Non era il trasloco a spaventare Silvana, ma il modo in cui Marta impacchettava le pentole. Sua figlia aveva sempre trattato gli oggetti con una certa noncuranza. Poteva cucinare la pasta in un tegame rovinato, non distingueva l’acciaio dall’alluminio, perdeva i coperchi e non se ne curava. Adesso ogni casseruola era avvolta nella carta da imballaggio e sistemata in scatole robuste, ordinate per dimensione. Persino la padella col manico mezzo storto, quella che Silvana le aveva detto mille volte di buttare.

Scatole ovunque. Marta si trasferiva da Parma a Torino: aveva vinto un concorso come graphic designer in uno studio di comunicazione vicino alla Mole e aveva preso in affitto un bilocale in zona Vanchiglia. Ventinove anni. Silvana sapeva che le figlie adulte cambiano città, lo sapeva razionalmente. Ma la razionalità non le impediva di chiedere ogni dieci minuti se Marta avesse pensato a tutto. Le aveva portato una borsa termica con i tortellini fatti in casa, un adattatore per le prese, l’elenco dei medici di base che accettavano nuovi assistiti a Torino, la fotocopia del codice fiscale e una piantina della città con i quartieri evidenziati. Aveva setacciato le recensioni del palazzo dove Marta avrebbe vissuto e le aveva riferito che il mini market sotto casa teneva i latticini in un banco frigo rumoroso, sintomo di poca manutenzione.

Marta all’inizio ringraziava. Poi le risposte si fecero più brevi. Verso sera le chiese, con un sorriso tirato, di sedersi semplicemente sul divano e fare compagnia senza dire nulla. Silvana si sedette. Tacere fu quasi fisicamente doloroso. Guardava Marta chiudere uno scatolone con il nastro adesivo e vedeva ogni errore: i libri ammassati troppo in fondo, l’asciugacapelli a contatto con le scarpe, sulla scatola dei bicchieri non c’era scritto “fragile” con il pennarello rosso.

“Mi chiamerai ogni giorno?” chiese.

Marta non alzò subito la testa. Disse che avrebbe chiamato, ma non ogni giorno. Il nuovo lavoro prevedeva orari elastici; doveva ambientarsi, conoscere i colleghi, prendere le misure con il quartiere. Silvana ebbe la sensazione precisa che la figlia stesse elencando attività in cui una madre era d’intralcio.

Alla stazione controllò il biglietto quattro volte. Chiese al capotreno a che ora esatta si chiudessero le porte. Raccomandò a Marta di non scendere nelle stazioni intermedie e di non accettare caffè da sconosciuti, come se la figlia non dovesse fare un’ora e mezza di regionale per Torino ma attraversare una frontiera nel dopoguerra. Poco prima di salire, Marta l’abbracciò e le disse a bassa voce che voleva chiederle una cosa. Un mese. Un mese senza visite a sorpresa. Senza chiamate cinque volte al giorno. Senza che lei chiamasse i colleghi, la padrona di casa o gli amici comuni per sapere come stava. Se aveva bisogno, l’avrebbe detto lei.

Silvana si scostò. “Ti do fastidio?”

Sua figlia chiuse gli occhi. Probabilmente era quella la frase che temeva. Le spiegò che la mamma non dava fastidio: occupava lo spazio in anticipo. Marta non faceva in tempo a capire se una situazione fosse complicata o no, che Silvana aveva già preparato tre soluzioni, due alternative e un modulo da compilare.

Il treno partì sei minuti dopo. Si salutarono male.

A casa, Silvana scoprì che l’appartamento non era diventato più silenzioso. Era diventato superfluo. È vero, Marta abitava già per conto suo, ma in un monolocale a dieci minuti di autobus. Si poteva passare con il sugo fatto in casa, ritirare un pacco, accompagnarla a scegliere una libreria. La figlia chiamava nei ritagli di pausa pranzo, chiedeva un consiglio sul contratto d’affitto, si lamentava del vicino. Silvana viveva sola, però non sentiva mai la solitudine: la sua agenda era fitta della vita di un’altra.

