La signora Loredana posò la forchetta sul piatto fondo della zuppiera di ceramica. Aveva finito di mangiare il suo risotto ai frutti di mare da un pezzo, ma il commensale davanti a lei continuava a parlare senza sosta.
— Senti, Lore', abbiamo fatto due calcoli. Con la tua pensione e il tuo stile di vita, stai una pascià. Allora io e Stefano abbiamo pensato di smetterla con il bonifico mensile. Tanto a te i soldi ti avanzano.
Serena, sua nuora, pronunciò quelle parole mentre si specchiava nel display nero del telefono, controllando una notifica. In mezzo al tavolo, una colomba pasquale comprata al supermercato sotto casa, ancora nel suo cellophane. L’aveva portata Serena.
Loredana bevve un sorso di acqua del rubinetto. La caraffa era appannata dal freddo del frigo.
— Come sarebbe a dire "smetterla"? — chiese con voce piatta, pulendosi le labbra con un tovagliolo di stoffa.
Stefano, accanto alla moglie, si versò un altro dito di limoncello. Lo buttò giù in un sorso, poi si passò la lingua sui denti.
— Mamma, abbiamo il mutuo. La macchina di Serena è da cambiare. E poi, scusa, tu stai sempre in casa. Non hai spese. L’assegno ti arriva il dieci del mese, sono milleseicento euro. Ti bastano e avanzano per stare qui a Bari vecchia a guardare il mare.
Loredana prese il piattino glassato della colomba. Lo girò tra le mani.
— Voi non mi date "aiuti". Voi mi date la paga.
Serena ridacchiò, una risata secca che rimbalzò contro le mattonelle della piccola cucina.
— La paga? E per cosa, scusa? Per il piacere di startene con i tuoi nipotini?
— Piacere? — Loredana scandì la parola come fosse un oggetto estraneo. — Io prendo Riccardo e la piccola Giulia tutte le mattine alle sette. Preparo colazione, li porto al nido e a scuola. Li riprendo alle quattro. Gli faccio fare i compiti, gli preparo la cena con la roba che compro io. Tutti i giorni. Sabato e domenica compresi, quando voi due andate a ballare la pizzica in Salento.
Stefano sbatte il bicchiere sul tavolo. La superficie di vetro vibra.
— Mamma, ti prego, non fare la sindacalista. Sei la nonna. Dovresti essere felice di passare il tempo con i tuoi nipotini. Non metterti a fare la contabile adesso. Basta, non ti mando più un euro. Punto.
Loredana incrociò le braccia sul petto. Sentiva il respiro della nuora farsi più pesante. Un silenzio innaturale riempì lo spazio tra i mobili vecchi di formica.
— Va bene.
Si alzò. Andò alla cassapanca all’ingresso. Aprì il primo cassetto. Sotto una pila di tovaglie ricamate a mano, prese un mazzo di chiavi con un portachiavi a forma di cornetto rosso. Tornò al tavolo. Aprì la mano di Stefano e gliele posò sul palmo.
— Tieni. Le chiavi di casa mia.
Serena la guardò con la bocca leggermente aperta. Il rossetto sbavato all’angolo delle labbra.
— Ma che fai? Scema?
— Da domani vi gestite voi. La nonna ha il suo orario. E il suo riposo. Portateli voi i bambini a scuola alle otto. Uscite prima dall'ufficio. Prendete permessi. Arrangiatevi.
— Io sono un medico di base, ho i pazienti! — sibilò Serena, alzandosi di scatto. La sedia strisciò sul pavimento con un gemito orribile.
— E io sono un'ex impiegata delle Poste. Quarantadue anni di contributi. Adesso stacco il cartellino.
Prese la teglia di vetro con i resti del risotto. La svuotò nella pattumiera con un gesto secco. Poi andò alla porta d’ingresso. La spalancò. Una folata di aria calda di giugno entrò nel corridoio, portando l’odore dei panni stesi dei vicini e del basilico sul balcone.
— Adesso potete andare.
Stefano si alzò. La mascella serrata. Gettò le chiavi per terra. Il metallo cozzò contro lo stipite.
— Te ne pentirai, mamma. Quando starete sola come un cane, non chiamarmi.
Loredana non rispose. Chiuse la porta piano. Giro la chiave due volte. Si appoggiò con la schiena al legno e respirò.
