La tazza di caffè ormai freddo le tremava tra le dita. Suo padre sedeva vicino alla finestra con il giornale aperto, ma non voltava pagina da almeno dieci minuti

— Non contare né su di me né su tuo padre! — disse la madre con una durezza che fece restare Chiara immobile nel mezzo della cucina.

La tazza di caffè ormai freddo le tremava tra le dita. Suo padre sedeva vicino alla finestra con il giornale aperto, ma non voltava pagina da almeno dieci minuti. La madre continuava a sistemare le pentole, come se perfino quella discussione dovesse sottostare all’ordine della casa.

— Mamma, voglio soltanto provare, — disse Chiara. — Una casa editrice di Milano mi ha offerto un posto da editor. È il lavoro che ho sempre desiderato.

— Desiderato! Hai ventisei anni e ragioni ancora come una ragazzina. Qui hai tutto: una casa, una famiglia, un fidanzato. Tra quattro mesi dovresti sposarti.

Chiara abbassò lo sguardo.

La casa editrice aveva letto alcuni suoi articoli e le aveva proposto un contratto. Per una ragazza cresciuta fra romanzi, quaderni e manoscritti, sembrava un’occasione irripetibile.

Ma c’era anche Matteo, il suo futuro marito. L’appartamento che i genitori avevano già aiutato a scegliere. Le bomboniere ordinate. La sala prenotata.

Una vita perfettamente organizzata.

E proprio per questo soffocante.

— Non sto rinunciando alla famiglia. Posso trasferirmi, cominciare a lavorare e poi Matteo potrà raggiungermi, se lo vorrà.

La madre si voltò di scatto.

— Se lo vorrà! E se non lo volesse? Hai mai pensato che anche lui ha dei progetti?

Chiara aveva sentito la stessa accusa per tutta la vita.

Era egoista quando aveva scelto lettere invece di economia. Egoista quando aveva rifiutato un posto sicuro nello studio della cugina. Egoista quando aveva detto di voler vivere da sola prima del matrimonio.

Ogni volta che desiderava qualcosa di diverso da ciò che la famiglia aveva deciso, diventava improvvisamente ingrata.

— Sto pensando a me stessa per la prima volta dopo anni, — rispose.

Il padre piegò lentamente il giornale.

— Tua madre ha paura. Milano è grande, cara, costosa. Senza di noi sarà difficile.

— Papà, anche qui è difficile. Solo che nessuno se ne accorge perché faccio tutto quello che vi aspettate.

La madre sospirò rumorosamente.

— Abbiamo fatto di tutto per te. Ti abbiamo aiutata con la casa, stiamo organizzando il matrimonio. E tu ora vuoi scappare.

Chiara sentì quella parola come una ferita.

Non stava scappando.

Stava finalmente scegliendo una direzione.

Quella sera incontrò Matteo in una piccola trattoria vicino alla piazza. Gli raccontò tutto.

Lui ascoltò senza interromperla.

— E tu cosa vuoi fare? — domandò.

— Ho paura che, partendo, perderò la mia famiglia. E forse anche te.

— E se resti?

Chiara si strinse nelle spalle.

— Perderò me stessa.

Matteo sorrise appena.

— Allora non hai davvero una scelta.

— Non sei arrabbiato?

— Dovrei arrabbiarmi perché hai un sogno? Mi arrabbierei se ci rinunciassi e un giorno cominciassi a odiarmi per averti trattenuta.

Una settimana dopo Chiara era alla stazione con una valigia e un nodo nello stomaco.

I genitori non vennero.

Matteo sì.

— Verrò il mese prossimo, — disse. — Se Milano proverà a rubarmi la fidanzata, troverò un lavoro e mi farò rubare anch’io.

I primi mesi furono duri. Chiara viveva in una stanza minuscola, prendeva due metropolitane per arrivare in ufficio e spesso cenava con un panino. Ma ogni volta che vedeva il proprio nome su una bozza corretta, sentiva di essere viva.

Matteo la raggiunse davvero. Trovò lavoro in uno studio tecnico e non le chiese mai di tornare indietro.

La madre rimase in silenzio per quasi tre mesi. Poi telefonò.

— Mangi almeno?

Chiara sorrise.

Non era ancora una scusa, ma era un inizio.

Si sposarono l’anno seguente, con una cerimonia più piccola di quella immaginata dai genitori e molto più vicina a ciò che desideravano loro.

Quel giorno la madre guardò Chiara e ammise:

— Pensavo che saresti tornata dopo un mese.

— Anch’io avevo paura.

— E invece?

Chiara osservò Matteo, i colleghi e la città che ormai chiamava casa.

— Invece sono diventata me stessa.

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