottantesimo compleanno, la nipote — Bianca, ventisei anni, che lavorava come fotografa per un piccolo giornale locale di Chiavari — aveva convinto la nonna a lasciarsi fotografare per la prima volta in quarant'anni. Non per vanità. Per lasciare qualcosa, aveva detto Bianca, prima che la memoria di quella casa e di quella donna si disperdesse come tutto il resto.
Le foto erano uscite su un piccolo settimanale ligure a tiratura locale, tremila copie, distribuito nelle edicole tra Rapallo e Santa Margherita. Nessuno, in redazione, si aspettava quello che sarebbe successo dopo.
Una di quelle foto — Livia seduta sulla panca di pietra, i capelli bianchi raccolti, le mani nodose intrecciate sul grembo, lo sguardo dritto nell'obiettivo senza trucco e senza filtri — era finita su un forum di appassionati di cinema italiano d'annata. Da lì a un gruppo Facebook di seimila iscritti. Da lì, in tre giorni, ovunque.
Il commento più condiviso diceva: "Non l'ho mai vista recitare, ma guardando questa foto capisco perché mio nonno diceva che era la donna più vera mai passata per lo schermo."
I giornali nazionali, quelli veri, quelli con gli uffici a Milano e Roma, iniziarono a chiamare. Il telefono fisso di casa Contarini — sì, aveva ancora un telefono fisso, uno di quelli beige con la cornetta pesante — squillò per tre giorni di fila. Livia non rispose mai. Fu Bianca, alla fine, a scrivere un comunicato di due righe: "Mia nonna ringrazia per l'affetto. Non concederà interviste. Ha già detto tutto quello che aveva da dire, quarant'anni fa, e poi ha scelto il silenzio. Rispettatelo."
Ma il vero problema arrivò da un'altra direzione, ed era quello che a Livia, in fondo, importava davvero.
Un'agenzia immobiliare di Milano, fiutando l'occasione mediatica, si presentò al cancello della casa sopra il porto con un'offerta scritta su carta intestata: un milione e ottocentomila euro per l'immobile, "vista l'eccezionale rilevanza storico-culturale del sito e la sua ubicazione." Dietro, si scoprì poi, c'era un fondo che voleva trasformare la casa in una struttura ricettiva a tema, "La Villa della Diva", con tanto di suite intitolata a Livia Contarini e un piccolo museo del cinema ligure nel garage.
Livia lesse la lettera due volte, seduta al tavolo di cucina dove Aldo aveva sempre tenuto il calendario dei ricambi auto appeso al chiodo, ancora fermo all'anno della sua morte. Poi la piegò in quattro e la mise sotto il vaso di basilico sul davanzale, dove teneva le cose che non voleva buttare ma nemmeno guardare più.
Bianca, che nel frattempo era diventata — suo malgrado — la portavoce ufficiale della nonna, provò a farle notare che con quella cifra avrebbe potuto sistemarsi per sempre, magari comprare qualcosa di più comodo, senza le scale ripide che ormai le costavano fatica.
"Non voglio essere sistemata," rispose Livia, senza alzare la voce. "Voglio essere lasciata dove sono."
L'agenzia tornò una seconda volta, alzando l'offerta a due milioni e centomila. Poi mandò un notaio, che si presentò senza preavviso un martedì mattina mentre Livia stava innaffiando i limoni, e che si sentì rispondere, con gentilezza glaciale, che poteva accomodarsi fuori dal cancello ad aspettare, se voleva, ma che la risposta non sarebbe cambiata nemmeno restando lì fino a Natale.
Fu allora che Bianca capì una cosa che aveva sempre saputo ma mai davvero compreso fino in fondo: sua nonna non aveva lasciato Roma per il silenzio in sé. Lo aveva lasciato perché il silenzio, in quella casa, era pieno — di Aldo, del cane, dei limoni, di quarant'anni costruiti mattone su mattone con le proprie mani, mentre a Cinecittà tutto si costruiva con contratti e comunicati stampa.
La sera dell'ultimo rifiuto, nonna e nipote cenarono sul terrazzo con un piatto di trofie al pesto fatto in casa e una bottiglia di vino bianco locale aperta per l'occasione. Livia si alzò, andò verso il davanzale, prese la lettera piegata in quattro sotto il vaso di basilico, e la strappò in due, poi in quattro, poi ancora, lasciando i pezzetti cadere in una ciotola vuota sul tavolo.
"Questa casa," disse, "non è in vendita. Nemmeno dopo che non ci sarò più io. L'ho già scritto dal notaio di Rapallo, mese scorso: va a te, intera, con l'obbligo che non venga mai né venduta né affittata a estranei per farne un museo di me stessa."
Bianca non disse niente. Prese la macchina fotografica appoggiata sulla sedia accanto, e scattò un'ultima foto — quella che non avrebbe mai pubblicato da nessuna parte — di sua nonna che spazzava via con la mano i pezzi di carta caduti sul tavolo, per fare spazio al vino e al resto della cena.
