Quando Marta aprì la porta del suo appartamento a Bologna, trovò il cugino Davide sul pianerottolo con due valigie, uno zaino e una busta piena di scarpe

Quando Marta aprì la porta del suo appartamento a Bologna, trovò il cugino Davide sul pianerottolo con due valigie, uno zaino e una busta piena di scarpe.

«Sorpresa!» disse lui, sorridendo. «Mamma ha detto che posso fermarmi da te per un paio di settimane.»

Marta non ricambiò il sorriso.

«Tua madre ha detto cosa?»

Davide sollevò la valigia più grande e la trascinò dentro.

«Che hai una stanza libera. E che vivi da sola. Non ti accorgerai nemmeno della mia presenza.»

Quella frase, nei due mesi successivi, sarebbe diventata quasi comica.

Davide aveva perso il lavoro in un negozio di elettronica a Modena. Non aveva pagato l’ultimo affitto e il proprietario gli aveva chiesto di lasciare la stanza. Sua madre, zia Patrizia, viveva in un bilocale con il nuovo compagno e sosteneva di non avere spazio.

Al telefono usò tutte le parole giuste.

Periodo difficile. Famiglia. Solidarietà. Pochi giorni.

«Non vorrai lasciarlo in mezzo a una strada», concluse.

Marta guardò il cugino, che aveva già aperto il frigorifero.

«Due settimane», disse.

«Certo, tesoro. Vedrai che sarà riconoscente.»

La prima mattina Davide la svegliò bussando alla porta della camera.

«Hai del caffè decente? Quello nella moka sa di bruciato.»

Marta lo fissò ancora assonnata.

«La moka l’hai preparata tu?»

«No. Pensavo lo facessi tu.»

Lei lavorava da casa come grafica e alle nove aveva una riunione con un cliente di Milano. Preparò comunque il caffè, tostò il pane e mise sul tavolo marmellata e burro.

Davide mangiò senza ringraziare.

Nei giorni seguenti, le piccole richieste diventarono abitudini.

«Già che vai al supermercato, prendimi le patatine.»

«Puoi lavare anche la mia felpa?»

«Non è che cucineresti qualcosa di più sostanzioso stasera?»

Quando Marta gli chiedeva di collaborare, lui aveva sempre una risposta pronta.

Non sapeva usare bene la lavatrice. Il detersivo gli irritava le mani. Non aveva soldi. Era stanco. Aveva bisogno di riprendersi dopo tutto ciò che gli era successo.

Eppure non sembrava troppo stanco per uscire la sera, ordinare cibo a domicilio o giocare online fino alle tre.

Dopo dieci giorni, Marta gli domandò se avesse trovato qualche annuncio interessante.

«Tutta roba sottopagata.»

«Hai mandato il curriculum?»

«Sto sistemando il profilo.»

Una settimana più tardi la risposta era ancora la stessa.

Intanto il bagno era sempre occupato, il divano coperto di vestiti e la cucina piena di piatti sporchi. Marta aveva iniziato a chiudersi in camera per lavorare, ma Davide entrava senza bussare.

«Dov’è il caricabatterie?»

«Hai visto le mie cuffie?»

«La password del Wi-Fi qual è? Quella che mi hai dato non funziona sulla console.»

Una sera portò a casa due amici senza avvertirla. Marta li trovò in salotto con i piedi sul tavolino e una partita proiettata sulla parete.

«Davide, possiamo parlare?»

Lui la raggiunse in cucina, infastidito.

«Che c’è?»

«Non puoi invitare persone senza chiedermelo.»

«Sono due amici, non una banda criminale.»

«È casa mia.»

«Ecco, sempre questa storia. Casa mia, regole mie. Rilassati un po’.»

Marta rimase in silenzio. Era diventata bravissima a restare in silenzio.

Sua madre le aveva insegnato che litigare era volgare. Che bisognava sopportare. Che una donna educata non metteva in difficoltà i parenti.

Quando finalmente la chiamò per sfogarsi, ricevette esattamente la risposta che temeva.

«Davide non ha nessuno», disse la madre.

«Ha sua madre.»

«Patrizia non può tenerlo.»

«E perché devo farlo io?»

«Perché tu hai la possibilità. Hai un buon lavoro, una casa grande e nessun figlio.»

Marta sentì qualcosa incrinarsi.

«Quindi il mio tempo e la mia tranquillità valgono meno perché non ho figli?»

