La basilica di San Frediano a Lucca non era mai stata così piena, e mai così crudele. I banchi di noce scricchiolavano sotto il peso di trecento persone arrivate da mezza Toscana. Non per augurare felicità agli sposi, no. Erano lì per il freak show. Erano lì per vedere con i propri occhi come il primogenito dei Rinaldi, erede di un impero tessile, si vendeva l'anima per salvare le fabbriche di famiglia.
Chiara Orsini aspettava in fondo alla navata. Ventisei anni, alta abbastanza da guardare negli occhi qualsiasi uomo, spalle da nuotatrice e una massa di capelli castani raccolti in uno chignon che nessuna forcina riusciva a domare del tutto. Nessun velo. Il pizzo le infiammava la pelle come ortica, e quella mattina, la sola mattina davvero sua in tutta la vita, aveva deciso in silenzio che non si sarebbe più nascosta.
La macchia vinosa le copriva la guancia sinistra e scendeva lungo il collo. Sotto la pelle, piccoli noduli irregolari. All'attaccatura delle tempie i capelli si ritiravano così tanto che nemmeno l'acconciatrice più brava di Firenze era riuscita a mascherarlo del tutto. Lei conosceva tutti i nomignoli che le avevano affibbiato. Il mostro di Lucca, la vergogna degli Orsini, la figlia che nemmeno i soldi potevano aggiustare.
Matteo Rinaldi era già all'altare. Trentun anni, mascella serrata, quell'immobilità di chi ha già fatto i conti con la propria scelta prima ancora che arrivassero i dubbi. Alto, asciutto, mani nelle tasche dei pantaloni del completo blu notte. Quando la vide, non trasalì. Non abbozzò un sorriso falso e non girò la testa dall'altra parte. La osservò avanzare lungo la navata come un marinaio che guarda la tempesta che ha deciso di affrontare a viso aperto.
Il brusio la seguiva tra i banchi come fumo.
«Dicono che gli abbiano dato due milioni solo per presentarsi.»
«Nemmeno la seta di Como può farne una duchessa.»
«Pover'uomo. Povero, ricco, stupido.»
Da qualche parte dietro di lei, un ventaglio si aprì con uno scatto secco e una risata sottile la trafisse. Matteo sentì ogni parola. Il suo viso non cambiò. Quando Chiara arrivò davanti all'altare, lui fece un passo avanti prima ancora del cenno del sacerdote e le tese la mano. Davanti a tutti. Un gesto minuscolo. Eppure fu la prima dimostrazione di fedeltà che chiunque avesse mai visto in quella basilica. Nessuno capiva ancora quanto sarebbe costata, né cosa avrebbe salvato.
Mentre recitavano le promesse, Chiara scrutava il suo volto in cerca di quello che ormai cercava sempre. Il lampo di disgusto nascosto dietro le buone maniere. Non lo trovò. Ma non trovò nemmeno calore, né affetto. Niente, solo una calma spaventosa e incrollabile. E la calma di un uomo che l'aveva sposata solo per denaro le faceva più paura della crudeltà. La crudeltà la capiva. La calma nascondeva segreti.
Quando il registro fu firmato, suo padre, Giuliano Orsini, duca di Borgo a Mozzano, le posò una mano sulla spalla. Per i duecento invitati che guardavano, era tenerezza paterna. Chiara trasalì così forte che la penna lacerò la pagina. Matteo se ne accorse. Non disse niente. Ma non dimenticò.
Il ricevimento si tenne a Villa Orsini, sulla collina. Lunghi tavoli imbanditi, luci tra gli ulivi, camerieri in guanti bianchi che versavano Prosecco come se fosse acqua. Chiara sedeva al tavolo degli sposi con la schiena dritta come una lama, rispondendo ai brindisi con monosillabi. Suo padre, a dieci posti di distanza, rideva troppo forte con il sindaco e con il presidente della provincia. Ogni volta che la sua voce rimbombava tra i tavoli, le spalle di Chiara si irrigidivano.
Matteo osservava. Beveva poco. Parlava meno.
«Tua moglie è molto… silenziosa» azzardò un cugino.
«Mia moglie ha gli occhi più intelligenti di questa intera sala» rispose lui senza guardarlo.
Il cugino cambiò discorso.
