La madre dei ragazzi si era trasferita in Belgio con un nuovo compagno diversi anni prima.

Aveva cinquantadue anni e due figli. Il maggiore viveva a Modena; la minore, Sofia, aveva diciassette anni e abitava ancora con lui. La madre dei ragazzi si era trasferita in Belgio con un nuovo compagno diversi anni prima.

Un pomeriggio Elena raccontò tutto alla sua amica Paola, mentre preparavano dei tortelli nella cucina di quest’ultima.

— Quindi state insieme da quasi due anni e lui ti ha già chiesto di sposarlo, — disse Paola. — Perché continui a rimandare?

Elena si pulì le mani sul grembiule.

— Perché non so se Giorgio vuole vivere con me o se ha bisogno di qualcuno che faccia funzionare casa sua.

Paola la guardò senza ridere.

Giorgio viveva in un appartamento ampio, ma ogni stanza sembrava aspettare l’arrivo di qualcun altro. La posta si accumulava all’ingresso, i vestiti puliti restavano nella cesta e in cucina c’erano pentole preparate dalla madre.

La signora Lidia aveva settantasei anni e un ginocchio che le faceva male. Nonostante questo, arrivava ogni martedì e venerdì con due borse della spesa, cucinava per diversi giorni, sistemava la biancheria e puliva il bagno.

Giorgio pagava una persona per le pulizie più pesanti una volta al mese, ma tutto il resto ricadeva sulla madre.

Elena aveva sempre cercato di non giudicare. Pensava che ogni famiglia avesse il proprio equilibrio. Poi, durante il pranzo organizzato per il compleanno di Giorgio, Lidia la condusse in cucina.

— Guarda, cara, — disse indicando i ripiani. — Qui tengo le tovaglie, là ci sono le medicine di Giorgio, mentre Sofia lascia sempre le sue cose dappertutto. Quando verrai a stare qui, ti spiegherò meglio.

Elena rimase immobile.

— Non abbiamo ancora deciso nulla.

Lidia fece un gesto con la mano.

— Gli uomini hanno bisogno di una spinta. Io ormai sono stanca. Quando arriverai tu, potrò finalmente pensare alla mia salute.

Non lo disse con cattiveria. Proprio questo rese tutto più pesante. Per lei era ovvio che la nuova compagna avrebbe ereditato ogni incarico.

Quella sera Elena aspettò che Giorgio la riaccompagnasse a casa.

— Tua madre mi ha mostrato dove tiene le tovaglie, — disse mentre lui guidava.

Giorgio rise.

— È fatta così. Le piace organizzare.

— Mi ha detto che quando verrò a vivere con voi potrò occuparmi della casa.

— Non prendere tutto alla lettera. Mamma è anziana e parla troppo.

— Ma tu cosa pensi?

Giorgio rimase in silenzio qualche secondo.

— Penso che vivendo insieme ci aiuteremmo. È normale.

Quella parola, “normale”, rimase sospesa nell’auto.

— Aiutarci significa che tu prepareresti la cena mentre io riposo? — chiese Elena. — O che io preparerei la cena per te e Sofia?

— Perché devi trasformare una cosa bella in un elenco di faccende?

Elena guardò fuori dal finestrino. Aveva già ricevuto la risposta.

Non temeva Sofia. La ragazza era educata, anche se distante. Temeva il ruolo che le sarebbe stato assegnato senza una vera conversazione. Se avesse chiesto a Sofia di lasciare libero il bagno, sarebbe diventata l’intrusa. Se non avesse detto nulla, avrebbe finito per riordinare in silenzio.

Temeva anche di perdere le domeniche lente, le passeggiate improvvisate e i viaggi che facevano insieme. Finché si incontravano tre volte alla settimana, Giorgio era attento. Ma cosa sarebbe successo quando lei fosse diventata parte dell’arredamento quotidiano?

Per qualche mese continuarono come prima. Cinema il sabato, cena il mercoledì, brevi viaggi in Toscana. Eppure Elena non riusciva più a non vedere ciò che aveva capito.

Un giorno Giorgio arrivò con alcuni cataloghi di mobili.

— Potremmo svuotare la stanza di mio figlio e farne uno spazio per te.

— Uno spazio per me? — domandò Elena. — In quale parte della casa ci sarebbe invece spazio per la nostra vita nuova?

Giorgio aggrottò la fronte.

— Non capisco la differenza.

Ed era proprio quello il problema.

Si lasciarono senza scenate. Giorgio era deluso, Elena aveva il cuore pesante, ma nessuno cercò di convincere l’altro a diventare diverso.

Otto mesi dopo Matteo cambiò lavoro e si trasferì vicino a Trieste. Elena andò ad aiutarlo a sistemare il nuovo appartamento. La prima sera scese a comprare del pane e trovò il negozio già chiuso. Un uomo, uscendo dal locale accanto con una cesta di focacce, la vide osservare la serranda.

— Ne ho comprate troppe per una riunione saltata, — disse. — Ne accetta una?

Si chiamava Carlo, aveva cinquant’anni ed era responsabile tecnico in un porto turistico. Nei giorni successivi lo incontrò ancora. Prima davanti al forno, poi sul lungomare, infine a cena con Matteo e alcuni colleghi.

Carlo non le parlò subito di matrimonio. Le parlò del modo in cui immaginava una relazione: due persone con abitudini proprie che decidono cosa costruire insieme.

Quando, dopo quasi un anno, le propose di vivere nella stessa città, non le chiese di entrare nella sua casa. Le mostrò due annunci.

— Il mio appartamento è mio da troppo tempo. Il tuo è tuo. Preferirei scegliere un posto che non appartenga già soltanto a uno di noi.

Elena capì allora perché con Giorgio aveva sempre esitato. Non aveva paura dell’amore. Aveva paura di sparire dentro la vita di qualcun altro.

Si sposarono in una piccola sala affacciata sul mare. Dopo la cerimonia, Carlo non le mise in mano le chiavi di casa. Le porse una piantina di limone.

— Questa la pianteremo insieme, — disse. — Così nessuno dei due potrà dire che era già lì prima dell’altro.

Anche Giorgio, nel frattempo, incontrò una donna di quarantatré anni che desiderava una casa piena, amava organizzare grandi pranzi e strinse con Sofia un legame sincero. Lidia poté finalmente rallentare, e Giorgio ebbe la famiglia quotidiana che aveva sempre desiderato.

Non tutte le storie finiscono perché qualcuno è cattivo. Alcune finiscono perché due persone chiamano “felicità” cose diverse.

E forse è davvero così: puoi passare ogni mattina accanto a qualcuno senza arrivare mai nella stessa direzione. Oppure devi attraversare mezza Italia per incontrare chi non ti chiederà di occupare un posto lasciato vuoto, ma di crearne uno nuovo insieme.

Secondo voi Elena ha fatto bene a scegliere se stessa?

Like this post? Please share to your friends:
Mass Effect
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: