Il cancelletto della casa di Vittorio non si chiudeva dall’estate precedente. Il chiavistello si era staccato quando lui l’aveva spinto con la spalla, perché aveva entrambe le mani occupate da due secchi. Da quel momento il legno era rimasto inclinato su un cardine e il vento lo faceva sbattere durante la notte.
A volte sembrava che qualcuno entrasse nel cortile e poi se ne andasse senza bussare.
Vittorio aveva imparato a non farci caso.
Si era abituato anche al silenzio lasciato da sua moglie Teresa, morta tre anni prima. Si era abituato alle telefonate del figlio da Milano, una domenica al mese, sempre brevi. Si era abituato all’orto pieno di erbacce, perché la schiena non gli permetteva più di piegarsi.
Pagare qualcuno per sistemarlo gli sembrava un’umiliazione.
La gatta arrivò a settembre. Grigia, con una macchia bianca sul petto e un orecchio rovinato.
Si sedette sul primo gradino e guardò la porta.
«Hai sbagliato casa,» le disse Vittorio. «Qui non c’è abbastanza neppure per me.»
La gatta restò immobile.
Lui rientrò, prese dal frigorifero un pezzo di merluzzo lesso e glielo mise davanti su un foglio di giornale.
La gatta mangiò e tornò a sedersi.
«Fai come vuoi.»
A ottobre dormiva già nell’ingresso. Vittorio sosteneva di non averla mai fatta entrare. Aveva scoperto che la finestrella della cucina non si chiudeva completamente e aveva capito da dove passava.
Non riparò la finestrella.
Lorenzo, nove anni, tornava da scuola passando davanti a quella casa. In autunno raccoglieva le mele piccole e aspre cadute dietro il capanno. Quando le mele finirono, continuò ugualmente a guardare dentro il cortile.
Gli piaceva vedere la gatta sul davanzale.
Quel giovedì, però, vide Vittorio uscire con un grosso sacco di tela tra le braccia.
Il sacco si muoveva.
Da dentro arrivavano graffi soffocati.
Lorenzo si fermò accanto al cancelletto. Vittorio non lo notò. Portò il sacco fino alla vecchia Fiat parcheggiata vicino al muro, lo mise sul sedile posteriore e tornò in casa.
Uscì poco dopo con una scatola di cartone. Dalla scatola provenivano piccoli lamenti.
Lorenzo sentì lo stomaco stringersi.
La nonna gli aveva raccontato che un tempo, nei paesi, chi non poteva tenere i gattini li metteva in un sacco e li portava al fiume. Lei ne aveva parlato senza emozione, ma lui aveva immaginato per settimane quel sacco nell’acqua scura.
La Fiat partì.
Lorenzo corse a casa.
Sua madre Silvia stava preparando il soffritto.
«Mamma, il signor Vittorio ha messo la gatta in un sacco!»
«Quale gatta?»
«Quella grigia! Quella che vive da lui!»
Silvia posò il coltello.
«Forse la porta dal veterinario.»
«Non si porta un animale dal veterinario dentro un sacco!»
Silvia non seppe cosa rispondere.
Promise che avrebbe parlato con Vittorio al suo ritorno, ma Lorenzo quasi gridò:
«E se quando torna è troppo tardi?»
Pochi minuti dopo erano in macchina.
Lorenzo indicò la strada verso il fiume. Silvia non credeva davvero che Vittorio potesse fare qualcosa di simile. Era un uomo chiuso, ma non crudele. Per anni aveva aggiustato biciclette, serrature e piccoli elettrodomestici per tutto il quartiere, chiedendo quasi nulla.
Eppure il sacco si muoveva.
Arrivarono al vecchio ponte, ma la Fiat non c’era.
«Non è qui,» disse Silvia.
Lorenzo fissò l’acqua con gli occhi lucidi.
Poi lei notò tracce fresche di pneumatici sulla strada secondaria che attraversava il bosco e portava verso un ambulatorio veterinario.
La Fiat era parcheggiata davanti all’edificio.
Lorenzo scese di corsa.
Nella sala visite, la gatta grigia giaceva su una coperta. Respirava in fretta. Accanto al tavolo, nella scatola di cartone, c’erano tre gattini appena nati.
Vittorio si voltò.
«Perché siete qui?»
Lorenzo indicò il sacco appoggiato al muro.
«Pensavo che volesse buttarla nel fiume.»
Il volto dell’uomo si irrigidì.
«Tu pensi che io sia capace di questo?»
Silvia cercò di spiegare ciò che il figlio aveva visto. Vittorio la lasciò parlare, poi guardò la gatta.
«Ha partorito stanotte. Tre piccoli sono nati, ma ce n’è ancora uno dentro. Stamattina non riusciva più a camminare. Non ho un trasportino. Nella scatola si agitava e rischiava di ferirsi. Ho rivestito quel sacco con una coperta.»
La veterinaria si avvicinò.
«Serve un intervento immediato.»
Vittorio tirò fuori una busta dalla giacca.
«Usi questi.»
Silvia riconobbe i soldi che lui aveva messo da parte per riparare la caldaia.
«Non può restare senza riscaldamento.»
«La caldaia può aspettare. Lei no.»
Durante l’operazione, Lorenzo rimase seduto accanto a lui. Per molto tempo nessuno parlò.
«Mi dispiace,» mormorò infine il bambino.
«Dovevi chiedermi prima di giudicarmi.»
«Avevo paura.»
«Di me?»
«Lei sembra sempre arrabbiato.»
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Non sono arrabbiato. Sono soltanto rimasto solo troppo a lungo.»
Lorenzo gli chiese perché non avesse chiamato qualcuno per aiutarlo.
«Perché non volevo disturbare.»
«Mamma dice che lo dice sempre chi avrebbe più bisogno di chiedere.»
Vittorio guardò Silvia. Lei accennò un sorriso.
La veterinaria uscì dopo quasi due ore.
«La gatta è salva. Anche il quarto cucciolo ce l’ha fatta.»
Vittorio si coprì il viso con una mano. Quando la tolse, aveva gli occhi rossi.
Chiamò la gatta Teresa, come sua moglie. Il gattino salvato durante l’operazione rimase con lei e ricevette il nome Fortunato.
Nelle settimane successive Lorenzo andò da Vittorio ogni pomeriggio. Pesava i piccoli, cambiava le coperte e controllava che mangiassero. Silvia portava minestrone, pane e asciugamani puliti.
Vittorio protestava ogni volta.
«Non serviva.»
Ma il giorno dopo restituiva tutto lavato e piegato.
Tre gattini furono adottati. Fortunato restò con lui.
In primavera Lorenzo si presentò con un chiavistello nuovo.
«L’ho comprato con i miei risparmi.»
Ripararono insieme il cancelletto. Quando finirono, si chiudeva perfettamente.
«Adesso nessuno entrerà senza essere invitato,» disse Lorenzo.
Vittorio lo riaprì e lo fermò con una pietra.
«Allora perché lo lascia aperto?»
«Perché prima era aperto perché era rotto. Ora è aperto perché voglio che qualcuno entri.»
Da quel giorno il cancelletto rimase aperto ogni pomeriggio. Lorenzo passava dopo scuola. Silvia portava qualcosa da mangiare. A volte anche altri vicini si fermavano.
Vittorio aveva creduto che chiedere aiuto significasse arrendersi. Solo allora capì che il vero fallimento non era aver bisogno degli altri, ma aver trascorso anni fingendo di non aspettare più nessuno.
😲 Il seguito è già nei commenti! Scrivete assolutamente se il finale vi ha sorpreso.
