La valigia della suocera

Mia madre sta seduta nell’ingresso con il cappotto addosso e una valigia di tela marrone ai piedi. Non ha acceso la luce. La televisione in cucina è ancora sintonizzata su un programma di ricette napoletane, il volume basso. Da sotto la porta della camera di Mia moglie esce una riga di freddo: aria condizionata a metà novembre.

— Che fai lì, mamma?

— Portami alla casa di riposo, Michele.

La voce le trema poco, ma le mani stringono il manico della valigia come se dovesse scappare da un momento all’altro.

— E perché?

— Non voglio che vi lasciate per colpa mia.

Mi siedo sul pavimento. Non so da dove cominciare. La valigia è aperta di tre centimetri e vedo dentro una camicia da notte piegata storta, un rosario di legno, le pantofole azzurre.

Sei mesi fa l’ho presa da Altamura, dalla casa dove è rimasta sola dopo la morte di papà. Ottantatré anni, problemi di intestino, e un russare che di notte attraversa il muro portante. Io e Chiara siamo rimasti soli in un trilocale al quartiere Libertà, a Bari. I figli vivono a Bologna e a Torino. Mi sembrava una cosa normale: una stanza libera, il pranzo sul fuoco quando torno dall’officina.

La prima settimana Chiara non ha detto niente. Poi, una sera, ha spostato il piatto di mamma sul ripiano accanto alla lavatrice.

— Così mangia dopo di noi.

— Perché?

— Mi va via la fame quando mastica con la dentiera appoggiata sul tovagliolo.

— È mia madre, Chiara.

— E io abito qui, o no?

Non ho risposto. Ho bevuto un bicchiere d’acqua di rubinetto, poi ho rimesso il piatto a tavola. Il giorno dopo era di nuovo sulla lavatrice, con sopra una carta assorbente.

Poi sono cominciati i divieti. Non aveva mai esplicitato «non uscire dalla camera», ma era lì che mamma si chiudeva dopo cena. La cucina era di Chiara. Il balcone, a stendere i panni, solo quando lei non c’era. Il bagno grande chiuso a chiave da dentro — per mamma restava solo quello di servizio, con lo specchio macchiato e la ventola marcia.

Una mattina ho trovato sul tavolo un foglio stampato. Sopra c’era il logo di una residenza per anziani a Conversano.

— Non pensavo restasse così tanto, — ha detto Chiara. — Io non ce la faccio più.

— E questo cos’è?

— Un posto serio. Guarda le foto. Giardino, assistenza, pasti. Meglio di qui.

Ho guardato la foto di una signora in carrozzella davanti a una fontana. Sotto, il prezzo: millenovecento euro al mese.

— Meglio di qui? — ho detto. — Chiedono più del mutuo.

— Allora rimandala ad Altamura.

— Da sola non ce la fa. L’anno scorso è caduta in cortile e l’ha trovata il postino.

— Tutte le vecchie cadono. Mica puoi tenerla in casa per sempre.

Non ho saputo rispondere. Ho preso il foglio, l’ho piegato in quattro e l’ho messo nella tasca del giubbotto. La sera mamma ha mangiato un pezzo di pane con la ricotta forte. Non ha chiesto niente.

Il ponte di Ognissanti siamo andati a trovare i miei cugini a Gravina. Chiara non è venuta. Al ritorno, il cancello del palazzo era aperto e nel vano scala si sentiva odore di peperoni arrostiti, il solito. La lampadina del pianerottolo lampeggiava. Ho aperto la porta e mamma era lì, seduta sulla panca, con la valigia.

— Portami alla casa di riposo, Michele.

— Non capisci. Se vai là, io non riesco più a dormire.

— Se resto qui, non dorme nessuno.

Le ha detto tutto Chiara? Non lo so. So che il puzzo di candeggina sulla panca era quasi da svenire. Chiara aveva lavato il corridoio alle quattro del pomeriggio, come se aspettasse visite.