Adesso nel telefono c’era un patto che pesava come un macigno.

Il primo giorno fu gestibile. Mandò un messaggio: “Tutto bene il viaggio?”. Marta rispose con una faccina. Silvana scrisse: “Fammi uno squillo quando ti sei sistemata”. Lo squillo non arrivò mai.

Il secondo giorno dava pioggia su Torino. Silvana fissò le previsioni, vide l’allerta gialla e compose il numero della figlia. Riagganciò dopo un solo squillo. L’ombrello era nella valigia, lo aveva messo lei stessa nella tasca laterale del trolley.

Il terzo giorno lesse online di un guasto alla tubatura idrica nel centro di Torino. La zona non coincideva con precisione, ma era limitrofa. Telefonò all’amministrazione del condominio, si finse un’inquilina in procinto di affittare e chiese se nei piani alti mancasse l’acqua. Quando l’uomo al telefono chiese il numero dell’appartamento, Silvana riattaccò di colpo. Provò vergogna. Non troppa: quel che bastava per non raccontarlo a nessuno.

Marta chiamò domenica pomeriggio. Voce vivace, raccontò dello studio che dava su un cortile interno, del gatto rosso che bazzicava l’androne, di come si era persa cercando il supermercato. Silvana aspettava la lamentela. Un intoppo, un problema. La padrona troppo rigida, il boiler che perdeva, i colleghi distratti. La lamentela non arrivò.

Fu Silvana a trovare i problemi. Chiese se avesse già fatto controllare l’impianto elettrico e se avesse ritirato la tessera sanitaria provvisoria. Le consigliò di non fidarsi troppo subito del nuovo capo e di non offrirsi sempre volontaria per i turni serali. In cuffia scattò un silenzio.

“Mamma, ci risiamo”.

Quelle due parole Silvana le sentiva da anni, e ogni volta le giudicava ingiuste. “Ci risiamo” voleva dire che la sua premura veniva scambiata per un difetto congenito. Chiuse la telefonata con freddezza e per due giorni non rispose ai messaggi, perché Marta sentisse cosa significava restare senza madre. Marta non parve sentirlo. Mandava foto della città: la scrivania in ufficio, la balconata del Po, la vetrina di un forno storico. In uno scatto si vedeva una mensola che aveva montato da sola. Era storta, un lato più basso di almeno un centimetro e mezzo. Silvana ingrandì l’immagine. Voleva scrivere che i tasselli erano sbagliati e la mensola poteva staccarsi dal muro. Batté il messaggio tre volte, poi lo cancellò. La notte sognò la mensola che crollava addosso alla figlia. Alle sette del mattino mandò il link di un ferramenta online, con i Fischer giusti. Marta rispose con un cuore. Non comprò niente.

Una settimana dopo Silvana incontrò l’amica Lucia al Caffè San Carlo. Le raccontò del trasloco come se la figlia fosse scappata all’improvviso, abbandonandola al suo destino. Lucia ascoltò, mescolando il marocchino, poi chiese a Silvana cosa volesse fare adesso, per sé. La domanda le suonò indiscreta. Silvana aveva insegnato educazione artistica fino alla pensione, tre anni prima. All’inizio dava una mano a Marta con la tesi, poi con i primi colloqui, poi ospitava il suo gatto quando partiva. Il gatto era morto, la tesi discussa, il lavoro trovato. Silvana aveva i colori a olio, il corso di acquerello che non frequentava più, un orto sul balcone, le repliche di Montalbano. Ma nessuna di quelle cose aveva urgenza.

“Mi riposerò”, disse.

Lucia rise e osservò che si riposava già da tre anni, solo che non se n’era accorta.

Litigarono. Poco, il tanto che basta fra amiche. Silvana uscì prima e, lungo via Roma, comprò al supermercato le cose che piacevano a Marta: lo yogurt greco, la mozzarella di bufala, una confezione di cachi. Solo alla cassa realizzò che la figlia era a Torino. Mangiò tutto da sola, la sera. I cachi erano immaturi, allappavano.

Al decimo giorno chiamò la padrona di casa di Marta. Silvana le aveva lasciato il suo numero durante la firma del contratto, chiedendole di avvisarla per qualsiasi problema. La signora raccontò che dal bagno di sotto avevano segnalato infiltrazioni. Marta aveva chiamato l’idraulico, tutto risolto, ma aveva dovuto anticipare i soldi. Silvana provò un mix di terrore e trionfo. Ecco. La figlia era in difficoltà. Spese impreviste, vicini sul piede di guerra, e la madre informata per ultima.

Chiamò Marta e iniziò a parlare prima ancora del “pronto”. Perché non l’aveva avvisata? Che idraulico aveva chiamato? Aveva la ricevuta? Aveva fatto un preventivo? Sua figlia dapprima rispose, poi la interruppe. A perdere era la guarnizione del flessibile della lavatrice. L’idraulico aveva cambiato il pezzo in mezz’ora. Il proprietario aveva rimborsato tutto nel pomeriggio. Nessun danno ai vicini. La crisi era durata quanto un caffè al bar.

“Me la sono cavata da sola, mamma”, disse Marta. “Non è stato drammatico.”

Silvana ribatté che non era una questione di capacità, era una questione di fiducia. La figlia sussurrò: “Per quale motivo la fiducia significa sempre che devo rendere conto a te?”.

La linea cadde.

Dopo la telefonata Silvana rimase seduta al tavolo della cucina per molto tempo. Davanti a lei c’era l’agenda dove annotava le informazioni essenziali: i numeri dei medici di Marta, la scadenza della carta d’identità, le date dei vaccini. Sulla prima pagina, dai tempi dell’università, era spillata una lista di cibi che la figlia detestava. Silvana la sfogliò e per la prima volta non vide amore. Vide un sistema di controllo. Un’architettura enorme, meticolosa, costruita con i materiali giusti. Ogni numero era utile. Ogni appunto poteva servire. Tutto l’insieme non lasciava a sua figlia lo spazio per sbagliare senza un testimone.

Questa consapevolezza non la rese più saggia. La rese più arrabbiata. Due giorni di silenzio totale. Il terzo cominciò a pretendere le scuse. Il quarto si convinse che Marta era un’ingrata. Il quinto preparò una borsa.

Dentro ci mise il ragù di cortesia, un plaid, un flessibile nuovo per lavatrice — identico a quello che aveva causato il guasto, comprato quel pomeriggio — e la sua vecchia agenda. Comprò un biglietto per il regionale delle 7:55. Non sarebbe andata lì per interferire: solo per vedere con i suoi occhi se tutto andava bene. Poteva presentarsi sotto casa e chiamare all’ultimo, una sorpresa. Sua figlia prima si sarebbe seccata, poi le avrebbe aperto.

Alla stazione Silvana arrivò in anticipo. Seduta sulla panchina accanto al tabellone, teneva la borsa stretta fra le gambe. Attorno a lei persone partivano per andare dai figli, dai genitori, per lavoro. A nessuno veniva chiesto un permesso per volere bene. Annunciarono l’imbarco. Silvana si alzò e all’improvviso immaginò il viso di Marta quando avrebbe aperto la porta. Non gioia, non rabbia. Fatica. Quella stessa stanchezza con cui in stazione aveva chiesto un solo mese.

Mancavano cento metri al binario. Silvana restò immobile mentre la folla le scivolava accanto con i trolley. Il capotreno sollevò la paletta. Qualcuno alle sue spalle le chiese scusa, doveva passare.

Non salì. Il treno partì senza di lei.

