Il ritratto dietro il bancone di Cesenatico

Quando avevo diciassette anni frequentavo il liceo scientifico di Cesenatico, e nel corridoio della sezione B c'era un ragazzo che mi toglieva il fiato ogni volta che usciva dall'aula di fisica. Si chiamava Matteo Bellandi, giocava a pallavolo il martedì e il giovedì, e io non gli ho mai rivolto una parola in tre anni. Le mie compagne di banco lo sapevano benissimo — bastava che lui passasse vicino al distributore delle merende e loro iniziavano a darmi gomitate, a ridacchiare, a dire "eccolo, eccolo". Io diventavo rossa e fissavo il quaderno di matematica come se contenesse la soluzione a un problema molto più urgente. Non gli ho mai detto niente. Ero convinta che per lui fossi trasparente come il vetro della porta a vetri dell'aula magna.

Poi è arrivata la maturità, e con lei la fine di quella specie di innamoramento silenzioso che non aveva mai avuto un vero inizio.

Due anni dopo mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti a Torino. Mi sono iscritta a Economia, ho preso un appartamento in condivisione vicino a Porta Nuova, ho avuto un paio di storie che sono durate il tempo di un inverno e poco più. Con gli anni Matteo è diventato un ricordo sbiadito, uno di quei nomi che ogni tanto riaffiorano senza motivo mentre aspetti il tram. Immagino che anche lui, nel frattempo, abbia vissuto la sua vita, senza sapere niente della mia.

Quando i miei genitori sono tornati a vivere a Cesenatico, dopo la pensione di mio padre, sono tornata anch'io. È successo tutto in un dicembre — quello di sei anni fa — quando l'associazione degli ex alunni ha organizzato una grande rimpatriata al Grand Hotel, con tanto di buffet e le foto di classe proiettate su uno schermo mentre fuori pioveva su viale Roma. Ho esitato per settimane, ho scritto e cancellato tre volte il messaggio di conferma a Chiara. L'idea di ritrovarmi in una sala piena di gente che ricordava di me solo vagamente mi metteva addosso una certa ansia, e una parte di me sperava segretamente che lui non venisse, così avrei potuto tenermi il ricordo intatto invece di rischiare la delusione. Alla fine è stata proprio Chiara, una vecchia compagna di banco, a trascinarmi lì per un braccio, letteralmente.

L'ho riconosciuto subito, tra un vassoio di piadine e un gruppetto che rideva vicino al bar. Portava ancora quella camminata un po' dinoccolata, come se lo spazio intorno a lui fosse sempre troppo stretto. Ho pensato di girarmi verso il buffet e fingere di dover assolutamente assaggiare una piadina, ma le gambe non mi hanno obbedito. Invece è venuto lui verso di me. Ha detto il mio nome per intero, cognome compreso, e mi ha chiesto dove fossi finita in tutti quegli anni.

Abbiamo parlato per quasi tutta la serata, appoggiati al bancone, mentre Chiara ogni tanto passava a riempirci il bicchiere di Lambrusco e ci lanciava occhiate d'intesa. A un certo punto lui ha detto: "Dopo la maturità sei sparita nel nulla." Mi è scappata una risata vera, di quelle che ti fanno tossire un po'. Sparita? Come potevo essere sparita dalla sua vita, se non avevo mai avuto la certezza che lui sapesse che esistevo?

Il giorno dopo il telefono è rimasto in silenzio fino alle undici di sera, e io avevo già deciso che quella conversazione al bancone era stata solo cortesia da rimpatriata, niente di più. Poi è arrivato un messaggio. Da quel momento ci siamo sentiti ogni giorno — prima solo messaggi, poi telefonate che duravano fino a tardi. Ci siamo frequentati per un mese buono prima di dirci ufficialmente che stavamo insieme. Una sera, ormai a nostro agio, ho preso in mano il coraggio insieme al bicchiere di vino e gli ho confessato una cosa che non avevo mai detto a nessuno: che per quasi tutto il liceo mi ero presa una cotta terribile per lui.

Lui ha appoggiato la forchetta sul piatto, piano, e ha cominciato a ridere. Per un attimo ho pensato che mi stesse prendendo in giro, che avrebbe fatto una battuta e cambiato discorso, e mi sono già pentita di averglielo detto. Poi ha detto: "Anche tu mi piacevi."

Non gli ho creduto. Ho incrociato le braccia, aspettando la battuta finale. Allora ha iniziato a raccontarmi dettagli che non poteva essersi inventato lì per lì: dove mi sedevo durante le assemblee d'istituto, come a volte cambiava strada apposta durante l'intervallo solo per passare davanti alla mia aula, quante volte aveva provato a inventarsi una scusa per attaccare bottone e poi aveva rinunciato perché pensava, esattamente come me: "Non ho nessuna possibilità." Ogni dettaglio che aggiungeva era un mattone che toglieva dal muro che mi ero costruita addosso per tre anni di liceo, e io restavo ferma, con il bicchiere a metà strada tra il tavolo e la bocca, senza più sapere cosa dire.

Tre anni dopo quella rimpatriata ci siamo sposati in Comune a Cesenatico, con un pranzo dopo in una trattoria sul porto e la torta portata da mia zia. Quest'anno festeggiamo cinque anni di matrimonio. Abbiamo due gemelli di due anni, Nicolò e Sara, che tengono sottosopra tutta la casa e che ci fanno impazzire di amore ogni singolo giorno.

Ogni tanto litighiamo bonariamente su chi dei due avrebbe dovuto fare il primo passo al liceo. Lui dice: "Tu avevi sempre quella faccia da 'non disturbatemi'." Io gli rispondo: "E tu eri sempre circondato da così tanti amici che sembrava impossibile avvicinarsi."

Qualche settimana fa, riordinando uno scatolone in soffitta, abbiamo trovato una vecchia foto di classe del giorno della maturità. Ci siamo entrambi, ognuno con il proprio gruppo, agli estremi opposti dell'inquadratura. L'ho fatta incorniciare e l'ho messa sulla mensola dietro il bancone della cucina, accanto al calendario delle vaccinazioni dei bambini.

Stamattina ero lì con la tazzina in mano, davanti a quella foto, quando Nicolò è entrato di corsa in cucina trascinandosi dietro Sara per la manica del pigiama, urlando che voleva i biscotti prima della colazione vera. Matteo è arrivato un attimo dopo, li ha presi uno sotto ogni braccio come due sacchi di farina, e mentre passava vicino al bancone ha guardato la foto e poi me, con quella faccia storta che fa sempre quando sta per dire qualcosa di stupido. "Guarda che due disastri," ha detto, indicando prima i gemelli e poi la fotografia. Il mio caffè, nel frattempo, si era ormai raffreddato del tutto.

Like this post? Please share to your friends:
Mass Effect
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: