Oggi compio ottantatré anni e la torta l'ho fatta io, con le mie mani, perché non c'era nessun altro in cucina a farla per me.
Mi chiamo Vittorio Bassani, ho un'officina meccanica a Cremona, dietro il ponte sul Po, quella con l'insegna scolorita che dice ancora "Bassani & Figlio" anche se di figlio, alla fine, non ne è rimasto nessuno che voglia il mio cognome sopra la porta.
Vi racconto come sono arrivato qui, a candeline sole in una cucina che sa di olio motore anche dopo trent'anni che non tocco un pistone.
Ho avuto una moglie, Elsa. È morta nel duemilaundici, di un tumore che se l'è portata via in sette mesi, e da allora la casa sopra l'officina è rimasta com'era: il suo cappotto ancora nell'armadio dell'ingresso, i suoi occhiali sul comodino. Non ho mai avuto il coraggio di spostarli, e col tempo ho smesso di provarci.
Abbiamo avuto una figlia, Loredana. È lei il motivo per cui vi sto scrivendo questa storia, perché quello che è successo tra me e lei negli ultimi dodici anni è la cosa che mi pesa più della vecchiaia, più dell'artrosi alle mani, più delle notti che non dormo.
Quando Elsa si è ammalata, io ero già in pensione da un anno, ma continuavo ad aprire l'officina tre mattine a settimana, giusto per non stare fermo. Loredana viveva a Piacenza con suo marito, un certo Marco, e i due figli. Veniva a trovarci ogni tanto, non spesso quanto avrei voluto, ma veniva. Poi Elsa se n'è andata, e io mi sono chiuso in casa per mesi. Non rispondevo al telefono, lasciavo che l'officina prendesse polvere. Fu Loredana a convincermi a riaprire, disse che mio padre l'aveva costruita coi risparmi di una vita e che buttarla via sarebbe stato come buttare via anche lui.
Aveva ragione. Ho riaperto. E per un paio d'anni le cose tra noi sono andate anche bene: lei portava i bambini la domenica, io insegnavo al più grande, Tommaso, come cambiare una candela, come ascoltare un motore che tossisce prima che si fermi del tutto.
Poi c'è stata la storia del mutuo.
Marco aveva perso il lavoro in fabbrica, quella che faceva componenti per l'agricoltura vicino a Cremona, e la banca minacciava di pignorargli la casa a Piacenza. Loredana venne da me un pomeriggio di novembre, si sedette al tavolo della cucina dove ora c'è la mia torta con le candeline, e mi chiese centoventimila euro. Tutto quello che avevo messo via in una vita di officina, più l'assicurazione di Elsa che non avevo mai toccato.
Glieli diedi senza pensarci due volte. Era mia figlia, e i bambini non avevano colpa se il padre aveva perso il posto.
Il problema è arrivato dopo, quando ho chiesto — con tutta la delicatezza possibile, perché non volevo sembrare un vecchio che rivuole indietro un regalo — se in futuro, quando non fossi più stato in grado di gestire l'officina, si potesse pensare a intestarla a Tommaso, tenendo per me solo l'uso finché campo. Non volevo soldi, non volevo niente per me: volevo solo sapere che quel posto, dove mio padre aveva insegnato a me e io a Tommaso, non finisse svenduto a un imprenditore edile per farci un parcheggio.
Loredana cambiò faccia. Disse che parlare di eredità mentre lei era ancora indebitata fino al collo era una mancanza di rispetto. Disse che io pensavo solo all'officina e mai a lei. Disse cose che, in dodici anni, non sono mai più riuscito a togliermi dalla testa: che ero stato un padre più presente col motore delle macchine che con sua madre malata, che l'avevo lasciata sola a gestire l'ospedale mentre io "giocavo con le chiavi inglesi".
Non era vero. O forse un po' era vero, non lo so più. So che da quel pomeriggio di novembre le visite si sono diradate. Prima una domenica sì e una no, poi solo a Natale, poi solo una telefonata a Natale. Tommaso, che ormai ha venticinque anni e lavora come geometra a Bologna, mi ha scritto un messaggio a Pasqua di due anni fa. Poi basta.
Ho provato a chiamare Loredana il mese scorso, per il compleanno di Marco — mi ricordo sempre le date, è una malattia — e mi ha risposto che erano impegnati, che magari ci si sarebbe sentiti d'estate. Non ci siamo sentiti.
Così stamattina mi sono svegliato, ho guardato il calendario appeso vicino al frigo — quello con la foto della fiera di Cremona del 1987, l'anno in cui ho comprato il primo ponte sollevatore — e ho pensato: ottantatré anni. Sono andato giù in officina, ho tirato su la saracinesca come faccio ogni mattina anche se ormai lavoro sì e no un paio d'ore, giusto per tenere in ordine gli attrezzi di mio padre, e poi sono risalito e ho impastato una torta di mele, quella che faceva sempre Elsa, con la ricetta scritta a matita su un foglio che tengo nel cassetto delle posate.
L'ho decorata con tre candeline, non ottantatré, non ce le avevo tutte, e me la sono mangiata da solo guardando fuori dalla finestra il Po che scorre uguale a come scorreva quando avevo trent'anni.
Poi ho fatto una cosa che rimandavo da mesi. Ho chiamato l'avvocato Ferrazzi, quello che aveva seguito anche la successione di mio padre, e gli ho chiesto un appuntamento per la settimana prossima.
Ci sono andato il martedì successivo, con la cartella di plastica verde dove tengo tutti i documenti dell'officina: l'atto di proprietà, le fatture, il libretto della banca dove è finita la parte dei risparmi che non ho dato a Loredana, circa trentacinquemila euro. Ho detto all'avvocato Ferrazzi che volevo cambiare le mie ultime volontà. Non per rabbia — gliel'ho detto proprio così, seduto davanti alla sua scrivania con la cartella verde aperta tra noi — ma perché a ottantatré anni ho capito che non si può lasciare qualcosa a chi ha già deciso di non volerlo, nemmeno un padre.
L'officina l'ho lasciata a Renzo, il mio unico dipendente rimasto, che lavora con me da diciotto anni e che negli ultimi due, quando le mani cominciavano a tremarmi troppo per stringere una vite, ha fatto tutto lui senza mai chiedermi un euro in più. I trentacinquemila euro li ho divisi tra la parrocchia di San Sigismondo, dove Elsa andava ogni domenica, e un fondo per le borse di studio dell'istituto tecnico dove ho imparato il mestiere.
A Loredana e a Tommaso ho lasciato solo una cosa: la casa sopra l'officina, con dentro il cappotto di Elsa e i suoi occhiali, ancora dove li aveva lasciati lei. Non perché li abbia esclusi per punizione — l'avvocato Ferrazzi mi ha chiesto se fossi sicuro, e io gli ho detto che quella casa vale più di centoventimila euro, che è comunque un regalo, solo diverso da quello che si aspettavano.
Ho firmato le carte alle undici e un quarto di un martedì di agosto, con la finestra dello studio aperta e il rumore del traffico di corso Vittorio Emanuele che entrava insieme al caldo. Renzo non lo sa ancora. Glielo dirò domani, quando aprirà la saracinesca come fa sempre lui adesso, e forse gli dirò anche perché ho scelto lui e non chi porta il mio sangue.
Stasera le tre candeline sono ancora sul davanzale, mezze sciolte dal sole del pomeriggio. Non le ho buttate. Le tengo lì, vicino agli occhiali di Elsa, mentre fuori il Po continua a scorrere e in officina, chiuso a chiave per la prima sera dopo trentasei anni, resta acceso solo il neon sopra il banco da lavoro — quello che ho dimenticato di spegnere, o forse no.
