— Nadia, corri! Il tuo Birillo è appeso al palo della luce!
Nadia Ferretti mise giù la scopa contro il muretto dell'orto e si voltò di scatto. Rita, la vicina di casa, stava già scavalcando l'aiuola di rosmarino a passo svelto, con le pantofole infilate senza calze nonostante il freddo di novembre.
— Che palo, quale gatto? Il mio Birillo è in cucina che dorme sul termosifone.
— No che non c'è. È lassù, guarda.
Nadia si asciugò le mani nel grembiule e si avviò lungo il vialetto di ghiaia fino al cancello. Aveva lasciato uscire il gatto quella mattina presto, verso le sette, mentre alla radio davano ancora le previsioni per la Val Padana — nebbia fitta fino a mezzogiorno, dicevano. Da allora non l'aveva più visto. "Sarà scappato dietro a qualche femmina in calore," pensò, "gliene dico quattro quando scende."
— Ma insomma ti muovi? Bisogna tirarlo giù, non si sa da quanto sta lì appeso — la incalzò Rita, già a metà strada verso l'incrocio con via dei Tigli.
Nadia si allacciò il piumino, si sistemò il berretto e la seguì, ancora convinta che fosse uno scherzo di cattivo gusto. Da quando in qua i gatti si arrampicano sui pali della corrente? E soprattutto: perché ci resta appeso, invece di starci seduto sopra come fanno tutti i gatti del mondo?
Ma quando arrivarono sotto il palo, la scena tolse ogni dubbio. Birillo era davvero lì, impigliato con il torace in un gancio metallico a una decina di metri da terra, le zampe che ciondolavano nel vuoto. Da sotto non si capiva come diavolo ci fosse finito.
— Birillo, scendi subito! Cosa ci fai lassù? — urlò Nadia, mani sui fianchi.
Rita la guardò storto, scuotendo la testa.
— Ma cosa dici, Nadia. Non vedi che è incastrato? Mica può scendere da solo.
Come a darle ragione, il gatto miagolò, un lamento lungo che si perse nel rumore delle prime auto di ritorno dalla fabbrica di laterizi in fondo alla strada.
— E adesso? Che si fa?
In quel momento sbucò dall'angolo Franco, quello del bar sotto casa, con ancora il grembiule da lavoro addosso. Nadia lo chiamò, gli spiegò tutto, gli chiese di salire a prendere il gatto. Franco alzò gli occhi, restò a fissare per un buon minuto, poi disse:
— Io sul palo della corrente? Manco pagato. Quella scarica ti frigge come una cotoletta.
— Bisogna chiamare l'ENEL — propose Rita, senza staccare gli occhi da Birillo.
— Il telefono l'ho lasciato a casa — si giustificò Nadia, allargando le braccia. — Birillo, dai, scendi! Non ti sgrido, promesso. Vieni dalla mamma, bello mio.
Il gatto provò a divincolarsi, ma niente da fare: le zampe rimasero penzoloni, inerti, e riprese a miagolare, con un tono così straziante che a Rita si strinse lo stomaco.
Rita tirò fuori il cellulare dalla tasca del cardigan e chiamò il numero di emergenza dell'ENEL, salvato da chissà quale altra occasione.
— Salve, qui a via dei Tigli c'è un gatto appeso a un palo dell'elettricità.
— E quindi?
— Come "e quindi"? — sbottò Rita. — Bisogna tirarlo giù, muore di freddo lassù.
— Signora, chiami i vigili del fuoco. Noi non ci occupiamo di queste cose — rispose l'operatore, sbadigliando, e riattaccò.
— Allora?
— Niente. Ha detto di chiamare i pompieri.
Ma anche ai vigili del fuoco di zona risposero picche: "Salviamo persone, non animali", disse il centralinista con tono sbrigativo. "Mi ci arrampico io sul palo, così magari si smuovono?" pensò Rita, esasperata, pronta a tutto pur di salvare quella povera bestia. Ma alzando lo sguardo verso il gancio, sospirò: no, impossibile, era troppo in alto anche per lei.
