Ho conosciuto Davide a una cena tra ex compagni di università, in una trattoria di Trastevere dove l'aria sapeva di carciofi e di vino sfuso. Me lo presentò Claudia, una vecchia amica, chinandosi verso di me mentre tagliava la carbonara: «È un uomo tranquillo, serio. Ha avuto una storia complicata, ma adesso sta bene». Lo disse come se una relazione finita male fosse un incidente stradale, una cosa che capita e che non definisce chi sei. Accettai di rivederlo per un caffè, tanto per togliermi il pensiero.
Io a trentasei anni avevo una vita che non dovevo spiegare a nessuno: un contratto a tempo indeterminato alla ASL di Perugia, un bilocale in via dei Priori pagato con un mutuo trentennale, e una routine fatta di turni in ambulatorio e domeniche da mia madre a Passignano sul Trasimeno. Ero abituata a rientrare la sera, chiudere la porta e sapere che ogni cosa nel mio appartamento era esattamente dove l'avevo lasciata. Non era solitudine. Era una pace che mi ero costruita da sola, stanza per stanza.
Mia madre l'aveva sempre detto, mescolando il caffè nella moka: «Meglio un cane che un uomo che urla». L'aveva ripetuto per anni, dopo che mio padre se n'era andato sbattendo la porta e noi due eravamo rimaste a raccogliere i cocci di un portacenere in terracotta. Quella frase mi era entrata nelle ossa.
Davide non alzava mai la voce. Non interrompeva, non faceva battute volgari, non prometteva niente. Era un uomo di poche parole, con le mani larghe da artigiano e un lavoro da idraulico che gli riempiva i pomeriggi ma non il portafoglio. Accanto a lui mi sentivo al sicuro, ed era esattamente quello che cercavo. Dopo otto mesi di uscite, invitarlo a vivere da me sembrò la cosa più naturale del mondo.
Le prime settimane funzionò. Si alzava prima per preparare la caffettiera, portava giù la spazzatura, il giovedì cucinava la pasta al ragù e io trovavo la cucina pulita. Poi cominciarono le domande. Quanto prendevo al mese. Perché avevo un secondo conto alle Poste. Se il bilocale era intestato solo a me.
«Ma perché mi chiedi queste cose?» gli dissi una sera, mentre lui armeggiava con la manopola del termosifone.
«Siamo una coppia, no? E le coppie non hanno segreti.»
Lo disse con la stessa calma con cui avrebbe ripiegato una bolletta, ma c'era qualcosa nei suoi occhi che non mi piacque. Non era curiosità. Era un inventario. Come se fossi una cassapanca con un lucchetto da forzare.
Lasciai correre. Pagai io le utenze, riempii il frigo, gli dissi che poteva contribuire per quello che gli era comodo. Lui per qualche settimana smise di chiedere, e io mi convinsi che fosse solo insicurezza, che un uomo in difficoltà economica ha il diritto di sentirsi fragile. Però ogni sera, prima di dormire, mi tornava in mente un dettaglio: il suo modo di controllare i messaggi mentre ero sotto la doccia. Lo giustificai con la stanchezza, perché certe donne preferiscono chiamare stanchezza ciò che è un campanello che suona piano in fondo al petto.
Poi cominciarono le uscite con le amiche. «Ancora con quella?» diceva quando nominavo Claudia. «Ma se ti trascina solo nei suoi casini.» Una volta mi prese il telefono dalle mani con la scusa di cercare il numero della pizzeria, e lo tenne qualche secondo di troppo, facendo scorrere il pollice sullo schermo. Un'altra sera mi chiese perché mi ero messa la matita, se in ambulatorio vedevo solo vecchietti con la ricetta del cardioaspirina.
«Sto solo scherzando, sei troppo permalosa» rispondeva, quando provavo a parlargli di limiti. E io ci credevo, o forse ci volevo credere, perché ammettere di aver sbagliato persona a trentasei anni faceva più paura di una convivenza stretta.
La sera della festa a casa di suo cugino, in una palazzina di periferia con il giardinetto condiviso e il forno per le pizze in cortile, Davide bevve tre birre e parlò con tutti tranne che con me. Io chiacchierai con un suo ex collega che mi raccontò del padre malato, delle notti in ospedale, di una fisioterapia che non finiva mai. Tornammo a casa in macchina, con i finestrini appannati e la radio spenta.