Tornò sulla panchina e aprì la borsa. Il ragù odorava di noce moscata. Il flessibile nuovo era lì sopra, prova di un problema che era stato risolto senza di lei. Le venne da piangere, ma non perché Marta era lontana. Le venne da piangere perché sua figlia per anni aveva chiesto il diritto di vivere, e sua madre aveva inteso la richiesta di essere abbandonata.

Tornò a casa. Il ragù lo diede alla vicina del piano di sopra, che aveva i nipoti a pranzo. Il flessibile lo riportò al negozio di ferramenta con lo scontrino. Il biglietto del treno lo gettò nella differenziata senza fotografarlo e senza raccontare a Marta il suo grande gesto di rinuncia.

Nei giorni che restavano fece alcune cose in ordine sparso. Si iscrisse a un corso di ceramica, pur sentendosi ridicola con il grembiule. Partecipò a un gruppo di lettura in biblioteca e resistette tutto il tempo senza correggere chi citava male Fenoglio. Aiutò Lucia a sistemare l’archivio delle foto di famiglia e, quando ebbero finito, se ne andò senza inventarsi mansioni aggiuntive.

La vita non si riempì di colpo. La maggior parte del tempo Silvana si annoiava. A volte sedeva con il telefono in mano e si sentiva come un elettrodomestico che qualcuno aveva dimenticato di spegnere dopo il ciclo di lavaggio.

Marta scriveva. Foto di un murale in Borgo Rossini, la tessera magnetica dello studio, un tramonto sul fiume. Silvana rispondeva senza aggiungere istruzioni a margine. Non per punirla: stava imparando a non offrire soluzioni a un problema che non era stato ancora formulato.

Esattamente trenta giorni dopo, Marta chiamò di sera. Silvana vide il nome sul display e attese tre squilli, per non rispondere subito. Marta raccontò che aveva passato il periodo di prova. Il nuovo capo le aveva proposto di seguire un progetto in prima persona. La mensola era ancora storta, ma non era crollata. Domenica sarebbe andata a comprare i tasselli nuovi.

Silvana ascoltava. I consigli le premevano dentro come molle: quali tasselli, quale negozio, come gestire la riunione. Si mise una mano sulla bocca.

Marta fece una pausa e chiese: “Tu, mamma, stai bene?”.

Avrebbe potuto dirle del treno. Avrebbe potuto confessarle che era stata a un passo da presentarsi senza preavviso e che aveva fatto marcia indietro. Avrebbe potuto trasformare quella rinuncia in un sacrificio da elogiare, guadagnandosi la gratitudine e facendo di quel mese l’ennesima storia di quanto una madre ama. Invece parlò della ceramica. Disse che il tornio era una macchina insidiosa e che il grembiule non donava a nessuno. Raccontò della signora del gruppo di lettura che confondeva la Morante con la Ginzburg ma argomentava con sicurezza. Marta rise. Poi disse: “Mi manchi”.

Silvana chiuse gli occhi. Quelle parole le aveva attese. Ma adesso non segnavano più una vittoria di squadra. Si può sentire la mancanza di una persona senza darle in appalto la propria vita.

“Anche tu”, rispose semplicemente.

Sua figlia chiese se potesse scendere a Parma il fine settimana successivo. Non per un’emergenza. Solo per tornare a casa.

Silvana guardò il soggiorno. Le venne subito voglia di fare la lista della spesa, rassettare la camera degli ospiti, preparare un programma di cose da fare insieme. Sentì l’automatismo scattare e, questa volta, ci mise un pensiero cosciente per fermarlo.

“Vieni”, disse. “Poi decidiamo insieme cosa fare.”

Dopo la telefonata rimase qualche minuto sul divano, poi prese l’agenda dal cassetto. La aprì alla pagina con le scadenze di Marta, i numeri dei medici, la lista dei cibi proibiti. La osservò a lungo, poi la posò sul tavolino. Non la strappò. Però non la aprì più.

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