— E ora cosa facciamo? — chiese Nadia. — Magari scende da solo quando ha freddo davvero. E poi, sia chiaro, io mica pago qualcuno per tirar giù un gatto: sono soldi buttati, quello se la caverà da solo, i gatti hanno sette vite.
— Quando avrà freddo davvero sarà morto! — la rimbeccò Rita, già a scorrere la rubrica sul telefono.
— E allora cosa, restiamo qui impalate?
— Trovato! — esultò Rita. — Una volta ho visto in televisione la pubblicità di un servizio di soccorso animali, e per sicurezza mi ero salvata il numero.
— Ma quello sarà in città…
— Sì, ha sede in città. Ma vengono anche fuori, siamo mica lontani.
Dopo qualche squillo rispose una voce maschile, cordiale:
— Soccorso Animali Zampa Amica, buongiorno. Mi dica.
— Buongiorno, abbiamo un gatto rimasto incastrato su un palo dell'ENEL, non riesce a scendere da solo. Potrebbe mandarci qualcuno? Siamo fuori città, a Cadelbosco.
— In questo momento lavoro da solo, ma se non è lontano posso venire io. Entro trenta chilometri il tariffario prevede novanta euro di uscita.
Rita accettò senza pensarci due volte, spiegò la strada, e si voltò verso l'amica raggiante:
— Arriva un soccorritore!
— Meno male — rispose Nadia, tornando a chiamare il gatto nella speranza che scendesse da quel suo calvario. Ma sottovoce aggiunse, quasi a se stessa: — Speriamo solo che non costi un occhio della testa.
Quaranta minuti dopo, un furgone bianco con la scritta sul fianco parcheggiò all'angolo. Ne scese un ragazzo sui trent'anni, giubbotto catarifrangente, borsone in spalla.
— Buongiorno, sono Matteo. Dov'è il gatto?
— Buongiorno — salutò Rita, indicando verso l'alto.
— Accidenti — commentò lui, sorpreso. — Come ha fatto a finire lassù?
— Scusi, lei è venuto a chiacchierare o a lavorare? — tagliò corto Nadia, spazientita dal freddo che ormai le si era infilato nelle ossa.
Matteo non rispose. Diede un'altra occhiata al palo e cominciò a tirare fuori dal furgone ramponi, imbracatura, guanti spessi. Salito fin sopra, si mise i guanti e provò a liberare il gatto dal gancio.
— Tranquillo, ti tiro giù io — disse alla bestiola, accarezzandole il pelo del muso. Birillo parve fidarsi. Ma qualunque cosa Matteo provasse, niente da fare: l'animale era incastrato per bene.
— Ma insomma quanto ci mette lassù? — gridava Nadia. — Non si può fare più in fretta? Ogni minuto che passa è tempo che si paga, immagino.
E Rita continuava a zittirla: "Ma che dici, non vedi che sta lavorando?"
— Guardi, il problema è questo — urlò Matteo dall'alto, senza smettere di armeggiare. — Il vostro gatto è incastrato con il torace nella curva del gancio, e l'isolatore ceramico mi impedisce di sfilarlo bene.
Non era la prima volta che Matteo salvava un animale in difficoltà, ma un caso così non gli era mai capitato. Il gatto nero miagolava disperato, il ragazzo tentava invano di liberarlo, e la faccenda si trascinò per quasi quaranta minuti. Quando ormai tutti e tre — Nadia, Rita e lo stesso Matteo — avevano quasi perso ogni speranza, all'improvviso qualcosa si sbloccò.
Birillo scivolò tra le braccia di Matteo, immobile, le zampe molli, senza opporre resistenza. Il soccorritore se lo strinse subito al petto, sentì il cuoricino battere svelto sotto il pelo, e cominciò a scendere con calma, un piolo alla volta, parlandogli piano per tenerlo tranquillo.
— Tutto ok, state tranquille! Il vostro gatto è vivo. Ma vi consiglio di non lasciarlo più girare libero così, è pericoloso.
Arrivato a terra, Matteo continuò ad accarezzarlo, aspettando che smettesse di tremare.