Mamma continua a parlare, piano, con la sua erre arrotata, quella che a Chiara dà fastidio.

— Tua moglie ha ragione. Io vi sto rovinando. Non voglio che vi lasciate per una vecchia.

— Non vi state lasciando.

— Tu non la senti la notte quando sbuffa. Io sì. E sento anche te che ti giri nel letto e non parli.

La fisso. La camicia da notte piegata storta esce dalla valigia. Il rosario di legno ha l’usura del pollice di mio padre. Le pantofole azzurre le ho comprate io al mercato di via Pitagora, un anno fa.

In camera Chiara parla al telefono. La sento dalla fessura sotto la porta: sta dicendo a sua sorella che «finalmente quella ha preparato le valigie».

Mi alzo. Vado nel ripostiglio e prendo la mia borsa da lavoro. Dentro ci sono ancora le chiavi dell’officina, un blocchetto di ricevute e il passaporto di mamma, che ho messo lì dopo la visita alla Asl.

Prendo il telefono e chiamo Marco, il mio socio.

— Marco, domani non vengo. Devo fare una cosa.

— Tutto bene?

— Me ne vado di casa.

Silenzio. Poi Marco dice solo: «Fai con calma».

Mamma mi guarda. Io le prendo la valigia.

— Alzati.

— Dove mi porti?

— Da mia zia Enza. A Conversano. Solo per stanotte.

Non le dico che ho già chiamato zia Enza dal bagno, mezz’ora fa. Non le dico che le ho chiesto di tenermi due stanze al piano terra della sua casa grande, quella con il cortile di agrumi. Non le dico che da domani cerco un’agenzia.

Chiara apre la porta della camera. Ha il telefono in mano e la faccia di chi non si aspettava di vederci proprio lì.

— Dove vai?

Prendo le chiavi di casa dal ripiano, le sfilo il mio mazzo.

— Vado via.

— Con lei?

— Sì.

— Ma stai scherzando? E la casa? E il mutuo?

La guardo solo un secondo. Indossa la mia felpa grigia, quella che le ho comprato a Padova.

— Il mutuo lo pago io fino a marzo. Poi vediamo. Casa tua, no? Tu l’hai sempre detto.

— Michele, io non volevo questo. Volevo solo che tua madre stesse meglio.

— Infatti. Starà meglio.

Apro la porta. Sul pianerottolo la lampadina ancora lampeggia. Il gatto del vicino, un soriano grigio, dorme sul zerbino. Mamma scende le scale tenendosi al corrimano, la valigia la porto io.

In strada, il finestrino della Panda ha la condensa. Accendo il motore e aspetto dieci secondi. Il cruscotto segna sette gradi.

Partiamo. In tangenziale mamma non parla. Poi, all’altezza dell’uscita per Triggiano, dice:

— La casa di riposo aveva i lampadari bassi.

— Quale?

— Quella del foglio. La signora sulla sedia a rotelle. Non mi piaceva.

— Non vai in una casa di riposo.

— Ma tua moglie…

— Tua moglie si arrangia.

Mamma si aggiusta il cappotto. Dallo specchietto vedo che ha chiuso gli occhi, ma non dorme: si tiene il bordo della valigia con due dita.

A Conversano, zia Enza ci aspetta con la luce accesa sopra il portone. Il cane Bastiano abbaia nel cortile. Scarico la valigia e dico a mamma:

— Domani vado in agenzia.

— Per cosa?

— Un affitto. Due stanze. Un bagno con la doccia bassa, che non devi alzare la gamba. E un campanello sul comodino, così se stai male mi chiami.

— E il lavoro?

— Il lavoro resta a Bari. Faccio quaranta minuti di macchina. I soldi bastano. La casa costa settecento euro al mese.

Mamma non dice niente. Poi, con una mano sulla mia mano, dice solo:

— Pagherò io l’affitto.

— Tu che fai, mamma.