«Non rigirare le parole. Ti sto solo chiedendo di essere generosa.»

«Lo mantengo da più di un mese.»

«Sei sempre stata troppo rigida. Tua zia ci rimarrebbe malissimo se lo mandassi via.»

Marta terminò la telefonata sentendosi colpevole, benché sapesse di non aver fatto nulla di male.

Continuò a sopportare.

Pagò una bolletta della luce quasi doppia. Ricomprò tre volte il parmigiano che Davide finiva senza avvertirla. Raccolse asciugamani bagnati, bicchieri, calzini e confezioni vuote.

La svolta arrivò una domenica.

Marta aveva invitato a cena Chiara, una vecchia amica che non vedeva da mesi. Preparò lasagne verdi, comprò un dolce in una pasticceria del centro e mise una bottiglia di succo frizzante in frigorifero.

Nel pomeriggio Chiara annullò l’incontro per un imprevisto familiare. Marta decise di conservare tutto per il lunedì, quando avrebbe lavorato fino a tardi.

Rientrò la sera seguente alle nove, stanca e affamata.

La teglia era vuota.

Davide era sul balcone con il telefono.

«Hai mangiato tutte le lasagne?»

«Io e Luca.»

«Chi è Luca?»

«Un amico. È passato a pranzo.»

«Hai invitato un’altra persona e avete finito una teglia intera che avevo preparato io?»

Davide sbuffò.

«Erano in frigo. Pensavo fossero per tutti.»

«Quali tutti, Davide? Qui vivi a spese mie da due mesi.»

«Non cominciare.»

«Hai mai comprato qualcosa? Hai mai pulito? Hai mai chiesto se potevi invitare qualcuno?»

Lui rientrò in salotto.

«Stai facendo una tragedia per un po’ di pasta.»

Marta lo seguì.

«Sto facendo una tragedia perché non mi sento più a casa mia.»

Davide rise incredulo.

«Ma ascoltati. Hai tre stanze e fai la vittima.»

Fu quella frase a liberarla.

Non un insulto. Non un urlo. Una frase detta con la certezza che il suo spazio, il suo denaro e la sua fatica non avessero alcun valore.

«Prepara le valigie.»

Il sorriso gli scomparve.

«Sei seria?»

«Serissima.»

«Dove dovrei andare?»

«Da tua madre.»

«Non ha spazio.»

«Nemmeno io ne ho più. Non per chi mi tratta così.»

Davide chiamò subito Patrizia, sperando probabilmente che fosse lei a rimettere Marta al suo posto. Dopo pochi minuti, il telefono di Marta squillò.

«Hai perso la testa?» gridò la zia. «È tuo cugino!»

«E tu sei sua madre.»

«Io non posso ospitarlo.»

«Allora aiutalo a pagarsi una stanza.»

«Tu guadagni più di noi!»

«Questo non trasforma il mio stipendio in un diritto di famiglia.»

La zia la accusò di essere fredda, ingrata e viziata. Marta ascoltò per qualche secondo, poi disse:

«Davide ha mezz’ora. Dopo cambierò la serratura.»

Quella sera cenò con crackers e una mela. Seduta al tavolo, nel silenzio, sentì per la prima volta dopo settimane il rumore dell’orologio in cucina.

Il giorno seguente pulì la stanza degli ospiti. Non la preparò per nessuno. Sistemò una scrivania vicino alla finestra, mise una lampada nuova e trasformò quello spazio nel suo studio.

Tre settimane più tardi seppe dalla madre che Davide aveva accettato un lavoro in un magazzino. Guadagnava meno di quanto sperasse, ma abbastanza per dividere un appartamento con due colleghi.

«Vedi?» disse Marta. «Appena nessuno gli ha più pagato tutto, il lavoro è comparso.»

La madre non rispose.

Per qualche mese, una parte della famiglia la trattò come se avesse commesso un tradimento. Marta ne soffrì, ma non tornò indietro.

Aveva capito che dire sì per paura di essere giudicati non è bontà. E che chi pretende un sacrificio senza limiti raramente lo chiama abuso: preferisce chiamarlo amore, dovere o famiglia.

Marta, invece, aveva imparato a chiamarlo con il suo vero nome.

E soprattutto aveva imparato che una porta chiusa non significa sempre abbandonare qualcuno. A volte significa finalmente smettere di abbandonare se stessi.

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