L’amante di mio marito si presentò a casa mia con un’ecografia.
— Aspetto un bambino. Dovrà prepararsi a dividere la casa e l’azienda.
Non sapeva che avevo avviato la registrazione prima ancora di aprire la porta.
Il suo profumo era lo stesso che da mesi trovavo sulle camicie di Stefano: dolce, insistente, con una nota di vaniglia che rimaneva anche dopo il lavaggio.
Mi chiamo Federica, ho quarantadue anni e sono sposata da diciotto anni. Io e Stefano avevamo una figlia di sedici anni e possedevamo insieme una società di distribuzione di materiale sanitario. Le quote erano divise a metà. Lui era amministratore, io responsabile finanziaria.
Quando cominciai a sospettare, non controllai il telefono.
Controllai i conti.
Negli ultimi sette mesi la società aveva versato quasi quattrocentomila euro a una piccola agenzia denominata Aurora Strategie. Le fatture parlavano di ricerche di mercato, ma non esistevano rapporti, analisi o risultati.
La proprietaria era Camilla, ventinove anni, collaboratrice commerciale di Stefano.
Sui suoi social comparivano fotografie degli stessi alberghi in cui mio marito sosteneva di partecipare a fiere mediche.
Conservai tutto.
La sera in cui Camilla suonò, nostra figlia era fuori città per una gara scolastica. La riconobbi dallo spioncino e attivai il registratore.
Entrò senza salutare, si sedette al mio tavolo e mostrò l’ecografia.
— Tredici settimane. Stefano è molto felice. Ha sempre desiderato un altro figlio.
— Che cosa vuole da me?
— Una separazione civile. Lei mantiene una parte della casa, lui l’altra. Per l’azienda, Stefano cederà alcune quote a me. Dobbiamo garantire il futuro del bambino.
— Le mie quote non dipendono dai suoi progetti.
Camilla inclinò il viso.
— Io so che nella società avete fatto operazioni poco chiare. Stefano mi ha detto che lei ha sistemato alcuni bilanci. Se non collaborerà, posso segnalare tutto alla Guardia di Finanza. E poi ci saranno il riconoscimento, gli alimenti e lo scandalo.
— Stefano sa che è venuta?
— No. Continua a dire che prova pena per lei e per vostra figlia. Io non ho tempo per i suoi sensi di colpa.
Quando uscì, avevo cinquantadue minuti registrati.
Il mattino seguente andai dall’avvocata Valeria. Esaminò i contratti e ascoltò la registrazione.
— La gravidanza non le attribuisce diritti sulla sua quota, — disse. — Ma questi pagamenti possono essere appropriazione di risorse societarie. Dobbiamo bloccare ogni trasferimento.
Convocai formalmente l’assemblea dei soci e chiesi a Stefano i documenti che provavano le attività di Aurora Strategie.
Non esistevano.
Stefano cercò allora di modificare lo statuto per aumentare il capitale e diluire la mia partecipazione. Aveva già preparato l’ingresso di un nuovo socio, un amico disposto a cedere in seguito le quote a Camilla.
La mia avvocata ottenne un provvedimento urgente che sospese l’operazione.
Stefano tornò a casa furioso.
— Stai distruggendo la società per gelosia.
— La società la stavi usando per finanziare la tua relazione.
— Camilla lavorava davvero.
— Allora mostrami un solo progetto consegnato.
Non seppe farlo.
Valeria incaricò un consulente contabile. Scoprì che gran parte del denaro versato ad Aurora era stato usato per pagare l’affitto di Camilla, viaggi, gioielli e una nuova automobile.
Trovò anche un messaggio di Stefano:
„Quando Federica firmerà la separazione, sistemeremo le quote. Lei pensa solo ai numeri e non capirà il piano.“
Era quasi offensivo.
Aveva dimenticato che i numeri erano precisamente il mio mestiere.
Chiamai Camilla dopo i tre giorni che mi aveva concesso.
— Ho deciso.
— Finalmente.
— La registrazione della sua visita è già stata consegnata all’avvocata. Le fatture della sua società sono sottoposte a verifica.
Camilla smise di parlare.
Poco dopo Stefano mi telefonò.
— Non puoi usare una donna incinta per vendicarti.
— Non sto usando la gravidanza. Sto usando i contratti che hai firmato.
Presentai domanda di separazione e una richiesta di protezione del patrimonio societario. Stefano venne sospeso dalla gestione fino alla conclusione dell’indagine interna.
Per evitare danni maggiori, correggemmo spontaneamente alcune dichiarazioni fiscali e denunciammo le operazioni prive di giustificazione. La società pagò una sanzione, ma riuscì a continuare a lavorare.
Stefano perse il ruolo di amministratore.
Il test di paternità, dopo la nascita, confermò che il bambino era suo. Ebbe tutti i doveri previsti dalla legge. Questo non trasformò però Camilla in proprietaria della nostra azienda.
Durante la divisione dei beni, le somme sottratte alla società furono imputate alla parte di Stefano. Io conservai la casa e acquisii la maggioranza dell’impresa. Lui ricevette una quota ridotta e l’obbligo di restituire parte del denaro.
Nostra figlia non volle parlare con lui per mesi.
— Non perché abbia avuto un altro figlio, — gli spiegai. — Ma perché hai messo a rischio il lavoro di tante famiglie per mantenere una relazione.
Camilla mi scrisse una sola volta.
„Pensavo che Stefano fosse libero di decidere della sua azienda.“
Risposi:
„Era libero di decidere della propria vita. Non della mia quota.“
Oggi dirigo la società con un amministratore indipendente. Abbiamo introdotto controlli che nessuno, neppure un familiare, può aggirare.
Il registratore è ancora nel cassetto della cucina.
Mi ricorda che Camilla entrò convinta di portare una minaccia definitiva.
In realtà portò la prova che mi serviva.
Un’ecografia dimostrava l’esistenza di un bambino.
Non dimostrava che sua madre potesse appropriarsi del lavoro, della casa e del futuro di un’altra donna.