«Ma ci devi parlare per forza con tutti?» disse lui, con le mani strette sul volante.
«Scusa?»
«Quel tipo. Ti ha riempito la testa per due ore. E tu ridevi come una ragazzina.»
«Davide, quell'uomo ha il padre in ospedale. Mi raccontava della fisioterapia.»
«E tu stavi lì ad annuire, a toccarti i capelli. Ti ho vista.»
Non risposi subito. Guardai fuori dal finestrino, le luci del centro storico che scorrevano come puntini gialli. Poi dissi, con la voce più ferma che trovai: «Parliamo domani, quando sei meno nervoso».
Lui non disse niente.
Scendemmo dall'auto, salimmo le scale, io aprii la porta di casa. Mi tolsi la giacca in corridoio e andai in cucina a versarmi un bicchiere d'acqua. Sentii i suoi passi dietro di me, poi lo schiocco della porta che si chiudeva.
«Non mi hai ancora risposto» disse.
Mi voltai. Lui era in piedi davanti al frigo, con le braccia lungo i fianchi e una vena gonfia sul collo.
«Non c'è niente a cui rispondere. Sono stanca, andiamo a dormire.»
«Tu sei stanca? Io sono stufo. Di come ti vesti, di come ridi con gli altri, di come mi tratti come un ospite in casa tua.»
Feci un passo indietro e lo urtai col gomito contro il piano di lavoro. Lui mi prese per il polso. Non con violenza, all'inizio. Solo con la presa ferma di chi vuole impedirti di andare via.
«Lasciami» dissi.
Lui strinse. Le dita mi si intorpidirono nel giro di un secondo, come se mi avesse chiuso un laccio intorno al braccio.
«Adesso stammi a sentire» disse, e mi strattonò verso di sé. Mi misi di lato, inciampai, e la mia schiena colpì lo spigolo della credenza. Sentii un rumore secco, poi il tintinnio di qualcosa che rotola. La spilla d'argento che tenevo appoggiata accanto alla macchinetta del caffè — un fermaglio che era stato di mia nonna, un piccolo oggetto a forma di foglia — cadde a terra e rimase lì, sulla tovaglia a quadri che mia madre mi aveva regalato al trasloco.
La guardai per un momento. Poi guardai la sua mano ancora stretta intorno al mio polso.
E in quel momento, come uno strappo che non fa rumore, smisi di avere paura. Non perché fossi coraggiosa. Ma perché vidi con chiarezza ciò che avevo davanti: un uomo in casa mia, con le scarpe ancora sporche della festa di suo cugino, che mi stringeva il braccio per dimostrare che ero sua.
Non dissi niente. Lasciai che la presa si allentasse da sola. Lui fece un passo indietro, come se avesse già detto tutto quello che c'era da dire. Poi uscì dalla cucina e accese la televisione in salotto. Come se niente fosse.
Mi sedetti al tavolo, con la mano sinistra appoggiata sul quadrante freddo del telefono che avevo lasciato lì vicino alla fruttiera. Non tremavo. Ero perfettamente calma. Questo, pensai, è il punto in cui si decide tutto.
La spilla d'argento brillava ancora sulla tovaglia, mezza nascosta tra le pieghe del cotone. La raccolsi e la rimisi al suo posto.
Il giorno dopo, Davide uscì presto per una riparazione in un condominio di Santa Lucia. Io non andai in ambulatorio. Chiamai per un giorno di permesso, poi feci un'altra telefonata, breve. Mi diedero un appuntamento per il pomeriggio stesso, con una donna che si occupava di questioni patrimoniali e separazioni.
Andai da sola, con il tram, stringendo nella borsa la cartellina azzurra dove tenevo il contratto del mutuo e la visura catastale dell'appartamento. La professionista era una donna sulla cinquantina, con i capelli bianchi raccolti e le unghie laccate di rosso. Mi ascoltò senza interrompermi. Poi disse: «Hai le idee chiare, vero?»
«Sì» risposi. «Voglio che se ne vada. E voglio che tutto resti a me.»
Non gridai, non piansi, non raccontai la storia della spilla caduta per terra. Dissi solo i fatti, uno dopo l'altro, come un elenco della spesa. E quella donna mi prese sul serio, come si fa con le pazienti che arrivano in ambulatorio con una diagnosi già pronta.