— Ho undicimila euro in banca. Tuo padre li teneva per me. Pagherò i primi tre mesi.

Non rispondo subito. Il cane ha smesso di abbaiare. Dentro casa, zia Enza ha acceso il fuoco nel camino e l’odore di legna arriva fin qui.

— Va bene, — dico. — I primi tre mesi.

Mamma si china, apre la valigia. Ne tira fuori una busta di plastica con i biscotti di mandorle che ha comprato al mercato. Me la porge.

— Tieni. Così non dici che non hai mangiato.

Chiudo la busta nel cruscotto della Panda.

Il giorno dopo Chiara mi ha scritto undici messaggi. L’ultimo dice: «Tua madre mi ha rovinato il matrimonio».

Non rispondo. Chiamo l’agenzia.

Il martedì dopo ho firmato un contratto d’affitto in via Carella, a Conversano. Settanta metri quadri, due stanze, un terrazzino con vista sulla cattedrale. La signora dell’agenzia, una donna di quarant’anni con i capelli tinti di rosso, ha chiesto la busta paga e la pensione di mamma. Tutto a posto.

Sabato mattina passo da casa a Bari. La porta è chiusa a chiave. Infilo la mia chiave e non gira.

Allora suono. Dentro, il rumore del trapano. Chiara sta appendendo una mensola in corridoio. Apre con la pistola della colla in mano.

— Ah, sei tu.

— Vengo a prendere le mie cose.

— Le ho messe in cantina.

Entro. La cucina è tutta cambiata: bicchieri nuovi, una tovaglia rossa, la credenza spostata. Sul frigorifero c’è il foglio della residenza per anziani, appeso con una calamita a forma di limone.

Scendo in cantina. Le mie scatole sono impilate contro la parete umida. Prendo il passaporto, i documenti del garage, la canna da pesca di papà. Poi risalgo.

Sul tavolo del soggiorno lascio la busta con i soldi per il mutuo di marzo. Sono settecentoquaranta euro, contati due volte. Sopra, scrivo con il pennarello nero: «La quota di marzo. Poi ne parliamo con l’avvocato».

Chiara mi guarda dalla porta.

— Non te ne vai con lei, vero?

— Io sono già andato via. Volevo solo che mamma non morisse da sola.

— Io non la volevo morta. Volevo vivere.

— E adesso vivi.

Chiudo la porta e scendo dal palazzo senza girare la testa. Giù in strada, la Panda ha il finestrino aperto e dentro c’è ancora l’odore dei biscotti di mandorle. La lampadina del portone si è spenta del tutto. Il gatto del vicino mi segue per tre passi, poi si ferma.

Quando arrivo a Conversano, mamma è in piedi sul terrazzino con la mia vecchia maglia di lana addosso. Sta togliendo le foglie secche dal basilico.

— Hai preso tutto? — chiede.

— Ho preso tutto.

Le mostro la canna da pesca.

— Andiamo domenica al porto, se vuoi.

Mamma ride. Non ha la dentiera e si mette la mano sulla bocca. Poi fa un gesto con il mento verso il terrazzo.

— Il prete ha detto che posso fare l’aiuola qui sotto.

— Quale prete?

— Quello della cattedrale. È passato per il pane.

Scendo le scale, metto la canna da pesca accanto alla porta. Poi salgo di nuovo.

Il basilico è pulito. In lontananza, il campanile della cattedrale segna le sei. Mamma ha in mano il contratto d’affitto e lo sta piegando con cura, come una lettera.

— Lo metto nel cassetto della cucina, — dice.

— No, — dico.

Le prendo il contratto dalle mani.

— Lo metto in camera mia. Nel comodino.

E lei si ferma, con le mani vuote, a guardare i tetti di Conversano. Sotto, in strada, passa il furgone del panettiere. Bastiano abbaia nel cortile di zia Enza. Noi due restiamo lì, senza dire niente, fino a quando la luce del terrazzo del vicino si accende da sola.

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