Faccio la parrucchiera a Ostuni da ventritré anni, nello stesso salone su corso Vittorio Emanuele, quello con la tenda a righe che d'estate sbatte contro la vetrina quando passa il vento del Salento. Le mie clienti si siedono su quella poltrona e in un'ora mi raccontano cose che non direbbero nemmeno al prete. È un mestiere così: le mani lavorano, la bocca si scioglie.
Filomena veniva da me il giovedì, sempre alle dieci, da undici anni. Aveva due figli, Enzo e Carmela, e un tumore al pancreas che le avevano diagnosticato a gennaio. A luglio pesava già quaranta chili di meno, ma continuava a venire, con il foulard di seta color prugna che le avevo regalato io quando aveva perso i capelli con la chemio.
Quel giovedì di fine agosto — faceva un caldo che si appiccicava alla pelle, e fuori dalla porta il gelataio di fronte aveva già finito il pistacchio per la terza volta — Filomena mi ha chiesto di chiudere un attimo prima, di lasciarla sola con lo specchio.
«Rosa,» mi ha detto, «devo scrivere una cosa e le mani non mi reggono più bene la penna. Me la scrivi tu?»
Ho preso il quaderno delle prenotazioni, ho girato pagina, e ho scritto sotto dettatura mentre lei guardava fuori dalla vetrina, verso il campanile della Cattedrale che si vedeva in fondo alla strada.
Mi ha detto di scrivere che un giorno, quando Enzo e Carmela si sarebbero chiesti chi chiamare se lei non ci fosse più, nel suo cuore ci sarebbe stata una mescolanza di tristezza e di pace. Tristezza, perché nessuna madre vuole immaginare il giorno in cui non potrà più abbracciare i suoi figli, guidarli, esserci nelle gioie e nei dolori. Ma anche pace, sapendo di aver lasciato loro il regalo più grande che una madre possa dare: l'amore tra fratelli.
«Scrivi che devono chiamarsi. Sono fratello e sorella. La vita li porterà su strade diverse, avranno le loro famiglie, le loro battaglie, i loro sogni, ma non devono dimenticare che hanno lo stesso sangue e la stessa storia nel cuore.»
Le ho scritto tutto, parola per parola: che si prendessero cura l'uno dell'altra quando uno dei due fosse stanco. Che si abbracciassero quando la vita fa male. Che festeggiassero insieme le vittorie e stessero vicini nelle sconfitte. Che non permettessero mai all'orgoglio, alle incomprensioni o alla distanza di distruggere un legame nato prima ancora che capissero il significato della parola amore.
A un certo punto si è fermata, ha preso il pettine dal tavolino — quello con il manico di corno che usava sempre lei, non voleva altri pettini — e se l'è passato tra i pochi capelli che le erano ricresciuti, piano, come se stesse sistemando qualcosa che invece era già perfetto così. Poi ha ripreso a dettare, con la voce più ferma.
Mi ha fatto scrivere che quando lei non ci sarebbe più stata ad asciugare le loro lacrime o a dare consigli, voleva che ognuno dei due portasse dentro di sé una parte di lei: i suoi insegnamenti, i suoi abbracci, l'amore che aveva sempre cercato di piantare nei loro cuori. E che quando si fossero sentiti soli, incompresi, guardassero il cielo, parlassero con Dio, e ricordassero che non avrebbero mai camminato da soli.
«Il loro amore reciproco sarà un rifugio nei giorni difficili e una luce che resta accesa anche nelle notti più buie,» ha detto, e io scrivevo, e la penna a un certo punto ha bucato leggermente il foglio perché premevo troppo forte, senza accorgermene.
L'ultima riga me l'ha dettata guardandomi dritta, non più verso la finestra: «Il mio desiderio più grande non è che abbiano una vita perfetta, ma che non si abbandonino mai. Che si amino, si rispettino e si sostengano fino alla fine dei loro giorni. Perché una madre un giorno lascerà questo mondo, ma l'amore che lascia nei suoi figli resta per sempre.»
Ha strappato il foglio dal quaderno, l'ha piegato in quattro e me l'ha infilato in mano dicendo di conservarlo io, non voleva portarselo dietro perché temeva di sciuparlo, di bagnarlo, chissà.
Filomena è morta il 14 ottobre, un mercoledì, all'ospedale di Brindisi. Non l'ho saputo dai figli — l'ho letto sul necrologio affisso fuori dal panificio, come si usa ancora da queste parti.
Enzo è venuto a tagliarsi i capelli tre settimane dopo, cosa che non faceva mai nel mio salone, era sempre stata sua madre a portarcelo da piccolo e poi lui aveva smesso. Si è seduto sulla stessa poltrona. Non gli ho detto subito niente: gli ho lavato i capelli, gli ho fatto la piega come piaceva a lui, con la riga di lato.
Solo alla fine, mentre gli toglievo il mantello, sono andata al cassetto della cassa dove lo tenevo da due mesi, tra le ricevute e le forbici di scorta, e gli ho dato il foglio piegato in quattro.
«Tua madre me l'ha dettato qui, su questa poltrona, ad agosto,» gli ho detto solo questo.
L'ho visto aprirlo, leggerlo in piedi davanti allo specchio dove sua madre si specchiava ogni giovedì. Ha tirato fuori il telefono, ha fatto una foto al foglio prima ancora di finire di leggerlo, come per paura che sparisse, e ha scritto un messaggio — l'ho visto dal riflesso, non ho letto cosa diceva, non erano fatti miei.
Poi ha pagato, mi ha chiesto se poteva tenere l'originale, e io gliel'ho lasciato senza pensarci: era suo, non mio.
Una settimana dopo è entrata Carmela, che non veniva da me da anni perché si era trasferita a Lecce per lavoro. Aveva quel foglio fotocopiato in borsa, piegato dentro il portafoglio insieme alle carte. Non mi ha detto niente su Enzo, né sulla madre. Mi ha solo chiesto se potevo tagliarle i capelli come li portava sua madre negli anni ottanta, con la frangia dritta.
Gliel'ho fatta. E mentre le passavo il phon, ho visto dallo specchio che teneva la mano appoggiata sulla borsa, proprio sopra la tasca dove aveva messo quel foglio.