Tornai a casa alle sei, comprai una padella antiaderente nuova in un negozio di casalinghi vicino alla fontana, e preparai la cena per due. Davide rientrò alle sette e mezza, con la tuta sporca di calcinacci e una stanchezza che gli tirava giù la bocca.
«Tutto bene?» chiese, come se ieri sera non fosse successo nulla.
«Sì» dissi. «Ho qualcosa da dirti, però. Meglio a tavola.»
Lui si lavò le mani con il sapone al rosmarino che avevo comprato al mercato, poi si sedette davanti a me. Gli misi davanti il piatto di pasta e lo guardai prendere la forchetta. Aspettai che ne avesse assaggiato metà.
«Davide, ho riflettuto. Non funziona.»
Lui alzò lo sguardo, con un mezzo sorriso che gli si spense in fretta.
«Mi vieni a dire così, adesso? Dopo cena?»
«Sì. Voglio che ti prendi le tue cose e torni a casa tua. Io voglio vivere di nuovo da sola.»
Rimase immobile per qualche secondo, con la forchetta sospesa sul piatto. Poi la posò, con un tonfo che fece sobbalzare il bicchiere.
«Sei seria?»
«Sì.»
«E io dove vado?»
«Questo non lo so. Da tuo cugino, dai tuoi, dove vuoi. Ma non qui.»
Lui sbatté il palmo sul tavolo. La bottiglia dell'acqua oscillò. Mia madre, pensai, avrebbe detto che il tuono è lontano finché non si sente il fulmine.
«Non puoi buttarmi fuori così. Io qui ci ho messo dei soldi.»
«Davide, tu ci hai messo qualche centinaio di euro in due mesi. Il mutuo lo pago io. La casa è mia. Il conto è mio. E la verità è che non devi dimostrarmi niente, perché la decisione l'ho già presa.»
Lui aprì la bocca per replicare, poi la richiuse. Si alzò, andò in camera da letto, aprì l'armadio. Lo sentii tirare fuori le cose dalla sua parte: magliette, pantaloni da lavoro, la felpa che gli avevo comprato a Natale. Tornò in corridoio con il borsone nero che era stato il primo oggetto che aveva portato in casa mia.
«Sei solo una…» iniziò.
«Non farlo» dissi, con una calma che mi sorprese io stessa. «Non rendere questa scena più brutta di quanto sia già.»
Lui si fermò sulla porta. Si passò una mano sulla nuca, poi l'abbassò. Io aprii la porta d'ingresso e lasciai che il freddo del pianerottolo entrasse nel corridoio.
«Le chiavi» dissi.
«Cosa?»
«Le chiavi di casa. Lasciamele.»
Lui infilò la mano in tasca e tirò fuori il mazzo che gli avevo preparato il primo giorno: una chiave normale, quella del portone, e un portachiavi a forma di ciuco comprato in un'edicola di Assisi. Non le posai sul tavolo. Le lanciò verso il piastrellato. Il metallo fece un rumore secco, e il ciuco colorato si fermò accanto allo zerbino.
Non le raccolsi. Le avrei raccolte dopo.
Davide uscì senza voltarsi. Sentii i suoi scarponi sul pianerottolo, poi il pulsante dell'ascensore, poi più niente.
Richiusi la porta e diedi due mandate di chiavistello. Poi andai in cucina, presi il telefono e chiamai un fabbro, un uomo serio di Magione con la pubblicità sui giornali locali, e fissai il cambio della serratura per il mattino dopo. Centodieci euro, tutto compreso. Li pagai con i soldi che avevo messo da parte per le vacanze che ormai non avrei fatto.
La sera era scesa da un pezzo. Dall'altra parte della strada, nel bar con le luci gialle, c'era la televisione accesa su un quiz. Io rimasi al tavolo della cucina, con la spilla d'argento tra le dita, a pensare a mia nonna, che l'aveva portata sul cappotto il giorno del suo matrimonio e non l'aveva mai tolta. Poi la riposi accanto alla caffettiera, dove era sempre stata.
Non piansi. Non ero triste. Ero come una casa dopo il terremoto: ancora in piedi, con la polvere che si deposita.
Il mattino dopo, alle otto in punto, quando il fabbro suonò al citofono, io ero già sveglia da un'ora, con una tazza di tè alla menta davanti. Avevo davanti una giornata intera, tutta mia. E per la prima volta dopo tanto tempo, il silenzio della casa non mi faceva più paura.