Quando finalmente gli invitati cominciarono a sfilare, uno dopo l'altro, lasciando sul prato bicchieri mezzi vuoti e tovaglioli sgualciti, Matteo si avvicinò a Chiara. Erano marito e moglie da sette ore e ancora non si erano scambiati una frase che non fosse dettata dal cerimoniale.
«Sei stanca?»
«No.»
«Ti fa male la schiena.»
Non era una domanda. Lei lo guardò.
«Stai dritta come se avessi una tavola di legno cucita nella giacca. E quando siamo entrati, hai evitato lo schienale della sedia per tutta la cena. Non ti sei appoggiata nemmeno una volta.»
Chiara distolse lo sguardo. Per la prima volta in tutta la giornata, qualcosa incrinò la sua maschera.
«Ho solo bisogno di togliermi questo vestito.»
«Andiamo.»
La suite nuziale era all'ultimo piano, con una terrazza che dava sulla valle del Serchio. Chiara entrò per prima. Matteo chiuse la porta dietro di sé e si fermò. Lei era in piedi davanti allo specchio, di spalle, e stava lentamente slacciando i ganci dell'abito. Le sue dita tremavano.
«Posso aiutarti?»
«No.»
«Chiara.»
«Ho detto di no.»
Ma i ganci erano troppi, e la stanchezza le aveva tolto la forza. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Matteo si avvicinò piano, come ci si avvicina a un animale che potrebbe scappare o mordere. Cominciò a slacciare i ganci uno a uno, dall'alto verso il basso. La seta color avorio si aprì lentamente sulla schiena di lei.
E lui vide.
La pelle era solcata da cicatrici. Alcune vecchie, bianche e spesse come corde. Altre più recenti, ancora rosee. Sulla spalla destra, il segno inequivocabile di una bruciatura di sigaro. Sulla scapola sinistra, quattro linee parallele che si allargavano a ventaglio — una cintura. E più in basso, dove la schiena incontrava i fianchi, altre ancora. Decine e decine. La mappa di anni di furia.
Matteo non disse niente per un tempo lunghissimo. Poi posò due dita, solo due, sulla cicatrice più vecchia.
«Tuo padre.»
Non lo chiese. Lo constatò.
Chiara non si voltò. La sua voce era piatta, asciutta, come se stesse leggendo un bollettino.
«Avevo undici anni la prima volta. Mia madre aveva appena chiesto la separazione. Lui la fece internare in una clinica in Svizzera. Disse a tutti che era esaurita. Lei non è mai uscita da lì. È ancora viva, se così si può chiamare. Io restai con lui. La sua proprietà. La sua cosa da punire ogni volta che il mondo non gli dava ciò che voleva.»
Matteo girò intorno a lei, si fermò davanti e la guardò.
«La macchia sul viso?»
«Anche quella è colpa sua.»
Prese fiato. Trenta secondi. Forse un minuto. Poi parlò di nuovo, e ogni parola era una pietra che si toglieva dal petto.
«Avevo quattordici anni. Cominciavo a diventare alta, cominciavo ad avere una presenza. Lui non sopportava che lo guardassi negli occhi. Una sera, in salotto, dopo cena, mi disse che dovevo imparare l'umiltà. Mi versò sul viso dell'acido muriatico che teneva in garage per pulire i pavimenti. Non tanto da uccidermi, disse. Abbastanza da rendermi umile. Poi chiamò il medico di famiglia e gli disse che era stato un incidente domestico. Mi ricucirono in cucina, sul tavolo di marmo.»
Matteo era diventato di pietra. Le aveva preso le mani e non se n'era nemmeno accorto.
«La servitù lo sapeva?»
«Tutti. Nessuno ha mai detto niente. Era il duca di Borgo a Mozzano. Di chi ti fidi di più, di un duca o di una ragazzina piena di cicatrici?»
Lui le strinse le mani più forte. I suoi occhi erano asciutti, ma la voce era cambiata. Era la voce di un uomo che aveva appena stretto un patto con qualcosa di pericoloso dentro di sé.
«Chiara, ascoltami bene. Io ti ho sposata per i soldi di tuo padre. È vero. Le fabbriche di mio padre stavano per chiudere. Duecento famiglie rischiavano la strada. Quel matrimonio era l'unico modo per salvarle. Ma adesso… adesso le cose sono diverse.»
Lei alzò gli occhi. Per la prima volta in anni, sostenne lo sguardo di qualcuno senza cercare di capire se fosse meglio abbassarlo.
«Cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che quell'uomo ti ha versato l'acido addosso. Ti ha frustato. Ti ha bruciata col sigaro. E domani io dovrò stringergli la mano, sorridergli, chiamarlo suocero.»
Fece un passo indietro. Si passò una mano tra i capelli. Poi sorrise. Un sorriso che non aveva niente a che fare con il matrimonio, con i soldi, con le convenienze.
«Oppure no.»
«Matteo…»
«Ho un amico. Si chiama Andrea. È il miglior avvocato penalista di Milano. Lavora per uno studio che si occupa di casi che i giornali non vedono mai. Se quello che mi hai detto è vero, e io so che lo è… possiamo farlo arrestare entro la fine del mese.»
Chiara ritirò le mani. Le appoggiò sul petto, come per trattenere qualcosa che stava per esplodere.
«Non posso. Ho paura.»
«Lo so.»
«Se falliamo, mi uccide. Me lo ha promesso tante volte.»
«Non falliremo.»
«Non puoi saperlo.»
Matteo andò alla porta, girò la chiave. Poi andò alla finestra e chiuse le persiane. Tornò da lei e la guardò come non l'aveva guardata in tutta la giornata. Con qualcosa che somigliava a un rispetto feroce, appena nato.
«Tuo padre è un uomo potente. Ma è anche un uomo che per trent'anni ha creduto di essere intoccabile. La gente così commette errori. Lascia tracce. E io, Chiara, nella vita ho fatto solo due cose bene: salvare aziende e scovare gli errori della gente intoccabile. Fidati di me.»
Lei guardò la porta chiusa. Guardò le persiane serrate. Per la prima volta da quando aveva undici anni, si sentì al sicuro in una stanza con un uomo. Sedette sul bordo del letto, la schiena rigida che finalmente si piegava, e cominciò a piangere. Silenziosamente, senza singhiozzi, solo lacrime che scendevano lungo la macchia vinosa e cadevano sulla seta del vestito.
Matteo le si sedette accanto e le posò una mano sulla schiena nuda. Non sulle cicatrici. Tra le cicatrici, negli spazi di pelle intatta. Rimase così per un'ora, mentre fuori la valle del Serchio si addormentava nella notte, senza dire una parola.
Tre settimane dopo, alle sei del mattino, i carabinieri bussarono al portone di Villa Orsini. Il duca Giuliano Orsini fu arrestato con l'accusa di maltrattamenti in famiglia, lesioni gravissime e sequestro di persona. Le prove raccolte dall'avvocato di Milano erano schiaccianti: cartelle cliniche fatte sparire, testimonianze di ex domestici comprati e minacciati, la testimonianza scritta di una madre che da vent'anni aspettava, rinchiusa in una clinica svizzera, che qualcuno le credesse.
Il giorno dell'arresto, Chiara e Matteo erano in una piccola casa di pescatori a Tellaro, affittata per l'occasione. Lui aveva preparato il caffè. Lei guardava il mare dalla finestra. Quando il telefono squillò, lo lasciarono suonare cinque, sei, sette volte.
Poi Chiara si voltò, prese il telefono e rispose.
«Sì.»
Ascoltò per trenta secondi. Poi posò il telefono sul tavolo, lo schermo ancora acceso.
«L'hanno preso. Era in pigiama. Ha cercato di colpire un carabiniere con un bastone.»
Matteo non disse una parola. Le versò il caffè, mise due zollette di zucchero, mescolò piano. Lei prese la tazzina e guardò fuori. Il sole stava salendo sul golfo. L'acqua era piatta, grigia e rosa. Sulla terrazza accanto alla loro, un vecchio stava sistemando le nasse senza fretta. Il mondo andava avanti come se niente fosse, e forse era proprio questo il punto.
«Matteo.»
«Dimmi.»
«Grazie.»
«Non ringraziarmi. Hai fatto tutto tu. Io ho solo trovato l'avvocato giusto.»
Chiara bevve un sorso di caffè. Poi sorrise.
«Non parlo di questo. Parlo della mano. All'altare. Quando tutti ridevano e tu mi hai teso la mano.»
Lui posò la tazzina e la guardò. Aveva ancora i segni del sonno sul viso, i capelli in disordine. Sua moglie era seduta lì, con la luce del mattino che le illuminava la macchia vinosa, e per la prima volta da mesi non si stava nascondendo.
«Te la tenderò ogni volta che ne avrai bisogno» disse.
E fuori, il mare continuava a esserci.
