Il quaderno di nonna Iolanda

A ottant'anni, mia nonna Iolanda teneva ancora un quaderno a righe nel cassetto del comodino, quello con la copertina nera un po' consumata agli angoli. Ci scriveva i nomi delle persone che erano venute a trovarla. Non per rancore — per non dimenticarli, diceva. Io le facevo compagnia il giovedì pomeriggio, dopo l'università, nel suo appartamento di Bologna in via Saragozza, terzo piano senza ascensore, quello con la ringhiera di ferro battuto che cigolava a ogni passo.

Per trentotto anni aveva insegnato matematica al liceo Minghetti. La chiamavano "la Professoressa" anche al mercato, anche dal fruttivendolo. Poi un giorno di settembre, a sessantacinque anni, è finita la scuola e con lei quel nome. È rimasta Iolanda e basta. Mi raccontava che i primi mesi si svegliava alle sei come sempre, si vestiva, e poi si ricordava che non c'era più nessuna classe ad aspettarla. "Il caffè lo bevevo comunque," diceva, "ma sapeva diverso."

Con gli anni gli inviti si sono diradati. I colleghi andavano in pensione uno dopo l'altro, si trasferivano dai figli, a Reggio Emilia, a Rimini, qualcuno addirittura in Canada. Il telefono fisso — lei il cellulare non ha mai voluto impararlo bene — squillava sempre meno. Una sera mi ha detto, mescolando il minestrone senza guardarmi: "Ai tempi ero io quella che tutti volevano nel comitato di quartiere. Adesso mi salutano per educazione." Non l'ha detto con amarezza. L'ha detto come si dice una cosa vera, guardando la pentola.

Mio padre, suo figlio, viveva a Modena con la sua famiglia — quarantacinque minuti d'autostrada, non di più. Ma tra il lavoro in fabbrica, i due nipoti e le partite di calcio del sabato, le visite si erano ridotte a una volta al mese, forse meno. Lei non si lamentava mai con lui. Con me sì, un po', ma sempre finendo con la stessa frase: "Hanno la loro vita, è giusto così." Io la sentivo dire questa frase e capivo che non ci credeva fino in fondo, ma la ripeteva per convincersi.

Quello che nessuno in famiglia sapeva — e che ho scoperto solo io, per caso, aprendo il cassetto sbagliato in cerca delle sue gocce per la pressione — era una cartelletta di plastica trasparente con dentro l'atto della vecchia bottega di merceria che era stata di suo marito, mio nonno Aldo, morto nel 2009. La bottega, chiusa da anni, era ancora intestata a lei. Dentro la cartelletta, insieme all'atto, c'era una busta con ventiduemila euro in contanti, ricavati dalla vendita di alcuni gioielli di famiglia l'anno prima, quando aveva deciso — diceva — di "mettere ordine".

Un pomeriggio di marzo, mio zio Sergio, fratello minore di mio padre, si è presentato senza preavviso. Non veniva da più di un anno. Si è seduto in cucina, ha bevuto il caffè che lei gli aveva preparato, e poi ha tirato fuori un foglio: una proposta di comodato d'uso per il locale della merceria, da affittare a un suo conoscente per aprirci un negozio di telefonia. "Tanto sta lì a prendere polvere," ha detto. "Firma qui, mamma, ci penso io a tutto." Non le ha chiesto come stava. Non le ha chiesto del ginocchio operato a gennaio. È rimasto quarantatré minuti — io guardavo l'orologio della cucina, quello a forma di gallo che ticchettava forte — e se n'è andato con la penna ancora in mano, perché lei non aveva firmato.

Quella sera, dopo che se n'è andato, l'ho trovata seduta al tavolo con il quaderno nero aperto davanti. Non stava scrivendo. Guardava fuori dalla finestra, verso i tetti di via Saragozza, dove un gatto grigio attraversava una grondaia con la stessa lentezza di sempre. Le ho chiesto se stava bene. Mi ha detto solo: "Passami il telefono di Aldo Bassi." Aldo Bassi era il notaio che aveva seguito la successione di mio nonno, un uomo con lo studio in via Farini che lei conosceva da quarant'anni.

Il giovedì successivo mi ha chiesto di accompagnarla proprio lì, allo studio del notaio Bassi. Ha portato con sé la cartelletta trasparente. Nello studio, con me seduta accanto su una sedia scomoda di pelle scura, ha detto al notaio che voleva formalizzare una donazione: la bottega di via del Pratello, insieme ai ventiduemila euro in un conto vincolato, sarebbero andati alla Caritas del quartiere, per il dormitorio che stavano allestendo vicino alla stazione. Non a Sergio. Non a mio padre. Non a me, anche se io non me l'aspettavo comunque.

"Perché la Caritas?" le ho chiesto in ascensore, mentre scendevamo. Mi ha risposto senza guardarmi, sistemandosi la sciarpa: "Perché loro vengono a trovarmi anche quando non gli serve niente da me. Padre Michele passa ogni due settimane, si siede, beve un caffè, mi ascolta raccontare di Aldo trent'anni fa. Non gli ho mai chiesto niente e non mi ha mai chiesto niente lui." L'atto è stato firmato tre settimane dopo, il 14 aprile, davanti al notaio e a due testimoni.

Sergio l'ha saputo un mese più tardi, quando è tornato con lo stesso foglio di comodato, aspettandosi la firma. Il notaio Bassi gliel'ha detto al telefono, perché era stato lui, su istruzione di nonna, a informare formalmente gli eredi della donazione già registrata. Sergio è arrivato a casa di lei un sabato mattina, ha suonato il citofono a lungo, ha urlato dal pianerottolo che era una follia, che quella era roba di famiglia, che l'avrebbero fatta interdire. Nonna non ha aperto la porta. È rimasta seduta al tavolo della cucina, con il quaderno nero davanti, e ha aggiunto una riga con la data di quel giorno e la parola "Sergio — venuto per l'atto, non per me". Poi ha chiuso il quaderno e ha continuato a sfogliare il giornale, mentre fuori, sulla grondaia, lo stesso gatto grigio tornava a passare, incurante di tutto quel rumore al piano di sotto.

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