Il silenzio in casa era una melodia. Nessun cartone animato a tutto volume. Nessuna puzza di pannolino sporco. Si preparò un caffè con la moka che fumava. Usò la tazzina buona, quella con i limoni di Vietri dipinti a mano.
Aveva appena finito di zuccherare quando il citofono la fece sobbalzare. Un trillo isterico, continuo. Guardò l’orologio a muro. Le sette e mezza del mattino.
Alzò la cornetta.
— Chi è?
— Lore', apri! È un'emergenza!
Era Serena. La voce era un misto di panico e incazzatura. In sottofondo, un pianto acuto. La piccola Giulia.
— Che succede?
— Sto morendo. Mi è venuta una colica renale. Non sto in piedi. Devo andare al pronto soccorso. Ti lascio i bambini, io e Stefano dobbiamo correre al Di Venere.
Loredana chiuse gli occhi. Appoggiò la fronte alla parete fredda del corridoio. Sapeva che mentiva. Lo sentiva nell'aria. Ma sentiva anche Giulia piangere e Riccardo che gridava: «Nonna! Nonna! Scendi!».
Schiacciò il pulsante di apertura del portone. Sentì i passi pesanti nel vano scale. Aprì la porta di casa. Serena era piegata in due. Trucco perfetto. Tuta da ginnastica firmata e scarpe da corsa immacolate.
— Grazie, Lore'. Non mi reggo in piedi. Ti chiamo appena so qualcosa. Torno subito.
Gli occhi della nuora brillavano. Non per il dolore. Per la fretta. Loredana prese in braccio Giulia che tirava su col naso. Riccardo entrò di corsa, urlando che aveva fame.
— Va bene. Vai.
Serena sparì giù per le scale alla velocità di un atleta olimpionico. Loredana chiuse la porta.
— Riccardo, tesoro. La mamma stava proprio male?
Il bambino di sei anni si tolse le scarpe sporche di terra.
— No, nonna. La mamma e il papà dovevano prendere il traghetto per Corfù. Sono andati con gli amici.
Dentro la testa di Loredana si accese una lampadina rossa. Corfù. Traghetto.
Prese il cellulare. Cercò la pagina di Chiara, la migliore amica di Serena, quella del negozio di fiori in via Sparano.
La prima storia caricata era un video. Il molo del porto di Bari. Una folla con occhiali da sole e trolley. Sullo sfondo, un cartello luminoso: "Imbarco immediato. Corfu".
E in primo piano, Serena e Stefano. Abbracciati. Con un calice di plastica in mano, a ridere come matti.
L’orario di pubblicazione era di sette minuti fa.
Loredana guardò i due bambini. Giulia, seduta sul tappeto, si era addormentata con il ciuccio storto. Riccardo la tirava per un braccio.
— Ric, rimettiti le scarpe. Andiamo a fare un giro.
— Ma dove? — chiese il piccolo, massaggiandosi gli occhi.
— A prendere la mamma e il papà. Che gli è passata la colica renale.
Il tassista la guardò strano quando gli disse di correre al porto. Ma Loredana non aveva tempo per le chiacchiere. Le dita stringevano la borsetta di pelle consumata. Riccardo premeva il naso contro il finestrino.
Al molo, l’odore di salsedine e gasolio era forte. Il sole picchiava sulle transenne di metallo. Le file per l'imbarco si stavano esaurendo. Loredana si mise a correre. Zampe di gallina al vento, i sandali bassi che sbattevano sull'asfalto rovente. Riccardo le trottava accanto. Giulia, nel marsupio, sballonzolava.
Li vide. C’erano i controlli dei biglietti. Serena stava porgendo i documenti, ridendo con un’altra coppia.
Loredana si fermò a pochi metri.
— SERENA!
La voce le uscì dalle viscere. Potente. Ferma. Come quando da ragazza chiamava le galline nel cortile del paese.
Serena si girò. Il sorriso le si congelò in faccia. Diventò una maschera di cera bianca. Stefano, accanto a lei, lasciò cadere il borsone. Un tonfo sordo.
— Mamma… che cazzo… — sussurrò Stefano, guardandosi intorno. C'erano almeno un centinaio di persone in coda.
Loredana non si fermò. Si avvicinò con passo marziale. Non urlò. Non bestemmiò. Parlò a voce alta, perfettamente udibile, come se recitasse un avviso pubblico.
— Mi avete detto che stavi andando al pronto soccorso. Che avevi la colica.
Serena balbettò.
— È passata… all'improvviso…
— Certo. È il miracolo del traghetto. Fa sempre effetto. Hai dimenticato due cose a casa, però.
