Ottantasei candeline non se le mette nessuno se non ha ancora capito una cosa: il vero spavento non arriva mai quando te lo aspetti. Arriva prima, nel corridoio, mentre stai ancora immaginando cosa c'è dietro la porta.
Bruna Casadei l'aveva imparato a sue spese, in una casa di ringhiera a Bologna, zona Bolognina, dove il tram numero 11 passa sotto le finestre ogni sette minuti e lei, di notte, li conta come pecore. Settantuno anni, vedova da quattro, una pensione da milleduecento euro e un negozio di cornici in via Fondazza che aveva tirato su col marito Elio, pezzo dopo pezzo, per trentotto anni.
Il negozio adesso lo gestiva il nipote, Nico. Trentadue anni, il ciuffo tinto di un biondo che sembrava paglia bagnata, la voce sempre un po' troppo alta per le cose semplici e un filo troppo bassa per quelle importanti. Bruna gli aveva ceduto la gestione due anni prima — non la proprietà, la gestione — perché le ginocchia non reggevano più le scale del retrobottega e perché Nico, diceva lei, "ha voglia di fare, bisogna solo dargli fiducia".
La fiducia gliel'aveva data firmando una delega alla banca. Una delega, non una donazione. Per pagare le bollette del negozio quando lei era all'ospedale per l'anca, tre inverni fa. Non l'aveva mai revocata. Ecco il corridoio buio in cui Bruna, senza saperlo, camminava da mesi.
Se n'è accorta un martedì di luglio, quel caldo appiccicoso che a Bologna sale dai portici come fiato. Era andata in Poste per il bollettino della luce di casa sua — non del negozio, di casa — e l'impiegata, una ragazza con gli occhiali da vista appannati dall'aria condizionata, le aveva detto: "Signora, mi scusi, ma il conto risulta con saldo insufficiente per l'addebito."
Bruna aveva un conto solo. Quello con dentro i risparmi di una vita e la buonuscita di Elio, che faceva il ferroviere. Quarantatré anni di ferrovie, e alla fine centoquattromila euro messi via per non pesare su nessuno.
Rimasti: milleottocentodieci euro.
Non aveva urlato. Non le era mai piaciuto urlare, nemmeno da giovane. Era tornata a casa con l'autobus 27, si era seduta sul divano di velluto verde che Elio non aveva mai voluto cambiare, e aveva acceso il televisore senza guardarlo. In tivù davano un documentario su un vulcano che dormiva da secoli. Le è sembrata una battuta di cattivo gusto, quella coincidenza.
Il giorno dopo è andata in banca, filiale di via Murri, e ha chiesto l'estratto conto degli ultimi otto mesi. L'impiegato, un signore con la cravatta slacciata e la pazienza di chi ha già visto troppe pensionate piangere allo sportello, glielo ha stampato senza fare domande.
Bonifici mensili, sempre alla stessa cifra: milleduecento euro. Destinatario: N. Casadei. La causale, ogni volta identica, come se qualcuno l'avesse copiata e incollata senza nemmeno rileggerla: "rimborso spese gestione attività".
Otto mesi. Novemilaseicento euro spariti in rimborsi che nessuno le aveva mai chiesto di autorizzare, sopra a un prelievo singolo da ventiduemila euro fatto a marzo, causale "anticipo fornitore cornici Verona". A Verona, Bruna lo sapeva bene, il fornitore di cornici l'aveva cambiato Elio nel duemilasei, e da allora si chiamava Falegnameria Bettarini, con sede a Vicenza, non a Verona.
Ha aspettato la domenica per il pranzo di famiglia. Non per teatro — perché voleva vedere la faccia di Nico mentre gli altri, sua figlia Ombretta e il genero Sandro, erano seduti a tavola. I testimoni, in un certo senso, esistevano già: non li aveva convocati lei, semplicemente c'erano.
A tavola, tra i tortellini in brodo che Bruna faceva ancora a mano il sabato pomeriggio nonostante l'artrosi alle dita, ha tirato fuori la busta con l'estratto conto e l'ha appoggiata vicino al piatto di Nico, senza aprirla.
"Cos'è?" ha chiesto lui, con la bocca ancora piena.
"Aprila."
L'ha aperta. Ha guardato i fogli. Il rossore gli è salito dal collo, non dalla faccia — dal collo, sopra il colletto della camicia a righe che Bruna gli aveva regalato a Natale.
"Zia, quelli sono… è un anticipo, te lo rendo, ho avuto un problema con—"
"Con cosa, Nico."
Silenzio. Ombretta ha posato la forchetta. Sandro ha guardato il piatto come se dovesse improvvisamente ricontare i tortellini.
"Con le bollette del negozio," ha detto Nico, ma la voce gli si è incrinata a metà frase, come una corda tirata troppo.
"Le bollette del negozio le paga il negozio. Quelli sono i miei soldi. I soldi di casa. La buonuscita di tuo nonno." Bruna non ha alzato la voce. L'ha solo appoggiata sul tavolo, ferma, come le mani quando impastava. "E il fornitore di Verona non esiste più da vent'anni, lo sai anche tu."
Nico ha provato ancora, qualcosa su un investimento, un amico che gli doveva dei soldi, una app di criptovalute di cui aveva sentito parlare da un cliente del negozio — le frasi uscivano a pezzi, senza finire, come se ogni bugia si accorgesse da sola di non reggere prima ancora di arrivare al punto.
Bruna l'ha lasciato parlare fino in fondo. Poi si è alzata, è andata in camera, ed è tornata con una cartellina blu — quella dove teneva i documenti del negozio, insieme alla delega bancaria che non aveva mai revocato e al contratto di gestione firmato due anni prima.
Lunedì mattina è andata in banca con quella cartellina e ha revocato la delega. Nella stessa mattinata, in un ufficio notarile di via Farini, ha risolto il contratto di gestione con Nico e ha reintestato a sé stessa, unica firmataria, il conto corrente del negozio.
Ha anche chiamato l'avvocato di famiglia, l'avvocato Merighi, che seguiva le pratiche di Elio da vent'anni, per formalizzare la richiesta di restituzione dei novemilaseicento euro dei bonifici e dei ventiduemila del presunto anticipo fornitore: totale, trentunomilaseicento euro, da restituire in rate mensili da cinquecento, pena la denuncia per appropriazione indebita.
Nico si è presentato in negozio il martedì successivo, alle nove del mattino, con le chiavi in mano — le stesse che Bruna gli aveva dato due anni prima con tanta fiducia — e ha trovato la serratura cambiata.
Ha bussato. Ha chiamato al cellulare. Bruna ha risposto dopo il quarto squillo, mentre sistemava una cornice dorata in vetrina, quella con la foto di Elio davanti al treno che guidava, l'ultimo anno prima della pensione.
"Zia, apri, sono io."
"Lo so che sei tu, Nico. Ho firmato le carte dal notaio Farini stamattina. Il negozio adesso lo gestisco io, come prima. Le rate le puoi versare sul conto che ti ha comunicato l'avvocato Merighi. Cinquecento al mese, dal primo del prossimo."
"Zia, per favore, dammi un'altra possibilità, io—"
"Te l'ho già data, la possibilità. Due anni fa." Bruna ha guardato fuori dalla vetrina il tram numero 11 che passava, lo stesso che sentiva la notte dalla camera da letto. "Adesso ti do solo un piano di rientro. È già più di quello che meriteresti."
Ha chiuso la chiamata. Ha finito di sistemare la cornice con la foto di Elio, dritta, allo stesso angolo di sempre. E ha girato il cartello sulla porta: APERTO.