— E perché è così moscio, non muove neanche le zampe? — chiese Nadia, aggrottando la fronte. — Non gli avete fatto male lassù?
— È rimasto incastrato per ore, con la circolazione bloccata nelle zampe posteriori: ci vuole un po' perché il sangue torni a scorrere bene, per questo adesso sembra senza forze — spiegò Matteo, senza smettere di massaggiargli piano il dorso. — Guardate, sta già riprendendo colore alle orecchie, e il respiro è regolare. Tra un'ora sarà di nuovo quello di sempre, magari solo un po' indolenzito. Portatelo comunque da un veterinario oggi stesso, per sicurezza, ma non c'è da preoccuparsi.
Come a confermarlo, Birillo aprì gli occhi, allungò il collo verso Nadia e provò un timido, incerto passetto sul cemento.
— Visto? — sorrise Matteo. — È tosto, il vostro gatto.
— Grazie infinite! — esclamò Rita.
— Di niente. Come da accordi, sono novanta euro per l'uscita — disse Matteo, porgendo il gatto alla proprietaria.
— Come, scusi? Quali novanta euro?
— Nadia, ma cosa dici? — Rita spalancò gli occhi, arrossendo per la vergogna, non aspettandosi altro da chi si era già lamentata dei costi ancora prima che il soccorritore arrivasse. — Quest'uomo ha rischiato la pelle su un palo dell'alta tensione per salvare il tuo gatto…
Nadia afferrò Birillo e se lo strinse al petto.
— Io non ho chiamato nessuno, non ho concordato niente con nessuno. Novanta euro per un'uscita, ma per favore. Non avete proprio vergogna, giovanotto.
Detto questo, girò sui tacchi e si avviò verso casa. Matteo e Rita rimasero a guardarla mentre si allontanava lungo il vialetto.
— Vabbè, capita anche questo — commentò lui con un sorriso amaro, ricaricando l'attrezzatura nel furgone. — L'importante è che il gatto sia salvo.
— Mi scusi tanto per come è andata — cominciò a giustificarsi Rita. — Non capisco proprio come si possa non ringraziare chi ti ha appena salvato l'animale. Sa cosa facciamo? Venga a bere un caffè, si sarà congelato lassù.
Matteo non si tirò indietro: in effetti il freddo gli era entrato fin nelle ossa. Davanti a una tazza fumante, in cucina, con la radio accesa a bassa voce e l'odore di caffè che si mischiava a quello del sugo lasciato a cuocere sul fornello, Rita si scusò di nuovo per la sua vicina.
— Non so cosa le sia preso. Lei quel gatto lo ha praticamente riportato indietro dal baratro.
— Capitano tipi diversi — rispose Matteo, scaldandosi le mani sulla tazza. — A me piace aiutare gli animali, lo farei anche gratis se potessi, ma le spese ci sono: benzina, attrezzatura che si consuma, l'assicurazione del furgone.
— Certo, capisco… Sa cosa faccio?
Rita si alzò dal tavolo, aprì il cassetto della credenza, quella con l'anta che cigolava sempre, e ne tirò fuori una banconota da cento euro.
— Tenga, la prego. Novanta sono per lei, il resto se lo tenga per il disturbo.
— No, non serve, davvero.
— Insomma, la prenda.
Con un po' di insistenza, riuscì a infilargliela in mano.
— Grazie — rispose Matteo, un filo imbarazzato.
— Di niente. E le do anche dei biscotti per il viaggio, che li ho fatti stamattina. Sa, mi fa piacere sapere che esistono ancora persone come lei, e sarebbe un peccato non ringraziarle per quello che fanno.
Rita seguì con lo sguardo il furgone bianco allontanarsi verso l'incrocio, tornò dentro e, chiudendo la porta, borbottò tra sé: "Certa gente proprio non cambia." Poi tornò a controllare il sugo sul fuoco, e per il resto della giornata non riuscì a togliersi dalla testa quei novanta euro usciti dal suo portafoglio al posto di quello di Nadia — un conto salato, pensò, ma molto meno salato dei biscotti che aveva regalato di sua spontanea volontà, e di quelli, almeno, non si pentiva affatto.
