Il profumo del ragù aveva impregnato le tende della cucina, quelle stesse tende gialle che Marisela Conti aveva cucito quindici anni prima, quando la trattoria era ancora un sogno su un foglio a quadretti. Ottobre a Bologna portava con sé quell'odore particolare di foglie bagnate e caldarroste che si vendevano all'angolo di via Zamboni, e lei, come ogni sera, controllava i conti seduta al tavolo di marmo dove un tempo impastava la sfoglia con sua madre.
Aveva sessantatré anni, le mani segnate da trent'anni di mattarello, e un genero, Fabrizio Ranieri, che da otto mesi si comportava come se la Trattoria da Delia — chiamata così in onore della nonna — fosse già cosa sua.
Sua figlia Ilaria lo aveva sposato quattro anni prima, in una cerimonia in campagna vicino a Imola, con le lucine appese tra gli ulivi e la torta al pistacchio che Fabrizio aveva definito "troppo dolce" davanti a tutti gli invitati. Marisela se lo ricordava ancora, quel primo campanello che aveva scelto di non sentire.
Il vero problema era arrivato con i documenti della società. Marisela aveva ceduto il cinquanta per cento delle quote a Ilaria l'anno prima, per farla entrare nella gestione, per prepararla al giorno — lontano, pensava lei — in cui si sarebbe ritirata. Ma Fabrizio, che di cucina non sapeva quasi nulla se non aprire bottiglie di Sangiovese, aveva convinto la moglie a intestare anche la sua parte a lui, "per motivi fiscali", diceva. Ilaria, sfinita da una gravidanza difficile e da notti insonni con il piccolo Nico, aveva firmato senza leggere fino in fondo.
Ora Fabrizio arrivava ogni pomeriggio alle diciotto, si sedeva al tavolo accanto alla cassa con il portatile aperto, e cominciava a dare ordini ai camerieri come se fosse sempre stato lui a pagare gli stipendi. Aveva persino cambiato il fornitore del pesce, portando quello più economico di Rimini al posto del pescatore di Cesenatico con cui Marisela lavorava da vent'anni.
— Mamma, lascialo fare, — le diceva Ilaria al telefono, con la voce stanca di chi cerca solo un po' di pace in casa. — Sta solo cercando di aiutare.
Ma Marisela aveva visto altro. Aveva visto le fatture duplicate, i pagamenti in contanti che sparivano dal registratore, e soprattutto aveva visto, tre settimane prima, una lettera dal notaio di Bologna che chiedeva conferma per la cessione totale delle quote della trattoria a nome di Fabrizio Ranieri, firmata — sosteneva lui — da entrambe le socie.
Lei non aveva firmato niente.
Quella sera d'ottobre, mentre puliva il grande pentolone di rame appeso sopra i fornelli — lo stesso che sua madre Delia aveva portato dalla Sicilia negli anni Sessanta — Marisela sentì bussare alla porta sul retro. Era Padre Osvaldo, il vecchio prete della parrocchia di San Petronio, che veniva ogni giovedì a prendere gli avanzi per la mensa dei poveri. Le lasciò, come sempre, un sacchetto di castagne, e mentre usciva le disse una frase che sembrava innocua: — Ho visto tuo genero parlare con un agente immobiliare, davanti al numero 12. Sembrava molto interessato ai locali.
Marisela non rispose subito. Continuò a lucidare il mestolo di rame, quello con l'iniziale "D" incisa sul manico, finché non sentì le nocche fare male contro il metallo.
Il giorno dopo chiamò l'avvocato Renzo Bellocchio, che le aveva seguito la separazione dal marito vent'anni prima e che conosceva ogni angolo di quella cucina meglio di chiunque altro.
— Marisela, la firma su quel documento non è tua, questo è chiaro. Ma dobbiamo muoverci prima che lui registri l'atto in Camera di Commercio.
Passarono dieci giorni di silenzi a tavola, di Ilaria che evitava lo sguardo della madre, di Nico che a due anni non capiva perché la nonna non ridesse più mentre gli dava la pappa. Fabrizio, intanto, continuava a portare clienti che sembravano più interessati a misurare i metri quadrati del locale che ad assaggiare i tortellini.
La resa dei conti arrivò un sabato sera di metà novembre, durante il servizio più affollato della settimana. Fabrizio era arrivato con un uomo in giacca grigia, un certo Sirtori, che si presentò come "consulente immobiliare", e i due si sedettero al tavolo 7 senza nemmeno salutare Marisela, come se lei fosse già un'ospite di passaggio nella propria cucina.
Marisela uscì dalla cucina con il grembiule ancora addosso, portando in mano una cartellina blu. La posò sul tavolo, proprio accanto al bicchiere di Lambrusco che Fabrizio si stava versando.
— Cos'è questa? — chiese lui, con un sorriso che gli morì sulle labbra appena vide l'intestazione dello studio Bellocchio.
— È la revoca della procura che Ilaria ti aveva dato per gestire l'amministrazione, — disse Marisela, la voce ferma come il marmo del tavolo dove impastava da trent'anni. — E questa è la denuncia per falso in atto notarile, già depositata stamattina in procura. La perizia calligrafica dice che quella firma non è di Ilaria. È tua.
Il ristorante si era fatto silenzioso. Ilaria, seduta al tavolo di famiglia con Nico in braccio, guardava la madre con gli occhi lucidi ma non disse una parola per difendere il marito.
— Marisela, possiamo parlarne come persone civili, — provò Fabrizio, la fronte che aveva iniziato a sudare sotto le luci della sala.
— Ne abbiamo già parlato abbastanza, — rispose lei. — Da domani il conto corrente della società ha una nuova firma autorizzata: solo la mia. Ho anche cambiato la serratura del magazzino stamattina, quello dove tenevi le fatture che non tornavano. Il fornitore di Cesenatico torna lunedì. E questo signore — indicò Sirtori senza nemmeno guardarlo — può andarsene, perché i locali della Trattoria da Delia non sono in vendita. Mai.
Sirtori si alzò senza dire nulla, imbarazzato, e uscì dal locale mentre i clienti ai tavoli vicini fingevano di guardare altrove, pur non perdendo una parola.
Fabrizio restò seduto, con il bicchiere di Lambrusco ancora pieno davanti a sé. — Ilaria, di' qualcosa, — sussurrò, cercando l'alleanza della moglie.
Ilaria si alzò, sistemò Nico sull'anca, e per la prima volta in otto mesi guardò suo marito senza tremare. — Ho firmato quella carta senza leggerla perché mi fidavo di te. Mia madre non ha mai chiesto niente in cambio di quello che ci ha dato. Tu invece l'hai trattata come un ostacolo da spostare.
Non alzò la voce. Non pianse. Prese in braccio il bambino, salutò la madre con un cenno, e uscì dalla porta principale, quella con la campanella che Delia aveva appeso quarant'anni prima.
Marisela restò in piedi accanto al tavolo 7, la cartellina blu ancora aperta sul marmo. Raccolse il bicchiere di Lambrusco che Fabrizio non aveva toccato e lo versò nel lavandino dietro il bancone. Poi tornò in cucina, dove il pentolone di rame aspettava ancora di essere riempito per il servizio della domenica, e riprese a impastare, le mani nella farina, come aveva sempre fatto — sola, e finalmente padrona di ogni cosa in quella stanza.