Loredana si spostò. Dietro di lei, comparve Riccardo. Con la maglietta sporca di marmellata. E Giulia, che si era appena svegliata e strillava come un'aquila.
— Il tuo bagaglio a mano. Non potevi imbarcarlo in stiva, vero?
La gente in fila smise di parlare. Alcuni iniziarono a filmare col telefono. Le compagne di viaggio di Serena fecero un passo indietro, come se avessero visto un fantasma.
— Adesso state zitta! Non ci faccia fare figure di merda! — Stefano si fece avanti, a denti stretti. Aveva le vene del collo gonfie.
Ma Loredana aveva già preso Riccardo e lo aveva avvicinato fisicamente al padre.
— Ecco tuo figlio. Ha mangiato solo un cornetto alle sei. Ha bisogno di un bagno. E la tua borsa. Buone vacanze.
Mollò la piccola mano di Riccardo in quella di Stefano. Poi si girò. Giulia piangeva ancora disperata.
— NONNA! NONNA! — urlò il bambino.
Loredana non si voltò. Camminava dritta verso l’uscita del terminal. La folla si apriva davanti a lei come acqua.
La Mano sul Cuore della Puglia
Tre giorni dopo, Loredana era in casa. Il silenzio era tornato a riempire le stanze. Aveva tolto la moquette e scoperto un pavimento bellissimo. Aveva dormito fino a tardi.
Sentì un colpo alla porta. Non il campanello. Un pugno.
Aprì.
Stefano era in piedi. Illividito. Con due giorni di barba. Gli occhi rossi.
— Sei contenta?!
— Contenta di cosa? — chiese Loredana, tenendo la mano sulla maniglia.
— Serena mi ha cacciato di casa. Dice che non vuole più avere a che fare con una famiglia di matti. Il viaggio è saltato. Ci hanno rimborsato solo il cinquanta per cento. Tutti ci hanno riso in faccia. Sei una strega.
— Io non ho cacciato nessuno di casa. E non ho riso in faccia a nessuno. Ho solo riconsegnato un pacco smarrito al proprietario.
— È tuo nipote! Non un pacco!
Loredana uscì sul pianerottolo. Chiuse la porta di casa dietro di sé. Voleva guardarlo negli occhi, senza mobili di mezzo.
— Ascoltami bene, Stefano. Tu sei mio figlio. Ti ho cresciuto da sola. Ho lavorato per te. Ma non ti appartengo. E i tuoi figli non sono un ricatto. Sono tuoi. Voi volete la libertà? Pagatela. Io la mia l’ho già pagata.
Scese un silenzio pesante. Dal cortile interno saliva il rumore di una pentola che sbatteva.
— Mi servono mille euro, — disse Stefano a bruciapelo, guardando il pavimento di graniglia. — O mi pignorano la Panda.
Loredana scosse la testa.
— No. I soldi per la macchina te li ho già prestati. Non me li hai mai ridati. Ti sei comprato il cellulare nuovo. La playstation nuova. E io mangio la pasta al pomodoro. No. Fine.
— Allora siamo finiti, mamma. — La voce del figlio era un sibilo.
— Siamo finiti già da un pezzo, Stefano. Solo che non te ne eri accorto perché stavi troppo bene. Io sono tua madre. Prima o poi mi perdonerai. Ma io non mi perdonerei se continuassi a farmi calpestare.
Rientrò in casa. Chiuse la porta. Stavolta non a chiave. Appoggiò la schiena alla porta e rimase in piedi, nel buio del corridoio, con gli occhi chiusi. Sentì i passi pesanti del figlio allontanarsi.
Andò in cucina. Aprì la dispensa. Prese la farina, le uova, lo zucchero.
Infilò il grembiule. Accese il forno.
Mentre montava gli albumi a neve, si guardò le mani. Erano mani che avevano cambiato pannolini, fatto impacchi, stirato camicie. Ora erano solo sue. E sapevano ancora fare le orecchiette. Sapevano ancora impastare una torta di mele.
La solitudine non faceva paura. Faceva spazio. E in quello spazio, per la prima volta dopo anni, Loredana si sentì leggera. Il profumo della torta che cuoceva invase la piccola casa affacciata sul mare, mescolandosi alla brezza salata. Non c’erano urla. Non c’erano pretese.
Il pomeriggio se ne stava andando, e con lui il peso di una vita vissuta per gli altri.
