Cinquantatré anni, e alle cinque e mezza del mattino Renata Bellon è già sulla provinciale che porta al capannone della cooperativa agricola, quella dove imbustano le insalate per i supermercati della zona. A Cavarzere, in provincia di Venezia, di lavoro per una donna della sua età non ce n'è granché: il bar ha chiuso a marzo, la sartoria pure, e l'unica cosa rimasta aperta con un cartello "cercasi personale" è proprio quel capannone che sa di terra bagnata e di plastica calda.
Le hanno offerto un posto come addetta al confezionamento: settecentoventi euro al mese, sei giorni su sette, turno che comincia alle sei e finisce quando finisce — a volte le due del pomeriggio, a volte le quattro. La responsabile di linea, una certa Ornella, gliel'ha detto chiaro il primo giorno, mentre le consegnava il grembiule e le retine per i capelli: "Se lavora bene, a Natale vediamo se c'è un premio." Vediamo. Non prometto, vediamo.
Renata ha accettato lo stesso. Ha firmato il contratto seduta su una sedia di plastica nello spogliatoio, con l'odore di disinfettante che le entrava nel naso, e ha pensato a suo marito Dario che quella mattina, davanti al caffè, le aveva detto: "Per settecento euro tanto vale stare a casa. Ti rovini la schiena per niente."
Lei non ha risposto subito. Ha lavato la tazzina, l'ha messa a scolare accanto alle altre due — quella scheggiata che usa sempre lei, quella con i fiorellini che era di sua madre — e solo dopo ha detto: "Settecento euro sono settecento euro, Dario. Non sono elemosina."
Il fatto è che in casa Bellon i conti non tornano da un pezzo. Il mutuo dell'appartamento a Cavarzere, acceso nel 2011, ha ancora sette anni davanti; la rata è di quattrocentodieci euro al mese, e con la pensione d'invalidità di Dario — che si è rotto la schiena in una ditta di trasporti otto anni fa — arrivano a stento a fine mese. Il figlio Matteo, ventisei anni, è a Padova per l'università e ogni tanto chiede aiuto per l'affitto della stanza. Renata quei soldi li ha sempre trovati vendendo qualche uovo delle sue galline al mercatino del sabato, facendo qualche pulizia in nero per la farmacista del paese. Briciole. Mai un contratto, mai una busta paga vera.
Il primo mese al capannone è stato durissimo. Le mani le si sono screpolate per il freddo dei frigoriferi dove stoccano le buste di insalata; la schiena, la sera, le faceva male come non mai; e Ornella, la responsabile, sembrava contarle ogni pausa sigaretta con l'orologio. Ma alla fine del mese, quando Renata ha ritirato la sua prima busta paga vera — con tanto di intestazione, contributi, tutto in regola — l'ha portata a casa e l'ha messa sul tavolo della cucina, vicino al vaso con i gerani secchi che nessuno ricordava più di innaffiare.
Dario l'ha guardata, ha fatto una smorfia. "E allora? Sempre settecento euro sono."
"Sono la mia pensione futura, Dario. Sono contributi che prima non avevo mai versato in vita mia perché ho sempre lavorato in nero per gli altri. Sono la mia faccia davanti a un notaio, se un giorno mi serve dimostrare un reddito."
Lui non ha detto niente. Ha acceso la televisione, il telegiornale regionale, e si è chiuso in un silenzio che a Renata era ormai familiare.
Le settimane sono passate. A ottobre il capannone ha aumentato i turni per la campagna della zucca e del radicchio, e Renata si è offerta per gli straordinari del sabato pomeriggio — quelli pagati il trenta per cento in più. Ornella, che all'inizio la trattava come una qualunque, ha cominciato a chiederle di controllare le nuove assunte, di spiegare come si incastrano le vaschette nelle cassette da dodici. Non era ancora una promozione, ma era qualcosa.
A novembre, però, è successo l'imprevisto che ha rimesso in discussione tutto. Una mattina Renata è scivolata sul pavimento bagnato vicino alla linea di lavaggio — niente di grave, una storta alla caviglia — ma il medico del pronto soccorso di Chioggia le ha ordinato dieci giorni di riposo con la caviglia fasciata. Dieci giorni senza stipendio pieno, perché il contratto era ancora a tempo determinato e la malattia veniva coperta solo in parte.
È lì che Dario ha alzato la voce come non faceva da anni. "Vedi? Te l'avevo detto. Ti sei rotta per settecento euro al mese, e adesso chi la paga la caviglia?"
Renata, seduta sul divano con il piede sollevato su due cuscini, non ha urlato. Ha aspettato che lui finisse di sfogarsi, poi ha tirato fuori dalla borsa una cartellina di plastica trasparente che teneva sempre con sé — dentro, il contratto, le buste paga dei tre mesi, il certificato dei contributi INPS stampato all'ufficio postale. L'ha aperta sul tavolo, davanti a lui.
"Guarda qui." Ha indicato con il dito una riga. "Tre mesi di contributi versati. Se continuo così altri due anni, arrivo a coprire un buco di dodici anni che avevo nei versamenti, dal 2003 al 2015, quando lavoravo in nero per la farmacia e per la sartoria della Bruna. Dodici anni che altrimenti sparivano e basta, Dario. Sparivano."
Lui ha guardato la cartellina, poi lei, poi di nuovo la cartellina. Non ha detto niente per un bel po'. Fuori, il cane del vicino — un bastardino che si chiama Birra, sempre legato alla catena troppo corta — ha abbaiato tre volte e poi si è zittito.
Renata è tornata al lavoro dopo i dieci giorni, caviglia ancora fasciata ma passo fermo. E a dicembre, quando è arrivato il momento dei bilanci di fine anno, Ornella l'ha chiamata nell'ufficetto vicino allo spogliatoio — quello con il calendario delle Poste appeso storto da anni — e le ha detto che il premio promesso c'era: centocinquanta euro in busta, più la proposta di passare a tempo indeterminato da gennaio, con l'incarico di caposquadra sul turno del mattino.
Renata è tornata a casa quella sera con la busta ancora chiusa in tasca. Non l'ha aperta davanti a Dario per fargliela vedere, non ha detto niente di trionfante. Ha semplicemente tirato fuori dalla borsa il modulo di adesione al fondo pensione integrativo che le avevano dato in ufficio, si è seduta al tavolo della cucina, ha preso la penna che sta sempre nel portapenne accanto al telefono fisso, e ha cominciato a compilarlo, campo per campo, con la calligrafia piccola e precisa di chi ha fatto le scuole magistrali tanti anni prima e non le ha mai dimenticate.
Dario si è avvicinato, ha letto sopra la sua spalla. "Che cos'è quello?"
"Il fondo pensione. Con il contratto indeterminato posso aderire. Un altro pezzo di futuro che mi metto da parte, Dario. Mio, non tuo, non di nessun altro — mio."
Lui è rimasto in piedi accanto a lei per un momento, poi ha tirato indietro una sedia e si è seduto dall'altra parte del tavolo, in silenzio. Renata ha finito di scrivere l'ultimo campo, ha firmato in fondo, e ha messo il foglio nella cartellina trasparente, sopra le buste paga, sopra il certificato dell'INPS — un documento in più, accanto agli altri, tutti suoi.
