Officina Marino, non mollo un metro

Mi chiamo Davide Ferretti, ho quarantatré anni e da sedici gestisco l'officina che era di mio padre, in via Emilia a Reggio Emilia, tre baie e un piazzale dove d'estate parcheggio anche le auto dei clienti che aspettano il tagliando. Quella lamiera con scritto "Autofficina Marino" — cognome di mia madre, non il mio, lunga storia — mio padre me l'ha lasciata con un mutuo ancora da estinguere e ottantasettemila euro di attrezzatura da ammortizzare. Ce l'ho fatta. Ci ho messo dodici anni, ma ce l'ho fatta.

Mia suocera si chiama Ornella. Ha sessantott'anni, viveva a Correggio in una casa che ha svuotato pezzo per pezzo negli ultimi tre anni per pagare le rette della casa di riposo dove sta suo marito, il padre di mia moglie, che ha l'Alzheimer da quando aveva sessantatré anni. Novecento euro al mese quella retta. L'ho scoperto solo l'anno scorso, per caso, guardando un estratto conto lasciato sul tavolo di cucina.

Quando ho sposato Chiara, tredici anni fa, Ornella non è venuta al matrimonio. Mandò un centrotavola e un biglietto che diceva "vi auguro il meglio", niente firma "mamma", solo "Ornella". Ci ho messo anni a capire che non era cattiveria: era che sua figlia sposava un meccanico invece del ragioniere che le aveva presentato lei, e Ornella non sapeva come stare in una fotografia in cui quella scelta veniva celebrata.

Sono stato onesto con me stesso: per anni ho pensato che Ornella fosse solo una donna fredda che giudicava il mio lavoro sporco di grasso. La chiamavo "la Contessa" quando non mi sentiva Chiara. Cattivo, lo so.

Poi è successa la cosa dell'officina.

Due anni fa un fornitore di ricambi con cui lavoravo da otto anni, la Ricambi Bertozzi di Modena, è fallito lasciandomi con dodicimila euro di merce ordinata e mai arrivata, già pagata in anticipo perché mi fidavo. Io in banca, alla filiale BPER di viale Umberto I, chiedo un fido di quindicimila euro per tamponare. Mi dicono che con il fatturato dell'anno prima, colpito dal Covid, non passo l'istruttoria. Chiara, mia moglie, è insegnante di sostegno, guadagna milleduecento euro al mese, non potevamo garantire noi.

Chi si presenta in banca con me, un martedì mattina di febbraio, con la sua Panda del 2009 che io stesso le tengo in ordine gratis da anni? Ornella. Con un libretto della Cassa di Risparmio, il fondo per la casa di riposo del marito ridotto perché aveva appena versato l'anticipo semestrale, e con quello che le restava — settemilacinquecento euro, non tutto quello che serviva, ma bastò a far passare l'istruttoria con una garanzia reale — ha firmato per me.

Non me lo aspettavo. Non gliel'avevo chiesto. L'ha saputo da Chiara al telefono, la sera prima, e la mattina dopo era davanti all'officina alle otto meno un quarto con la borsa di finta pelle su un braccio.

Le ho chiesto perché. Mi ha guardato e ha detto una cosa che non dimentico: "Perché mia figlia ti ha scelto tredici anni fa e io ho impiegato troppo tempo a fidarmi della sua scelta. Non voglio arrivare in fondo alla vita di suo padre senza aver rimediato."

Da lì è cambiato tutto. O forse è cambiato qualcosa in me — mi sono accorto che quella donna, tutta borsa abbinata e cappotto stirato, veniva ogni domenica a portare i tortellini fatti in casa avvolti nel canovaccio, e non l'avevo mai vista davvero.

Il debito con lei l'ho estinto in quattordici mesi, con gli interessi che lei non voleva e che le ho versato comunque su un conto vincolato, dicendole che era per suo marito, non per lei — così l'ha accettato.

Tre mesi fa Ornella è caduta in casa, a Correggio, fratturandosi il femore. Ottantadue giorni di ricovero e riabilitazione, e la casa di riposo del marito che continuava a chiedere i novecento euro mensili con lei che non aveva più entrate sufficienti a coprire tutto. Sua sorella, che vive a Bologna, le ha detto al telefono — l'ho sentito io stesso, ero seduto accanto al letto — che forse era il momento di "valutare una soluzione diversa" per il marito, un istituto convenzionato più economico fuori provincia, lontano, dove Ornella non sarebbe più potuta andare ogni giorno in autobus a portargli la biancheria pulita.

Ornella ha chiuso gli occhi e non ha risposto. Ho visto le sue mani stringere il lenzuolo dell'ospedale di Guastalla.

Quella sera sono tornato a casa e ho parlato con Chiara. Ho tirato fuori i conti dell'officina: quell'anno, dopo il debito col fornitore risolto e due contratti nuovi con un'autoscuola e un corriere locale, avevo messo via ventiseimila euro, il primo vero margine in dodici anni di attività, quello che pensavamo di usare per cambiare il ponte sollevatore ormai vecchio di venticinque anni.

Ho aperto un conto corrente intestato a me e a Chiara, dedicato, con dentro tredicimila euro — la metà di quel margine — e ho fissato un bonifico ricorrente di settecentocinquanta euro al mese alla casa di riposo di Correggio, direttamente, saltando Ornella, così nessuno può dirle di nuovo che "forse è il momento di valutare altro". Ho portato l'IBAN stampato e il primo bonifico eseguito, cartaceo, alla sua stanza d'ospedale, dentro una busta bianca senza scritte.

L'ho posata sul comodino accanto al bicchiere d'acqua. Lei l'ha aperta con le dita ancora legate all'ago della flebo, ha letto la cifra e la scadenza mensile, e mi ha chiesto solo: "Per quanto tempo?"

"Finché serve," le ho detto. "E se il ponte sollevatore deve aspettare un altro anno, aspetta."

Non ha pianto, Ornella non è tipo. Ha ripiegato il foglio in quattro, esattamente come ripiega i canovacci dei tortellini, e l'ha messo sotto il cuscino. Poi ha detto che il pollo alla cacciatora che porto sempre a pranzo la domenica lo vuole con più rosmarino, la prossima volta.

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